Vere presenze: architettura contemporanea e preesistenze storiche ad Isernia

febbraio 18, 2012

Questo articolo nasce da un disimpegno, ovvero a causa di una delle tante rassegnazioni italiane, ed è scritto in difesa di un ideale più vasto: quello che intende la storia come sostanza capace di interagire con noi qui ed ora.

Ho appreso dall’ architetto Franco Pedacchia, ex-funzionario del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali presso la Soprintendenza del Molise, della volontà da parte del nuovo direttore regionale dott. Gino Famiglietti di provvedere allo  smantellamento della struttura di copertura dei ruderi della chiesa di Santa Maria delle Monache nel centro storico di Isernia.

Ma chi è Franco Pedacchia? Spendo solo poche righe per dire che mi sono occupato dell’ architetto Pedacchia, recensendo sue opere su riviste internazionali e in due pubblicazioni acquisite presso importantissime istituzioni estere come la biblioteca dell’ Harvard Graduate School of Design e quella del prestigioso Getty Institute di Los Angeles, specializzato, come noto, negli studi sul restauro e il recupero dei beni culturali.  Non vi sarebbe neanche da aggiungere, a testimonianza di impegno culturale e vocazione nei confronti del Ministero dei beni e delle attività culturali, che l’ architetto Pedacchia è stato anche consigliere scientifico presso il gabinetto del Ministro Oddo Biasini, e presso il Sottosegretario Giuseppe Galasso con cui ha collaborato alla stesura della legge per i beni paesistici n 431/85.

Ad ogni modo il progetto in questione, elaborato proprio dal Pedacchia, pur essendo in corso di ultimazione, ha suscitato perplessità tali da richiedere il parere consultivo dei comitati tecnico-scientifici del Mibac.

Interrogazione senza dubbio legittima, ma che denuncia quantomeno sospetto e diffidenza nei confronti dei direttori regionali che avvicendatisi nel tempo, altrettanto legittimamente, avevano già precedentemente autorizzato lavori e finanziamenti.

Non riuscendo a capire quale sia il progetto culturale di una Soprintendenza che decide di abbattere un’ opera in via di completamento, e non comprendendo l’ operato di un ministero che proprio ad Isernia, come denunciato nella puntata del 12/02/2012 di “Presa diretta” trasmessa su Rai tre, tiene chiuse le porte del  Museo Nazionale del Paleolitico e smantella la ricostruzione del paleosuolo già visitabile presso il Museo Nazionale di Santa Maria delle Monache, devo ritenere che il disimpegno nei confronti del progetto del Pedacchia abbia altre ragioni, non essendoci, alla luce dei fatti, una concreta proposta alternativa.

Né tantomeno credo che siano state prese in esame, sul piano meramente economico, valutazioni costi-benefici di proposte alternative, o di una eventuale demolizione, da contrapporre al completamento dell’ opera.

Ma dal momento che la mia intenzione non è quella di ingaggiare una volgare polemica contro il disimpegno degli enti pubblici, voglio supporre che le perplessità a proposito del progetto di Pedacchia riguardino una riflessione di ordine più ampio sugli interventi di linguaggio dichiaratamente contemporaneo in un contesto storico.

Dal momento che la questione mi pare così più correttamente posta vorrei spendere qualche parola nei confronti delle “Vere presenze” che io ho visto ad Isernia: nel progetto di Pedacchia per le pensiline a copertura dei ruderi archeologici davanti all’ Ospedale e in quello di valorizzazione dei i ruderi di Santa Maria delle Monache.

“Vere presenze” è il titolo che prendo in prestito da un importante libro scritto da George Steiner, figura di primo piano della cultura internazionale. E parafrasando Steiner affermo con sicurezza che nei confronti della storia è necessaria un’ interpretazione che sia azione e pensiero e non passività.

In Italia la cultura architettonica in riferimento al restauro e all’ antico, è spesso legata all’ ambientamento, ovvero alla pratica del falso e a quella dell’ inganno, da cui ne deriva un’ offesa alla storia ed un oltraggio all’ estetica, come ammoniva Cesare Brandi commentando l’ adagio nostalgico del dov’ era com’ era.

Essere passivi significa essere semplici spettatori, come davanti alla televisione, significa rassegnarsi ai luoghi comuni e rinunciare a fare storia.

Al contrario il tentativo proposto da Pedacchia indaga il funzionamento dell’ antica spazialità e del luogo, lo coinvolge in un processo rigenerativo senza indicare formule risolutive, interpreta ed immagina la storia evocandola con una fantasia che si manifesta in forme e gesti che esprimono un’ architettura ed un’ arte militante, finanche sovversiva, capace di fare da contrappunto ad una burocrazia immobile, reticente, sonnecchiante, falsificatrice (mi riferisco nello specifico anche ad alcuni lavori operati precedentemente all’ intervento del Pedacchia sulle preesistenze architettoniche di Santa Maria delle Monache).

Inoltre il progetto di Pedacchia ha tre caratteristiche qualificanti:

1-Si presenta come un’ opera sperimentale dal punto di vista architettonico, dissonante ma non mimetica, suggerisce di analizzare il nuovo intervento col metro critico riservato all’ odierna architettura. Inoltre l’ intervento non ha arrecato danni alla preesistenza.

2-Dialoga con il paesaggio, guidando lo sguardo del visitatore verso le colline circostanti che preservano quei caratteri di autenticità tipici del contesto naturalistico della provincia di Isernia. Viceversa da quelle stesse colline l’ apparente gestualità delle coperture progettate da Pedacchia appare capace di adagiarsi pacatamente nello skyline, nel frastagliato profilo dei tetti della città di Isernia.

3-E’ un opera che nasce stimolando le capacità progettuali dell’ amministrazione e quelle realizzative delle maestranze locali.

Ma c’è di più. Il progetto di Pedacchia è “un incontro con una apparizione imprevista, come un incontro all’ angolo della strada con l’ amante, con l’ amico, con il nemico mortale” (G. Steiner), desta preoccupazione perché in fondo induce a pensare e ci fa sentire vivi.

Altri articoli su Franco Pedacchia:

http://lucaguido.wordpress.com/2010/03/29/una-cripta-contemporanea/

http://lucaguido.wordpress.com/2010/04/13/il-disegno-come-racconto/


Primo Levi…cosa pensa lei dei giovani?

gennaio 24, 2012

I giovani di oggi, a giudicare dalle esternazioni più ricorrenti della politica, sono solo dei bamboccioni, dei raccomandati, degli sfigati … come li definisce un recente abusivo del governo italiano in tempi di democrazia tecnica. Sono proprio questi retori del disimpegno sociale che dovrebbero meditare sui disincanti paternalistici.

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«Studente
Volevo sapere: cosa pensa Lei dei giovani d’oggi?

Primo Levi
Questa è la domanda che non manca mai. Penso che siano sotto un certo aspetto più fortunati dei giovani di ieri, perché almeno temporaneamente vivono in un mondo in pace, perché hanno accesso tutti o quasi tutti alla cultura, non parlo solo della scuola, penso ad una edicola di giornali. Oggi davanti ad una edicola di giornali c’è una scelta vastissima: si può scegliere di essere informati, di essere divertiti, di essere preparati. Penso alla facilità con cui oggi si viaggia, anche senza molti quattrini; oggi uno prende una bicicletta, un sacco da montagna prende e va, le frontiere sono tutte aperte, si può andare in qualunque parte del mondo. C’è comunque una contropartita ed è la difficoltà gravissima a cui assistiamo adesso e non solo in Italia, su quello che capita dopo la scuola ed è quello di trovare un lavoro. [...]
Quanto ad un giudizio sui giovani d’oggi, se permettete lo rifiuto. Non credo che i giovani d’oggi siano diversi dai giovani di ieri come sostanza umana, credo che in Italia per lo meno siano migliori di noi perché i concetti fondamentali, quelli di cui si è parlato prima, della tolleranza, della democrazia, del diritto dell’uguaglianza nella disuguaglianza, siano molto più diffusi adesso di quanto non fossero 30 o 40 anni fa».
[Luciana Costantini, Orietta Togni (a cura di), Primo Levi, «Il gusto dei contemporanei», Quaderno n. 7, Banca Popolare Pesarese e Ravennate, 1990, p. 19]


Wolf D. Prix / Coop Himmelb(l)au talking about David Chipperfield

gennaio 23, 2012

Il breve articolo a firma di Wolf Prix, leader dei Coop Himmelb(l)au, qui di seguito riportato, è apparso nel mese di Agosto 2011 in forma di comunicato stampa.  Ritorna oggi  attuale dopo la nomina di Chipperfield alla guida della Biennale Architettura di Venezia 2012. Il tema trattato riguarda la capacità dell’ architettura di esprimere esigenze ed istanze democratiche e di cambiamento sociale…“Common ground”?

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It is no coincidence that Chipperfield is so successful just now when there is perceptibly a reactionary shift to the right in our society. He adopts the formal vocabulary from authoritarian societies and keeps repeating it like a mantra. So he constantly copies from himself. The shopping mall in Vienna’s Kärtner Straße looks like a dead building. This aesthetics is the parvenus’ idea of elegance.

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Generally, it is a good thing when international architects build in Vienna. Their projects provide an opportunity to think outside of  the Austrian box about architectural trends.

Chipperfield’s shopping mall on Vienna’s Kartner Strasse is, a part from its monotonous lack of any scale, a prime example of a change in attitude of our society. The fact that his terminology of forms, which undoubtedly has similarity with buildings from authoritarian time, is so successful especially in light of our contemporary society’s reactionary move to right, cannot be a coincidence.

The perforated facades which he likes to use can be designed much more vividly, such as at Frank Gehry’s bank in Berlin for instance. Speaking of Gehry: Gehry has been accused for a long time of quoting himself – this is even more obtrusive with Chipperfield. Be it a department store, a hotel, a museum, in Vienna, Innsbruck, Berlin etc. – it is always the same.

Chipperfield once made a more or less contemptuous remark about expressive in an interview. Maybe he is not alive enough to understand vitality. Anyway, his approach is not as dangerous as that of the Berlin adepts who now want to turn this “rabbit hutch aesthetics” into a great succes in Vienna. This aesthetic is the parvenus’ idea of elegance.

Wolf D. Prix


Alice (1988)

gennaio 22, 2012

Alice è un film surrealista cecoslovacco del 1988 diretto da Jan Švankmajer.


Il processo (1962) Orson Welles

gennaio 20, 2012

Luigi Moretti – Didascalie Zeviane

gennaio 16, 2012

Il rapporto tra la storiografia del secolo appena passato e Luigi Moretti è sempre stato conflittuale. Moretti fu un bravo architetto, ma il suo credo fascista, per altro mai smentito, e la sua compromissione con  committenti-speculatori del periodo post-bellico hanno minato alla radice una seria disamina delle sue architetture che andasse al di là del giudizio sulla persona.

Tafuri dalle pagine della Storia dell’ architettura italiana 1944-1985 lo definisce come un architetto che “<<da destra>> si appropria dell’ eredità linguistica dell’ avanguardia” .  Zevi lo bolla come professionista dalle “doti eccezionali”,  ma sostanzialmente “assetato di potere” e di “una nevrotica brama di mondanità”.  Esemplare la didascalia posta a commento della sottostante immagine pubblicata ne L’ architettura, cronache e storia n°51 del 1960 a corredo delle pagine che illustravano la nascita dell’ Istituto Nazionale di Architettura:

“in basso: Luigi Moretti è arrivato cinque minuti prima dell’ ora di convocazione. Dopo aver cercato invano una poltrona libera, si è recato a un bar vicino al Ridotto del Teatro, ha noleggiato uno sgabello per seguire il dibattito. Giornata di euforia [...]“


Wally

dicembre 18, 2011

Alcune foto della Wally//118 

 


Il “destino manifesto” dell’ America

dicembre 17, 2011

La dottrina del Destino Manifesto e la conquista dei nuovi territori rappresentano un passaggio importante nell’ elaborazione del complesso rapporto uomo-natura nell’ America dell’ Ottocento.

Il destino manifesto si può intendere come un comune e sentito credere  secondo cui il destino degli Usa fosse quello di espandersi in virtù di un ideale morale da considerarsi al di sopra delle leggi terrene. La dicitura in sé venne coniata nel 1845 dal giornalista John O’ Sullivan, all’ epoca influente sostenitore del Partito Democratico statunitense. In un suo articolo intitolato “Annessione” pubblicato in United States Magazine and Democratic Review 17,no.1 (July-August 1845) incitava gli Stati Uniti ad annettere la Repubblica del Texas “poiché era destino manifesto dell’ America di diffondersi nel continente”. Tale idea si tradusse politicamente e sfociò di fatto nella guerra messicano statunitense del 1846.

Come voce contraria è da ricordarsi Henry David Thoreau che si oppone alla guerra di conquista rivendicando il diritto alla “disobbedienza civile”.

La conquista dei nuovi territori si dimostrò poi essenziale nello sviluppo dei settori industriali, per quanto in una prima fase l’ esigenza di disporre di nuovi territori sia stata sollecitata dalla semplice permanenza di sistemi di sfruttamento del suolo arretrati e predatori nei confronti delle risorse naturali. Proprio per questo la conquista dei nuovi territori ebbe un motore efficace nelle grandi piantagioni del profondo Sud, ove si era soliti tener bassi i costi consumando capitale terriero.

Il quadro di John Gast (1872) rappresenta e idealizza la missione civilizzatrice di cui si facevano portavoce i pionieri, i proprietari terrieri e le compagnie ferroviarie: Una dea porta con sè i cavi del telegrafo, alle sue spalle la civiltà della macchina, accanto a sè i contadini, gli esploratori e i cacciatori, davanti a tutti, a west, scappano nel buio e nei territori del wilderness gli indiani e gli animali feroci.


Carmelo Bene e i critici

dicembre 16, 2011

“Io non ho rapporti con la critica, sono loro che sono pagati per averne con me”

“Per capire un poeta o un artista, a meno che questi non sia solamente un attore, ci vuole un altro poeta e un altro artista…Io lo faccio per vita”


Niemeyer: Auditorium di Ravello

dicembre 15, 2011

Questo edificio senza la determinazione di Domenico De Masi non sarebbe stato mai realizzato. Dal progetto alla realizzazione sono passati più di dieci anni, attraverso percorsi intricati con accelerazioni e momenti di arresto.  Ho seguito da vicino la storia e mi sono sempre schierato dalla parte di Niemeyer contro i conservatori, contro le sterili polemiche scioviniste, pur non ritenendo il progetto un capolavoro dell’ architettura contemporanea. Si poteva fare meglio e di più? certamente! Nel progetto dell’ Auditorium non ci sono errori madornali, ma si poteva osare qualcosa di più nella configurazione spaziale della sala, tentare un articolazione distributiva che potesse spezzare il volume ed articolarlo diversamente rispetto alle linee del declivio evitando la sensazione di oggetto-contenitore. Forse anche l’ aiuola triangolare riservata al prato inglese -un pò fuori luogo sulla costiera amalfitana- poteva essere pensata diversamente, proponendo arbusti e piante della tradizione mediterranea, e configurando il volume di terra in una forma sinuosa capace di coinvolgere e partecipare alle linee curve suggerite dall’ edificio. Tuttavia la testimonianza lasciataci da Niemeyer è importante, e comunque positiva: il paesaggio ha un nuovo belvedere pubblico,  un parcheggio ipogeo, una sala che guarda il mare e nuovi servizi. Inoltre l’ edificio rispetta le caratteristiche dimensionali e volumetriche degli edifici della costiera.  Tutto sommato una buona opera di architettura, tra le poche realizzate negli ultimi anni in Italia.


104 anni per Oscar Niemeyer

dicembre 15, 2011

Oscar Niemeyer il 15 dicembre 2011 compie 104 anni. E’ uno degli ultimi pezzi del grande puzzle del novecento ancora vivo e non collocabile.

La sua storia odora di modernismo, la sua vicenda umana di idealismo, le sue architetture a “mano libera” dichiarano l’ indipendenza da modi stereotipati di pensare l’ architettura.

In Italia abbiamo due opere di Niemeyer che raccolgono tutti i pregi e difetti delle sue proposte architettoniche: la sede della Mondadori a Segrate con le grandi arcate in cemento armato propone un classicismo rivisitato, statico quanto ironico e leggero, mentre l’ Auditorium di Ravello riflette le potenzialità plastiche dell’ involucro edilizio iterando tuttavia soluzioni e idee progettuali già sperimentate.

Dunque cosa ce ne facciamo di Oscar Niemeyer?  Naturalmente ne raccogliamo l’ invito a combattere contro la monotonia del professionismo e delle mode e meditiamo sul rapporto che egli propone tra contesto ed architettura.

Aspettando la sua prossima opera non possiamo far altro che augurargli un buon compleanno.


SITE BEST STORES

dicembre 14, 2011

Radicali a colloquio: Gianni Pettena e James Wines

dicembre 14, 2011

Volentieri segnaliamo un dialogo tra Gianni Pettena e James Wines a questo link:

http://www.floornature.it/architetti/interviste/gianni-pettena-james-wines-5451/

Gianni Pettena, esponente radicale di spicco è l’ autore di “L’ An Architetto” (1973), un libro che denuncia sin dal titolo le numerose esperienze internazionali dell’ autore poiché si sofferma su una problematica comune ad altre ricerche radicali (evocando indirettamente i lavori di Gordon Matta Clark).

Il lavoro di Pettena e dei radicali italiani è stato attentamente seguito da Emanuele Piccardo, curatore del recente numero di archphoto 2.0 dedicato alla  ”radical city”

http://architetturaradicale.blogspot.com/2011/11/radical-city.html in cui vengono riproposti e sottoposti ad analisi critica alcune opere dei maggiori esponenti di quella felice stagione artistica ed architettonica.

A James Wines mi lega invece un ricordo personale del settembre 1997 quando ebbi modo di incontralo poco prima di iscrivermi alla facoltà di architettura: rimasi subito colpito dalle architetture dei SITE pensate per la catena di supermercati Best. Mattoni e pareti che si disgregavano, facciate deformate, automobili sotto l’ asfalto mettevano in scena un agire ironico e dissacratorio e ponevano interrogativi sul progetto tradizionale di architettura. Conoscevo già alcune ricerche del contemporaneo, ma quello è stato il mio primo contatto con la pratica radicale.


La cosa (The Thing) 1982, John Carpenter

dicembre 11, 2011

I paesaggi del terrore.

Il prequel uscito nel 2011 de “La cosa”  mi ha ricordato il film originale di Carpenter.  Tuttavia la recente produzione cinematografica è  semplicemente un remake non troppo impegnativo  del film originale, poichè ripercorre in maniera simile lo sviluppo della storia.  Il film di Carpenter del 1982 crea invece la giusta tensione tra spettatore e narrazione filmica.

Per gli amanti dell’ horror fantascientifico, qui sopra la memorabile scena iniziale dell’ inseguimento con l’ elicottero:

Musica e paesaggio nei primi minuti stimolano all’ unisono senza bisogno di alcun effetto speciale. Nè l’ uomo, nè il cane, nè il paesaggio trasmettono ansia o paura. E’ il contesto in cui è ambientata la scena ad essere psicologicamente determinante: la distesa di neve, non può offrire alcun aiuto, è una presenza che agisce da semplice testimone. Carpenter dimostra quindi come i valori di un quiete e candido paesaggio invernale possano facilmente prestarsi al gioco voluto dal regista. Il valore del wilderness è quello che di volta in volta gli viene attribuito.


John Lautner

dicembre 10, 2011

1911-1994 Cento anni fa nasceva John Lautner uno dei più brillanti allievi di Wright ed esponente del modernismo californiano.

Gli spazi immaginati da Lautner sono in diretto rapporto con la natura e fungono da macchine dioramiche capaci di usare il paesaggio come quinta prospettica: ambienti compressi si dilatano improvvisamente nel panorama sapientemente inquadrato. Interpretando in tal modo il messaggio wrightiano Lautner rivoluziona il concetto di finestra proponendo grandi schermi vetrati o piccolissime fessure capaci di far partecipare la luce al gioco di compressione e dilatazione degli spazi. Anche l’ acqua partecipa alla composizione suggerendo comportamenti giocosi e rilassanti. In fondo gli edifici di Lautner possono essere effimeri quasi come delle tende da esploratore e tutto il fascino che essi esercitano proviene dal rapporto che sono capaci di generare con l’ ambiente circostante.

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Le sue case progettate per una ricca borghesia sono divenute col tempo icone pop, tanto da essere immortalate in servizi pubblicitari e film. Dal Grande Lebowski a 007 .

http://la.curbed.com/archives/2011/07/video_interlude_john_lautners_houses_in_the_movies.php

http://www.architizer.com/en_us/blog/dyn/25265/the-legacy-of-john-lautner/3/

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Casa  Sheats è una delle abitazioni più famose progettate da Lutner. Si trova a Beverly Hills, Los Angeles, è stata costruita nel 1963 e ha avuto diversi proprietari (tra cui il fratello di Hugh Hefner). Dal 1972 è di proprietà di James Goldstein estroverso e misterioso milionario amico e mecenate dell’ architetto.


Go West, young man! (2)

dicembre 9, 2011

Go West, young man, go West and grow up with the country.

New York Tribune, July 13 1865

Horace Greeley

Il problema della regolamentazione del commercio fu una questione particolarmente rilevante alla fine del ‘700 a causa dell’ instabilità e volubilità del mercato estero regolato da rigide restrizioni unilaterali imposte dal Regno Unito. Tali restrizioni diedero avvio allo stesso tempo al fenomeno dell’ espansione della frontiera che rappresentò in una prima fase un’ alternativa morale più che economica ai capricci della madrepatria e solo successivamente, con l’ indipendenza, divenne un processo praticamente inarrestabile.

Frederick Jackson Turner è colui che idealizzò e riassunse dal punto di vista storiografico la “tradizione” della frontiera e il movimento espansionistico degli USA. Turner fu così capace di elaborare la tesi secondo cui la frontiera diviene il principio stesso di interpretazione della storia oltre ad individuare ed identificare nella stessa storia frontiera la storia americana. La frontiera rappresenta sostanzialmente la storia della colonizzazione degli inesplorati e selvaggi spazi del West e questa teorizzazione rimane il suo più interessante e determinante contributo. La “tesi della frontiera” di Turner, ritenuta la dichiarazione di indipendenza degli storici americani,  fu elaborata all’ interno del saggio “Significato della frontiera” pubblicato nel 1893 come testo di una conferenza tenuta all’ American Historical Association durante l’ Esposizione Mondiale Colombiana di Chicago.

Anche Turner qualunque siano i limiti della sua interpretazione chiarì sotto un profilo scientifico la vocazione di “terra promessa” dei grandi territori americani, esattamente come aveva intuito lo stesso Melville. Il termine frontiera assume però in questo frangente un significato del tutto particolare che si distacca dall’ idea più precisa che ne abbiamo noi europei di linea di demarcazione tra una nazione ed un’ altra. Frontier ha assunto nella vita e nella lingua americana un significato sostanzialmente diverso: <> secondo Walter p. Webb, probabilmente il più geniale degli allievi di Turner. Anche una rapida consultazione di un vocabolario di americanismi confermerà la tesi che la frontiera è “una regione, nell’ attuale configurazione degli Stati Uniti, recentemente e sparsamente abitata, e immediatamente a contatto con il wilderness o territorio  non abitato né colonizzato”. Con altri significati il termine risulta raramente utilizzato in USA poiché frontier  incorpora in sé la consapevolezza che attorno agli insediamenti coloniali non c’ era un confine rigido -se non durante un conflitto bellico- e c’ era invece spazio aperto e disponibile. L’ innovazione della tesi di Turner sta proprio nel aver compreso l’ importanza dell’ idea espressa dalla frontiera e contemporaneamente di essersi distaccato dalle scuole storiografiche di moda negli stessi anni secondo cui il compito primo dello storico era quello di individuare i “germi” delle istituzioni americane rintracciandone le origini nelle corrispettive strutture sociali europee. Al contrario Turner individuerà la configurazione delle istituzioni americane quale risultato di un processo di reciproco adattamento tra uomo e ambiente non civilizzato. In altre parole l’ uomo americano nel suo sottomettersi ed adattarsi alla natura  in realtà trova anche i mezzi per organizzarsi come società e dominare successivamente la natura che prima lo ha temprato.

La frontiera è la linea dell’americanizzazione più rapida ed effettiva. La grande distesa solitaria domina il colono, s’impadronisce del suo animo. Egli è vestito all’europea, ha strumenti europei, viaggia e pensa all’europea. La grande distesa solitaria lo tira giù dalla carrozza ferroviaria e lo mette su una canoa di betulla. Lo spoglia dei vestiti della civiltà, lo veste con la casacca del cacciatore e gli mette ai piedi i mocassini di daino. Lo spinge nella capanna di tronchi d’albero del Ciroki e dell’Irochese e lo circonda di una palizzata indiana. Il colono ha già seminato mais e lo ha arato con un legno appuntito; ora lancia grida di guerra e scotenna nel più puro e ortodosso stile indiano. Per dirla in breve, alla frontiera l’ambiente è, agli inizi, troppo violento per l’uomo bianco. Questi deve accettare le condizioni che trova o perire, e così si adatta alla radura e segue le piste degli Indiani. A poco a poco trasforma le solitudini deserte, ma il risultato non è la vecchia Europa, lo sviluppo dell’originario germe sassone, il ritorno all’antichissimo ceppo germanico. Nasce con lui un prodotto nuovo e genuino: l’Americano.

Frederick J. Turner, La frontiera nella storia americana, Il Mulino, Bologna, 1975, pp 31-34.


Into the wild

dicembre 8, 2011

Un film che rielabora l’ esperienza di Thoreau ai nostri giorni…


Vanishing Point

dicembre 8, 2011

Kowalski…l’ ultimo dei pionieri?


Go West, young man! (1)

dicembre 6, 2011

<<Chiamatemi Ismaele>>

Call me Ishmael.  Con questo incipit Herman Melville dà avvio a Moby Dick,  uno dei suoi più noti romanzi.  Il libro pubblicato per la prima volta a New York nel 1851 narra il viaggio della baleniera Pequod e le avventure intraprese dai membri del suo equipaggio, sotto la guida del leggendario e famigerato capitano Achab.

Chiamatemi Ismaele. Alcuni anni fa – non importa quanti esattamente – avendo pochi o punti denari in tasca e nulla di particolare che mi interessasse a terra, pensai di darmi alla navigazione e vedere la parte acquea del mondo. E’ un modo che io ho di cacciare la malinconia e di regolare la circolazione.Ogni volta che m’accorgo di atteggiare le labbra al torvo, ogni volta che nell’anima mi scende un novembre umido e piovigginoso, ogni volta che mi accorgo di fermarmi involontariamente dinanzi alle agenzie di pompe funebri e di andar dietro a tutti i funerali che incontro, e specialmente ogni volta che il malumore si fa tanto forte in me che mi occorre un robusto principio morale per impedirmi di scendere risoluto in istrada e gettare metodicamente per terra il cappello alla gente, allora decido che è tempo di mettermi in mare al più presto. Questo è il mio surrogato della pistola e della pallottola. Con un bel gesto filosofico Catone si getta sulla spada: io cheto cheto mi metto in mare. Non c’è nulla di sorprendente in questo. Se soltanto lo sapessero, quasi tutti gli uomini nutrono, una volta o l’altra, ciascuno nella sua misura, su per giù gli stessi sentimenti che nutro io verso l’oceano.
 
H. Melville, Moby Dick o la Balena, traduzione di Cesare Pavese, Adelphi, Milano. 9. ed. 2004

Ripercorrendo l’ inizio del libro, nella melanconica traduzione italiana di Cesare Pavese che ho qui sopra riproposto, scopriamo come Melville trasferisca “per mare” tutte le passioni,  le ansie e le aspettative di coloro che si recavano alla volta dell’ America, il Nuovo Continente in cui riporre  speranza e cercare fortuna.

 

Sarà proprio lo scrittore americano a scrivere nel precedente libro White-Jacket (1850) una sintomatica definizione che conferì significato di epopea religiosa alla “missione” dei nuovi pionieri:

We Americans are the peculiar, chosen people — the Israel of our time; we bear the ark of the liberties of the world […] We are the pioneers of the world, the advanceguard sent on through the wilderness of untried things, to break  a new path in the New World that is ours.

Dunque Melville, trovò alimento letterario, proprio in ciò che viveva in prima persona, che aveva sotto gli occhi: il nostro pensiero non deve andare solamente alle sue esperienze di marinaio a bordo di varie spedizioni navali, ma soprattutto deve essere rivolto verso i vasti territori degli USA e le imprese dei primi coloni che abbandonando il “provinciale” New England si dirigono verso West.

Melville non interpreta solo il fascino mistico rappresentato dal viaggio e dall’ ignoto, sin dal suo scritto di esordio Typee. Avventura in Polinesia (1846), propone storie che suonano quasi come appelli ad una vita libera ed a contatto con la natura, con l’ aggiunta di un moderno fascino documentaristico.

Fin dai suoi primi scritti Melville decide di inserire pagine di tono scientifico e nel desiderio di raccontare la “verità” in Typee aggiunge anche una carta geografica; il fascino della “rivelazione” però arriva con Moby Dick: al lettore, come in precedenza, non sono risparmiate lunghe digressioni tecniche ed enciclopediche, talvolta perfino pedanti, ma soprattutto vengono scelti per i protagonisti nomi capaci di suggerire il senso di tutto il viaggio narrato.

Se in Typee il messaggio è rappresentato dalla diserzione dalla nave alla volta di un mondo selvaggio, di una terra nuova ed incontaminata, in Moby Dick, attraverso l’ allegoria epica del viaggio per mare, si richiamano le spedizioni reali verso il West.

Dunque potremmo dire che mentre Achab cerca il senso della sua vita nelle profondità oscure dell’ oceano, il pioniere le ricerca nella frontiera e nella wilderness.

Inoltre Achab, Elijah, Gabriel, Ishmael sono senza dubbio nomi tratti dalle sacre scritture, ma nomi simili erano comuni nel New England e Melville ha legittimamente attinto dalla quotidianità creando una tensione tra piano narrativo e quello della cronaca del tempo.

A questa ricerca della verità, a tratti ingenua e in parte inconsapevole, egli sarà capace di aggiungere il messaggio “biblico” e contemporaneamente la vocazione, lo spirito che animava gli americani dell’ epoca,  proprio a partire da una rielaborazione di esperienze personali.

Naturalmente siamo consapevoli dei limiti della lettura proposta. I viaggi proposti da Melville è chiaro come non siano né semplici cronache, né una trovata letteraria, neppure il semplice desiderio di evocare citazioni epiche e letterarie: si tratta chiaramente di viaggi  ed avventure dal significato universale, proprio come universale è la vicenda degli esploratori  delle ignote terre del West tra desiderio di affermazione e paura dell’ ignoto.


Bene! ovvero il massacro dei classici.

dicembre 6, 2011

Ho conosciuto Carmelo Bene quando ero un giovane studente universitario. Ho imparato ad amare le sue dissacranti operazioni sui classici e nel suo dissenso, nelle sue operazioni di decostruzione, nelle sue “sovrapposizioni” ho visto come i sogni di una vita possano essere la vita stessa di una persona.

La poesia, non serve a comunicare, serve se stessa, non si pone il problema di spiegare, solo le vele si spiegano al vento. La poesia è essenzialmente un grande vuoto.


Walter Gropius a Roma

settembre 30, 2011

Il video è un breve estratto dalla trasmissione RAI “Arti e Scienze” in cui si parla della mostra “Bauhaus”, tenutasi presso la Galleria Nazionale d’ Arte Moderna di Roma tra il 20 Novembre e il 5 Dicembre 1961.

La voce narrante è di Emilio Garroni che conduce l ‘intervista a Walter Gropius dopo un breve antefatto. Da notare il polemico cammeo di Bruno Zevi che contesta l’ esperienza didattica del Bauhaus (l’ intervento di Zevi in realtà è più lungo di quello visibile nel filmato).


Aforisma 8

settembre 18, 2011

Spesso la società perdona il criminale,

mai perdona il sognatore.

Oscar Wilde


Tirannide

settembre 14, 2011

Tirannide indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d’impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

(da Della Tirannide, libro 1, cap. 2)

Vittorio Alfieri


Aforisma 7

settembre 13, 2011

Bisogna essere folli per essere chiari

Pier Paolo Pasolini


Parco a tema della resistenza a Mleeta (Beirut)

giugno 6, 2011

Una nuova forma di monumento? Contemporaneità portata all’ eccesso? Profanazione della sacralità della memoria?

Sarebbe troppo semplice pensare che gli ideatori del Landmark turistico della Resistenza araba a Mleeta non si siano posti alcuni quesiti specifici nell’ elaborare il progetto che presentiamo.

Dal sito internet ufficiale riportiamo la seguente descrizione di questo particolarissimo progetto:

“Essendo il primo del suo genere, questo luogo indaga la memoria di una fase della storia del Libano. Questo è un museo naturale, circondato dalla natura affascinante e dalle montagne. Il suo scopo è quello di preservare i luoghi in cui vivevano i Mujahideen, dando alle persone la possibilità di conoscere lo stile di vita e l’esperienza unica della resistenza islamica contro il nemico israeliano, dal momento dell’ occupazione di Beirut nel 1982. Questo monumento, punto di riferimento di Mleeta, contribuisce al rafforzamento del movimento turistico nel sud del Libano, favorendo la cooperazione tra le città e i villaggi del sud che sono stati oscurati dalla mappa politica, sia a causa di negligenza cronica che dell’ occupazione dei territori”.

Non si tratta dunque di un monumento semplicemente per celebrare e/o per ricordare. Il tentativo è più ampio e a tratti meno prosaico: questo parco a tema/ landmark è anche un museo della propaganda per raccontare una storia alternativa, per parlare di Hezbollah dal punto di vista arabo. E’ un monumento ad una morale capace di scardinare la dottrina della “deterrenza” imposta dalla legge del più forte.

Inoltre nelle intenzioni degli autori vi era l’ idea di fornire al territorio una vera e propria attrazione turistica.

Le implicazioni di tali scelte potrebbero essere discusse a lungo, per ora ci soffermiamo su un elemento che ha particolarmente attratto la nostra attenzione, ovvero l’ utilizzo a fini espositivi –e non solo- delle armi.

Se negli intenti della realizzazione si trova una rivendicazione politica,  l’ impiego di elmetti, munizioni, fucili, sacchi di sabbia, maschere antigas, barelle, bombe, e artiglieria di vario tipo come elementi che partecipano attivamente alla creazione degli spazi e dei percorsi rende evidente tutto il dramma della guerra.

Armi dunque utilizzate in maniera non retorica come al contrario avviene in molti monumenti che si vedono nelle nostre piazze in cui i cannoni vengono esposti ad imperitura memoria di gloriosi e virili eroi da celebrare senza interrogarsi sull’ orrore e sulla violenza della battaglia, sulle paure e la miseria della condizione umana.

La scelta specifica di non esporre solamente armi a lungo raggio –che dal punto di vista psicologico liberano l’ uomo dagli istinti personali aggressivi e/o assassini- ribadisce il discorso portando l’ attenzione del visitatore non solo alla disparità di mezzi ma anche alla precaria condizione del soldato che deve difendersi “personalmente”.

Per tale motivo il percorso è progettato per portare il visitatore nei nascondigli sotterranei dei combattenti libanesi e il paesaggio è stato plasmato per evidenziare tutte le sue asperità oltre che per simulare le condizioni di vita spartane dei combattenti.

Il luogo centrale del grande parco-monumento è tuttavia “The Abyss”, il grande vuoto caratterizzato da una lunga rampa circolare dalla quale si osservano i relitti della guerra e dell’ odio: il tutto è rappresentato come un’ esplosione cristallizzata che sembra investire sia i visitatori sia gli edifici circostanti.

Non importa che i cannoni e i carri armati che sprofondano nella terra che una volta era la base di Hezbollah siano israeliani. L’ importante è che affondino “in the abyss” portandosi via tutte le armi, nella speranza, un giorno, che il mondo non abbia né muri né confini.


Aforisma (6)

giugno 6, 2011

Ci sedemmo dalla parte del torto visto che tutti gli altri posti erano occupati

Bertolt Brecht


Surfing Complexity- The work of Marcello Guido

aprile 21, 2011

The line dominates the volume and activates the plains. The line, traced in the void or around the edge, effectively writes architecture. This is what fascinates me most, and I’m drawn to it because nothing in architecture is more difficult than to submit both the volume and the surfaces to the line. It’s fair to say that in this architectural exercise, Marcello Guido stands alone, totally alone. (Claude Parent)

Guido’s complex, angular, shifting vocabulary of the incomplete has no grid, no primary order, so it has allowed a tentative assembly of elements set where required for one reason or another. (Peter Blundell Jones)

Guido’s architecture appears as an un-finished piece of work, as an open investigation that discourages any preconceived answer, and it often appears disquieting for this very reason [...]  There is nothing in Piazza Toscano, in that perplexed architecture, that hints to the new man, or to the humanity of the future. The reference is to another kind of man, another kind of humanity that sleeps in hiding among the ignored possibilities of the present. In short, the square is not conceived for parking cars, but for welcoming neighborhood associations, where the local dialect resonates, filled with words that come from Greek and Latin. (Franco Piperno)

Facades, sections and plans collapses upon each other. Lines drawing invade the nearby space, hooking it and dragging it toward himself. Abstract views join togheter, and so it is impossible to find the subject. An architectural detail appears to the centre of a plan, so it looks like a piece of a huge structure. Lines are ferociously manipulated, color patterns shade off into sky, then into a glass wall, in the end an earthwork merges itself with a remote facade. Sections get independence from other draw from other drawings: they mirror each other, they overlap each other, they give too much information. Erasures and cleanings become instrument to explore the form. (Emmanuele Jonathan Pilia)

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Surfing Complexity- The work of Marcello Guido

Edited by Luca Guido | Marcello Guido

Texts by Alexander Aguilar | Manuel Yanuario Arriola | Peter Blundell Jones | Boris Brollo | Paolo Vincenzo Genovese | Luca Guido | Claude Parent | Emmanuele Jonathan Pilia | Franco Piperno | Carlos Villagomez

Ed. Libria, Melfi, 2011

Introduction (Back to the critic)

This book, that shares the destiny of many publications, is born as a witness.  It is the witnessing of a work that started more than 30 years ago, at the end of the ‘70s. It has been long time since Bruno Zevi and Sergio Musmeci were commenting the work of a young architect, who was then 26, presented at the competition Einstein’s space-time and the architectural process.  That competition, organized by the Department of Architecture of the University of Rome for the centennial of Albert Einstein birth, was the first step of a research, uninterrupted since then. The first prize was won by Reima Pietilä,  ex aequo with Luigi Pellegrin.  The second prize was won by Marcello Guido, together with others of equal merits. In the debate organized in October 1979, Sergio Musmeci, regarding the project presented by Guido asserted: “[…] Guido’s project may seem limited especially if it observed in the draft; however, if you look carefully at it, you will see that there are some overlapping and reversed sections.  This is the most interesting part.  The project clearly hints at a spatial wealth based, above all, on a kind of explosion of the traditional space, with fragments scattered all over around […].  He proposes, especially, to imagine living inside these spaces.  If we live inside them, we cannot forego a space conception that brings us close to a kind of relativism.  There are no centers, no privileged points, no privileged plans, nor are there any privileged directions.  The project’s value resides in the clear assumption that some facts lead to relativity.  It may be difficult to draw a conclusion; perhaps, from this point of view it can be seen that a definite compositional strength belongs to the hand of this architect, beyond the space representation.  Here the Einstein’s space is represented together with his poetics over it, being this probably its highest value”. (1) It is a synthetic evaluation that however reveals to us a deep critical understanding of Marcello Guido’s essential work.  It is, as well, a reading key that even today is rich with indications. In that occasion, Zevi pronounced a few clever and concise observations, informing us that in Guido’s project “there are no elements of expressionism; there is indeed an expanding space, very fragmented; let’s just look at the layout […] it is very refined”. (2) Despite the fact that the intentions of the architect, according to his saying, are in the wake of the expressionist research, it should be noted that this event is at the origin of some critical success in the milieu of the Roman architects that were Zevi’s students.  As matter of fact, the chance offered by that competition was, in some way, unique and very meaningful.  Zevi himself, some years later, underlined this by evoking the episode in the pages of L’Espresso. (3) Later, in 1997, Marcello Guido’s work was inserted in Zevi’s book Storia e Controstoria dell’Architettura in Italia (4) and, in 1998, in the book, also by Zevi,  Linguaggi dell’Architettura Contemporanea (5). However, the quotations in these books did not bring to Guido a real and shared critical success and nor, up to the present, a proven professional success.  Because of this, he has become indifferent to the communications anxieties, the expectations of success, the advertisements’ obsessions/ostentations. We must add another observation.   The marginalization that I am mentioning is also the result of a precise and intentional choice, induced by Zevi himself:  the advice to move away from the university and, even more, the suggestion, not put in practice, of not getting his doctorate was probably presenting, for the young Guido, broader and brighter horizons than those offered by the provincial environment of Calabria. Going back to critical literature, the work by Cesare De Sessa, Guido’s friend orbiting in Zevi’s circle, has been unique as much precious.  He followed the project’s course of Marcello Guido since the beginning, that is since the Temporization of the Maxentius’s Basilica (6).  He has also reviewed a number of works; above all he has investigated the language and thought in rapport with the contemporary time and with modernity in architecture. The first monographic work about Marcello Guido (7), published as a catalogue for an exhibit at the Sala 1 Gallery in Rome, in 1999 was also done by De Sessa.  To him is also due the collection of all the critical presentations on Guido’s architectures that had been published on the pages of L’Architettura, cronache e storia (8), the only magazine that reviewed all Guido’s works, until it ended its publication. De Sessa’s work, that was for long time as a single voice, in 2008 has received a critical verification with the pocket book by the publisher Mancosu (9) in which appeared the interesting essay by Laura Thermes on the expressivity of Marcello Guido’s architectures and interview conducted by Giovanni Damiani.  Other publications in books and magazines, although of good quality, practically can be counted with the fingers of one hand (10).  Even the participations of Guido at events in which he was involved were very limited, although quite prestigious:  the prize at the competition and conference Paesaggistica e linguaggio grado zero (Landscaping and zero degree in Architecture) (11) in Modena, organized by Bruno Zevi, the exhibit, within the show Dal futurismo al futuro possibile (From Futurism to the possible future) by Franco Purini and Livio Sacchi at the Tokyo Design Centre (12), the winning of a prize Daedalus-Minos (13)  in 2001, the invitation to the XVI BAQ Biennale Panamericana di Quito (XVIth Pan-American Biennial of Quito) in 2008 and, lastly, the series of lectures held in Guatemala in 2009. This book is then born as a witnessing, with the hope that it can present, in an orderly way, a work that is still unknown to many. For this reason, this introduction must be interpreted simply as a sort of a reasoned bibliography that is supporting the photographic material, the critical texts and the drawings that animate the book along autonomous and independent paths.  Having cleared this aspect, the book could however risk of being considered as the result of a partially autobiographic and self-celebratory vision. Let’s say right now that if this is the way it appears, it was not intentional. Our intention is, on the contrary, to receive further stimuli from those who will want to criticize and analyze the works presented in these pages. A warning is, however, dutiful.  Every project must be understood as a contribution placed within a broader research.  This book intends to prove exactly this finality. At the same time, we hope that we will be able to provide some incentives to others and raise some desire for proposals in those who, by chance or by choice, will run into these pages. We are completely aware of the limits of the detailed architectures and of the context in which they were born.  It is also because of this, that the book is addressed only to a few persons. There is no intention of advertising.  All the works developed in the course of a life entirely dedicated to work and research denounce, on our opinion, just the opposite: the distance from fashion and common places, from easy exhibitionism and groups of power. It is a work mostly done in loneliness, both practically and intellectually, and because of this we do not believe the easy advertisements that are possible for others. At the same time, we think that a disciplinary strictness, a love for history, an attempt to abstract the thought in architecture, so exasperated that at times it looks subversive, are emerging. The reader is not therefore pressed to “share” something, or to approve.  Rather he is simply pressed “not to ask the word that squares out every side” (14), not to search for resolution formulae.

[1] Musmeci S. , L’ Architettura, cronache e storia, n. 290, 1979; p. 707

[2] Zevi B., ibidem, p. 709

[3] Zevi B., L’ Espresso, n. 30 anno XL  29 Luglio 1994

[4] Zevi B., Storia e Controstoria dell’ Architettura in Italia, Newton, Roma, 1997, pp. 602-607, 728

[5] Zevi B., Linguaggi dell’ Architettura Contemporanea, Etas libri, Milano, 1998, p. 111

[6] De Sessa C., Le radici storiche del Movimento Moderno, Plotino e l’ architettura, Universale Architettura,  Dedalo, Bari, 1984.

[7] De Sessa C., Marcello Guido. L’impegno nella trasgressione, CLEAN, Napoli 1999, p. 15.

[8] See bibliography

[9] AA.VV., Espressioni contemporanee, Marcello Guido, Gruppo Mancosu Editore, Roma 2007,

[10] See bibliography

[11] Cfr. Zevi B., Paesaggistica e linguaggio grado zero dell’architettura, Canal & Stamperia, Venezia, 1999.

[12] Cfr.  Purini F., Sacchi L., Dal futurismo al futuro possibile nell’ architettura italiana contemporanea, Skira, Milano, 2002

[13] Cfr. Battaglia S., Gabbiani M., Catalogo Premio Internazionale Dedalo/Minosse alla committenza di architettura, L’ Arca Edizioni, Milano, 2002

[14] Montale E., “Non chiederci la parola…” in Ossi di Seppia, Mondadori, Milano, 2003

 


Università per ricchi: 40 mila euro di reddito per fare il professore a contratto

marzo 3, 2011

Chi mi conosce, conosce bene anche la mia opinione sull’ università e sulla riforma: penso che non serva alcuna riforma; le strutture universitarie, i loro apparati, i meccanismi di accesso all’ insegnamento e alla ricerca andrebbero totalmente ripensati, rivoluzionati. Allo stesso modo gran parte del corpo docente dovrebbe essere rinnovato e sostituito: alludo ai professori privi di qualsiasi vocazione e incapaci di fornire reali stimoli di crescita civile e culturale.  Nel testo della legge di riforma si era vista qualche rara buona intenzione, ma gli emendamenti sono stati capaci di peggiorare per quanto possibile la situazione. In particolare un emendamento “antiprecari”, palesemente discriminante, che come riferiscono le cronache è stato voluto dal Pd ed è passato quasi sotto silenzio sentenziando l’ ennesima congiuntura politica tra parti virtualmente avverse. Tale emendamento pone come requisito di idoneità all’ insegnamento per gli incaricati non di ruolo  un reddito superiore ai 40mila euro. Tutto questo per evitare forme di precariato, si giustificano i sottoscrittori dell’ emendamento, poichè bisogna  scontare il fatto che molti contratti sono gratuiti o per poche migliaia di euro per un semestre. E così molti, da precari diventano disoccupati. Potranno continuare a fare i precari come collaboratori alla didattica, tutor o esercitatori, regredendo ulteriormente nella scala sociale ed in quella dei titoli universitari. Inutile dire che il provvedimento colpisce i più giovani e i volontari, spesso sprovvisti del fatturato richiesto. Il merito misurato col reddito è una mortificante discriminazione partorita da menti obnubilate dall’ ignoranza e dal pregiudizio, perché dimostrano tutta l’ incapacità della politica di riflettere ed immaginare le conseguenze delle proprie azioni. Ad un mondo fatto di cultura, onestà ed immaginazione viene anteposto quello basato sul reddito, a destra come a sinistra. Un mondo basato sul consolidarsi dei diritti acquisiti in una forma primordiale ed ancestrale.  Al di là di tutto ho avuto numerose rassicurazioni da docenti che tale articolo sarà modificato, così come altri articoli. Spero che sia così, ma nel frattempo credo che sia necessario parlarne e combattere l’ inedia con l’azione.

Tuttavia nella vicenda c’è una cosa che mi lascia particolarmente amareggiato.

Giorgio Napolitano, nel promulgare la legge di riforma dell’ università, ha contestualmente evidenziato “talune criticità”, aggiungendo malinconia a tristezza.

In una nota diffusa dal Quirinale ed inviata al Presidente del Consiglio dei Ministri spiega  infatti quali siano i problemi con parole meste, placide, dal tono burocratico e velatamente indifferente. Una composta osservazione che demanda ad altri le responsabilità.

“Promulgo la legge, ai sensi dell’art. 87 della Costituzione, non avendo ravvisato nel testo motivi evidenti e gravi per chiedere una nuova deliberazione alle Camere, correttiva della legge approvata a conclusione di un lungo e faticoso iter parlamentare. L’attuazione della legge è del resto demandata a un elevato numero di provvedimenti, a mezzo di delega legislativa, di regolamenti governativi e di decreti ministeriali; quel che sta per avviarsi è dunque un processo di riforma, nel corso del quale saranno concretamente definiti gli indirizzi indicati nel testo legislativo e potranno essere anche affrontate talune criticità, riscontrabili in particolare negli articoli 4, 23 e 26. Per quel che riguarda l’articolo 6, concernente il titolo di professore aggregato – pur non lasciando la norma, da un punto di vista sostanziale, spazio a dubbi interpretativi della reale volontà del legislatore – si attende che ai fini di un auspicabile migliore coordinamento formale, il governo adempia senza indugio all’impegno assunto dal Ministro Gelmini nella seduta del 21 dicembre in Senato, eventualmente attraverso la soppressione del comma 5 dell’articolo. Per quanto concerne l’art. 4 relativo alla concessione di borse di studio agli studenti, appare non pienamente coerente con il criterio del merito nella parte in cui prevede una riserva basata anche sul criterio dell’appartenenza territoriale. Inoltre l’art. 23, nel disciplinare i contratti per attività di insegnamento, appare di dubbia ragionevolezza nella parte in cui aggiunge una limitazione oggettiva riferita al reddito ai requisiti soggettivi di carattere scientifico e professionale. Infine è opportuno che l’art. 26, nel prevedere l’interpretazione autentica dell’art. 1, comma 1, del decreto legge n. 2 del 2004 sia formulato in termini non equivoci e corrispondenti al consolidato indirizzo giurisprudenziale della Corte Costituzionale. Al di là del possibile superamento – nel corso del processo di attuazione della legge – delle criticità relative agli articoli menzionati, resta importante l’iniziativa che spetta al governo in esecuzione degli ordini del giorno Valditara e altri G 28.100, Rusconi ed altri G24.301, accolti nella seduta del 21 dicembre in Senato, contenenti precise indicazioni anche integrative – sul piano dei contenuti e delle risorse – delle scelte compiute con la legge successivamente approvata dall’Assemblea. Auspico infine che su tutti gli impegni assunti con l’accoglimento degli ordini del giorno e sugli sviluppi della complessa fase attuativa del provvedimento, il governo ricerchi un costruttivo confronto con tutte le parti interessate”. (fonte:  http://www.repubblica.it/scuola/2010/12/30/news/napolitano_universit-10718988/ )

Questa nota è un problema di altro ordine. Rappresenta quel genere di persona, efficiente, ligia al proprio dovere ed al proprio lavoro da poter apparire  allo stesso tempo autorevole ed indifferente, burocratica e disumana.

Questo genere di persone, rappresentano il modello di efficienza e rispettabilità politica inauguratosi col contemporaneo,  con il ’900.

Quando alle sperequazioni si risponde con tono sommessamente burocratico, ad evidenti ingiustizie si risponde con anestetiche osservazioni, la politica con l’ uomo perde quello che ha di umano. Ti viene in mente che forse di questo modello di persona e di politico non ce ne libereremo mai.


The Maunsell Sea Forts

gennaio 27, 2011

Le architetture militari hanno da sempre esercitato grande fascino. I più grandi architetti si sono cimentati nella progettazione di opere atte alla difesa del territorio e delle città. Da Michelangelo a Sanmicheli.  E’ strano come un assurda sfortuna storiografica circondi queste opere che trasmettono un fascino estremo e dirompente. Lo storico Charles de Tolnay ha portato alla ribalta della critica le affascinanti visioni michelangiolesche per le fortificazioni fiorentine. Una mente raffinata come Paul Virilio ha invece posto all’ attenzione della critica gli spazi brutali(sti) invasi da squarci di luce dei bunker della costa atlantica nel suo libro Bunker Archeologie.

Qui sopra potete ammirare un’ immagine dei Maunsell Sea Forts. Si tratta di piccole piattaforme su pali collocate nell’ estuario del Tamigi e del Mersey costruite durante la seconda guerra mondiale a difesa del Regno Unito. Il loro nome ricorda quello del progettista, Guy Maunsell, ingegnere inglese di origini indiane.  Su queste fortificazioni nacque il Principato di Sealand, esperienza che richiama idealmente quella di Isola delle Rose, e dai piccoli fortini nacque anche una radio pirata.


Partita a scacchi. Thinking Duchamp

gennaio 27, 2011

Julian Wasser – Marcel Duchamp and Eve Babitz, 1963


Aforisma (5)

gennaio 10, 2011

Il vero, il solo modo che ha la nostra epoca di prendere coscienza di se stessa, è di definirsi rispetto al passato: solo così possiederà il futuro.

Cesare Brandi


Aforisma (4)

dicembre 7, 2010

Lo spazio è una cosa effimera. Inafferrabile. Ci sono milioni di soluzioni possibili e nessuna è giusta. E’ questo che mi piace.

Frank Gehry


The Hollywood Tower: Rem Koolhaas e Russ Meyer

dicembre 2, 2010

Rem Koolhaas (Remment Lucas Koolhaas) è oggi uno degli architetti più noti al mondo. Tuttavia, come spesso accade con le persone ancora in vita, la sua biografia non è stata scandagliata con la dovuta sistematicità critica da quanti studiano il suo lavoro. Tale fenomeno è in parte attribuibile al fatto che le pubblicazioni risultano limitate dal taglio meramente divulgativo dovuto al contesto “giornalistico” in cui le notizie su Rem Koolhaas sono via via apparse. Inoltre gli intervistatori sono spesso mossi  dal semplice gusto della curiosità, del fare notizia, circa le vicende umane e gli episodi avvenuti in precedenza. Tuttavia tra questi numerosi contributi giornalistici alla biografia e al pensiero di Koolhaas, uno dei più rilevanti è senza dubbio rappresentato dall’ intervista realizzata dal settimanale Der Spiegel a cura di Matthias Matussek e Joachim Kronsbein nel marzo del 2006. Intitolata “Evil Can also Be Beatiful rappresenta una veloce ma suggestiva analisi dei rapporti tra politica e architettura, con stimolanti considerazioni sulla città contemporanea e sul ruolo dell’ architetto oggi. Sostanzialmente una riflessione disincantata sulla condizione di postmodernità in cui noi tutti ci ritroviamo oggi: emerge soprattutto la statura di Koolhaas come critico,  statura confermata da fortunate pubblicazioni e taglienti pamphlet. Gli scritti di Koolhaas hanno un valore di gran lunga superiore a quello della sua architettura che al contrario rende evidente gli scollamenti tra teoria e prassi, tra critica al sistema capitalista contemporaneo e volontà di scendere a patti con esso.

Frasi programmatiche come “accept the world in all it’s sloppiness and somehow make that into a culture” rivelano il senso estetico e la consapevolezza della complessità dell’ architettura contemporanea, ma a tratti sembrano anche una sconfortata dichiarazione in bilico tra cinismo e un certo nichilismo radical-chic: Rem Koolhaas prefigura un’ architettura ideologicamente antiprogressista o antimodernista (cioè “indifferente” ai problemi della città o della società contemporanea) ed allo stesso tempo una ricerca che tenda al “sublime” ovvero ad una nuova autonomia artistica (cfr. Oedipus Rem, An Interwiew with Rem Koolhaas, a cura di  Lynn Becker). Ma tale metodo investigativo e di analisi può configurarsi concretamente in una “messa in scena” architettonica? Per rispondere a tale domanda ci viene in aiuto proprio la sopracitata intervista pubblicata su Der Spiegel in cui Koolhaas ci parla della “Hollywood tower”, ovvero di quello che probabilmente è il suo primo lavoro teorico/architettonico:

I wrote it in 1974 with Rene Daalder, and it consists of three levels. At the first level, wealthy Arabs buy up the Hollywood film archive and build a computer with which any star can be put back on the screen. The second level deals with the Nixon administration, which spends a fortune helping out-of-work actors — including Lassie — get jobs in the movies again. Finally, the third level is about Russ Meyer, of course, who is shooting a porn film — the last form of humanism.

In altre parole la città in forma di unico edificio in cui l’ architettura non è altro che il piedistallo, il palco dell’ exploitation contemporanea: la violenta estetizzazione del “soggetto-oggetto” corrisponde per contrappasso alla sua stessa possibilità di utilizzazione e sfruttamento in senso commerciale. Non è un caso che Rem Koolhaas sottoponga proprio a Russ Meyer,  il regista di “Faster, Pussycat! Kill! Kill!” tanto amato da Quentin Tarantino,  il manoscritto/sceneggiatura della “Hollywood tower”: il disinteresse del regista nei confronti dell’ ambiziosa sceneggiatura chiuderà definitivamente la parentesi di Koolhaas nel mondo del cinema. (1)

Né il testo della  “Hollywood tower” né i motivi del disinteresse di Meyer sono stati sufficientemente analizzati:  in attesa che qualche studioso compia delle indagini su questo scritto, possiamo solo ipotizzare la mancanza di ironia in quel lavoro di Koolhaas. Se Meyer utilizzava donne avvenenti e prosperose come improbabili protagoniste dei suoi film, satira di una società estetizzata dal sesso e dalla violenza, la descrizione della sceneggiatura koolhaasiana si presentava al contrario come un caleidoscopio premonitore di una realtà estetizzata dal denaro e dalla “crisi”. Nessuna ironia dunque nel giovane Koolhaas: la “Hollywood tower” era un messaggio che voleva essere innanzitutto un’ affermazione capace di prefigurare una realtà oggi dannatamente vera.

(1)

http://www.imdb.com/name/nm0465549/

http://www.bromet.nl/home/130

http://www.polytechpress.com/rem-koolhaas-oma-the-construction-of-merveilles/

Rem Koolhaas negli anni ‘60, studente presso la  Nederlandse Film en Televisie Academie di Amsterdam diretta da suo padre Anthonie, ha fatto parte del gruppo di cineasti denominato “1,2,3 Groep” con Rene Daalder, Samuel Meyering, Jan de Bont e Frans Bromet. Di questa esperienza ci rimangono alcuni film tra cui: 1,2,3 Rhapsodie, 1964; Body and Soul, 1966; De blanke Slavin. Intriges van een decadente zonderling, 1969.


Aforisma (3)

novembre 29, 2010

Mi contraddico?

Ma certo che mi contraddico, sono grande, contengo moltitudini.

Walt Whitman


Aforisma (2)

novembre 27, 2010

Non prendete la vita troppo sul serio, comunque vada non ne uscirete vivi.

Robert Oppenheimer


Another Rem

novembre 24, 2010

Lebbeus Woods, nel suo interessante blog, ha pubblicato nell’ Ottobre 2009 una breve riflessione su Rem Koolhaas. Rivolgendo la memoria alle vicende del concorso del Parc de la Villette rievoca un Rem Koolhaas di cui in effetti non sentiamo più parlare da tempo.

L’ architetto di S,M,L,XL (co-curatore assieme al grafico Bruce Mau) un tempo innovativo, provocatore, critico, appare oggi agli occhi di Woods, e anche ai nostri, meno stimolante di allora.  Negli ultimi anni si è dedicato essenzialmente al ruolo di divulgatore, di comunicatore della contemporaneità, finendo il più delle volte per comunicare comunicazione: il significato architettonico di utilizzare fotomontaggi volutamente kitsch o pastiche allegorici affiancati a grafici e statistiche a volte ci sfugge, mentre ci sfugge completamente quando la “messa in scena” trasforma la grafica e le immagini di quotidiani e settimanali in un meccanismo di ironica ostentazione informativa che ripercorre evidenti luoghi comuni.

Se  Rem Koolhaas in Content ci dice che  “Architecture is a fuzzy amalgamation of ancient knowledge and contemporary practice, an awkward way to look at the world and an inadequate medium to operate on it”, evidentemente non può non pensare che tale  inadeguatezza non si intraveda anche nei compromessi visibili in alcuni suoi progetti. Progettare edifici che ricordano la Death Star (la Morte Nera) di Star Wars (o un modello di radio della Panasonic?) e realizzare una Concert Hall come quella di Porto estremamente complessa nella sua “forma” esteriore ed allo stesso tempo estremamente banale e consueta, un semplice rettangolo, nella sala vera e propria da concerti ci sembra uno spettacolo sufficientemente “commestibile” al grande pubblico.

Tuttavia lo stesso Koolhaas non ha mai nascosto i suoi ammiccamenti al sistema mercato, le sue ambigue relazioni con le forze della globalizzazione, col contestato e allo stesso tempo contemplato capitalismo dello Y€$. In via ulteriore possiamo aggiungere che Koolhaas ha manifestato più volte un certo conformismo da salotto radicale, luogo ideale dal quale denunciare le complessità e le contraddizioni del contemporaneo e dal quale promuovere gradevoli chiccherie in forma di progetti o fotomontaggi dalle apparenze (o forme) complesse e dai contenuti spesso ameni. Rem Koolhaas appare dunque come una macchina duale, capace di confezionare prodotti architettonici, di sfornare ricette urbanistiche pronte a vari usi (alludendo ai progetti per Dubai, non importi che ci si trovi in mezzo al deserto o in mezzo ad una darsena marina), si può perfino permettere, attraverso AMO/OMA, di essere una macchina celibe per produrre ricerca: è un vero peccato che la perfetta macchina dell’ archistar sommerga di “pubblicità” quanto di interessante egli riesca tuttavia a suggerire.


Aforisma

novembre 21, 2010

“C’è al mondo una sola cosa peggiore del far parlare di sé: il non far parlare di sé”.

da Il ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde


Tre storie della mia vita: discorso di Steve Jobs all’ Università di Stanford

ottobre 30, 2010

Questo discorso ci offre una serie di spunti di riflessione molto interessanti. La capacità di mettersi in gioco, di imparare dai propri errori, di avere fiducia in noi stessi sono doti importanti per chi si avvia a svolgere una professione come quella dell’ architetto. La forza di rigenerarsi e l’ invito a guardare le cose da una prospettiva diversa, coraggiosa, ci sembrano inviti a  cui non si deve rinunciare, ma sono anche esortazioni molto simili a quelle lasciate dai grandi maestri dell’ architettura: fare dei propri ideali e del proprio lavoro una scelta di vita.

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Voglio raccontarvi tre storie della mia vita. Tutto qui, niente di eccezionale: solo tre storie. La prima storia è su una cosa che io chiamo ‘unire i puntini’ di una vita. Quand’ero ragazzo, ho abbandonato l’università, il Reed College, dopo il primo semestre. Ho continuato a seguire alcuni corsi informalmente per un altro anno e mezzo, poi me ne sono andato del tutto. Perché l’ho fatto? è iniziato tutto prima che nascessi. La mia mamma biologica era una giovane studentessa universitaria non sposata e quando rimase incinta decise di darmi in adozione. Voleva assolutamente che io fossi adottato da una coppia di laureati, e fece in modo che tutto fosse organizzato per farmi adottare sin dalla nascita da un avvocato e sua moglie. Però, quando arrivai io, questa coppia – all’ultimo minuto – disse che voleva adottare una femmina. Così, quelli che poi sarebbero diventati i miei genitori adottivi, e che erano al secondo posto nella lista d’attesa, ricevettero una chiamata nel bel mezzo della notte che gli diceva: “C’è un bambino, un maschietto, non previsto. Lo volete?”. Loro risposero: “Certamente!”. Più tardi la mia mamma biologica scoprì che questa coppia non era laureata: la donna non aveva mai finito il college e l’uomo non si era nemmeno diplomato al liceo. Allora la mia mamma biologica si rifiutò di firmare le ultime carte per l’adozione. Poi accettò di farlo, mesi dopo, solo quando i miei genitori adottivi promisero formalmente che un giorno io sarei andato al college. Questo è stato l’inizio della mia vita.

Così, come stabilito, parecchi anni dopo, nel 1972, andai al college. Ma ingenuamente ne scelsi uno troppo costoso, e tutti i risparmi dei miei genitori finirono per pagarmi l’ammissione e i corsi. Dopo sei mesi non riuscivo a trovarci nessuna vera opportunità. Non avevo idea di quello che avrei voluto fare della mia vita e non vedevo come il college potesse aiutarmi a capirlo. Eppure ero là, che spendevo tutti quei soldi che i miei genitori avevano messo da parte lavorando per tutta una vita. Così decisi di mollare e di avere fiducia, che tutto sarebbe andato bene lo stesso.  Era molto difficile all’epoca, ma guardandomi indietro ritengo che sia stata una delle migliori decisioni che abbia mai preso in vita mia.

Nel momento in cui abbandonai il college, smisi di seguire i corsi che non mi interessavano e cominciai invece a entrare nelle classi che trovavo più interessanti.
Non è stato tutto rose e fiori, però. Non avevo più una camera nel dormitorio, ed ero costretto a dormire sul pavimento delle camere dei miei amici. Guadagnavo soldi riportando al venditore le bottiglie di Coca-Cola vuote per avere i cinque centesimi di deposito e potermi comprare da mangiare. Una volta la settimana, alla domenica sera, camminavo per sette miglia attraverso la città per avere finalmente un buon pasto al tempio degli Hare Krishna: l’unico della settimana. Ma tutto quel che ho trovato seguendo la mia curiosità e la mia intuizione è risultato essere senza prezzo, dopo. Vi faccio subito un esempio.

Il Reed College all’epoca offriva probabilmente i migliori corsi di calligrafia del Paese. In tutto il campus ogni poster, ogni etichetta, ogni cartello era scritto a mano con calligrafie meravigliose. Dato che avevo mollato i corsi ufficiali, decisi che avrei seguito la classe di calligrafia per imparare a scrivere così. Fu lì che imparai i caratteri con e senza le ‘grazie’, capii la differenza tra gli spazi che dividono le differenti combinazioni di lettere, compresi che cosa rende grande una stampa tipografica del testo. Fu meraviglioso, in un modo che la scienza non è in grado di offrire, perché era bello, ma anche artistico, storico, e io ne fui assolutamente affascinato.
Nessuna di queste cose, però, aveva alcuna speranza di trovare un’applicazione pratica nella mia vita. Ma poi, dieci anni dopo, quando ci trovammo a progettare il primo Macintosh, mi tornò tutto utile. E lo utilizzammo per il Mac. è stato il primo computer dotato di capacità tipografiche evolute. Se non avessi lasciato i corsi ufficiali e non avessi poi partecipato a quel singolo corso, il Mac non avrebbe probabilmente mai avuto la possibilità di gestire caratteri differenti o spaziati in maniera proporzionale. E dato che Windows ha copiato il Mac, è probabile che non ci sarebbe stato nessun personal computer con quelle capacità. Se non avessi mollato il college, non sarei mai riuscito a frequentare quel corso di calligrafia e i personal computer potrebbero non avere quelle stupende capacità di tipografia che invece hanno. Certamente, all’epoca in cui ero al college era impossibile per me ‘unire i puntini’ guardando il futuro. Ma è diventato molto, molto chiaro dieci anni dopo, quando ho potuto guardare all’indietro.

Insomma, non è possibile ‘unire i puntini’ guardando avanti; si può unirli solo dopo, guardandoci all’indietro. Così, bisogna aver sempre fiducia che in qualche modo, nel futuro, i puntini si potranno unire. Bisogna credere in qualcosa: il nostro ombelico, il destino, la vita, il karma, qualsiasi cosa. Perché credere che alla fine i puntini si uniranno ci darà la fiducia necessaria per seguire il nostro cuore anche quando questo ci porterà lontano dalle strade più sicure e scontate, e farà la differenza nella nostra vita. Questo approccio non mi ha mai lasciato a piedi e, invece, ha sempre fatto la differenza nella mia vita.

La mia seconda storia è a proposito dell’amore e della perdita

Io sono stato fortunato: ho scoperto molto presto che cosa amo fare nella mia vita. Steve Wozniak e io abbiamo fondato Apple nel garage della casa dei miei genitori quando avevo appena 20 anni. Abbiamo lavorato duramente e in dieci anni Apple è diventata – da quell’aziendina con due ragazzi in un garage che era all’inizio – una compagnia da 2 miliardi di dollari con oltre 4 mila dipendenti.
Nel 1985 – io avevo appena compiuto 30 anni e da pochi mesi avevamo realizzato la nostra migliore creazione, il Macintosh – sono stato licenziato.
Come si fa a venir licenziati dall’azienda che hai creato? Beh, quando Apple era cresciuta, avevamo assunto qualcuno che ritenevo avesse molto talento e capacità per guidare l’azienda insieme a me, e per il primo anno le cose erano andate molto bene. Ma poi le nostre visioni del futuro hanno cominciato a divergere e alla fine abbiamo avuto uno scontro. Quando questo successe, il consiglio di amministrazione si schierò dalla sua parte. Quindi, a 30 anni io ero fuori. E in maniera plateale. Quello che era stato il principale scopo della mia vita adulta era saltato e io ero completamente devastato.
Per alcuni mesi non ho saputo davvero cosa fare. Mi sentivo come se avessi tradito la generazione di imprenditori prima di me; come se avessi lasciato cadere la fiaccola che mi era stata passata. Era stato un fallimento pubblico e io presi anche in considerazione l’ipotesi di scappare via dalla Silicon Valley.
Ma qualcosa lentamente cominciò a crescere in me: ancora amavo quello che avevo fatto. L’evolvere degli eventi con Apple non aveva cambiato di un bit questa cosa. Ero stato respinto, ma ero sempre innamorato. E per questo decisi di ricominciare da capo.
Non me ne accorsi allora, ma il fatto di essere stato licenziato da Apple era stata la miglior cosa che mi potesse succedere. La pesantezza del successo era stata rimpiazzata dalla leggerezza di essere di nuovo un debuttante, senza più certezze su niente. Mi liberò dagli impedimenti, consentendomi di entrare in uno dei periodi più creativi della mia vita.

Durante i cinque anni successivi fondai un’azienda chiamata NeXT e poi un’altra chiamata Pixar, e mi innamorai di una donna meravigliosa che sarebbe diventata mia moglie. Pixar si è rivelata in grado di creare il primo film in animazione digitale, ‘Toy Story’, e adesso è lo studio di animazione di maggior successo al mondo. In un significativo susseguirsi degli eventi, Apple ha comprato NeXT, io sono tornato ad Apple e la tecnologia sviluppata da NeXT è nel cuore dell’attuale rinascimento di Apple. Mia moglie Laurene e io abbiamo una splendida famiglia. Sono sicuro che niente di tutto questo sarebbe successo se non fossi stato licenziato da Apple. è stata una medicina molto amara, ma ritengo che fosse necessaria per il paziente.
Qualche volta la vita ti colpisce come un mattone in testa. Non bisogna perdere la fede, però. Sono convinto che l’unica cosa che mi ha trattenuto dal mollare tutto sia stato l’amore per quello che ho fatto. Bisogna trovare quel che amiamo. E questo vale sia per il nostro lavoro che per i nostri affetti. Il nostro lavoro riempirà una buona parte della nostra vita, e l’unico modo per essere realmente soddisfatti è di fare quello che riteniamo essere un buon lavoro. E l’unico modo per fare un buon lavoro è amare quello che facciamo. Chi ancora non l’ha trovato, deve continuare a cercare. Non accontentarsi. Con tutto il cuore, sono sicuro che capirete quando lo troverete. E, come in tutte le grandi storie d’amore, diventerà sempre migliore mano a mano che gli anni passano. Perciò, bisogna continuare a cercare sino a che non lo si è trovato. Senza accontentarsi.

La terza storia è a proposito della morte.

Quando avevo 17 anni lessi una citazione che suonava più o meno così: “Se vivrai ogni giorno come se fosse l’ultimo, un giorno avrai sicuramente ragione”. Mi colpì molto e da allora, negli ultimi 33 anni, mi sono guardato ogni mattina allo specchio chiedendomi: “Se oggi fosse l’ultimo giorno della mia vita, vorrei fare quello che sto per fare oggi?”. E ogni qualvolta la risposta è no per troppi giorni di fila, capisco che c’è qualcosa che deve essere cambiato.
Ricordarmi che morirò presto è il più importante strumento che io abbia mai incontrato per fare le grandi scelte della vita. Perché quasi tutte le cose – tutte le aspettative di eternità, tutto l’orgoglio, tutti i timori di essere imbarazzati o di fallire – semplicemente svaniscono di fronte all’idea della morte, lasciando solo quello che c’è di realmente importante. Ricordarsi che dobbiamo morire è il modo migliore che io conosca per evitare di cadere nella trappola di chi pensa che abbiamo sempre qualcosa da perdere. Siamo già nudi. Non c’è ragione, quindi, per non seguire il nostro cuore.
Più o meno un anno fa mi è stato diagnosticato un cancro. Ho fatto la Tac alle sette e mezzo del mattino e questa ha mostrato chiaramente un tumore nel mio pancreas. Prima non sapevo neanche che cosa fosse un pancreas. I dottori mi dissero che si trattava di un cancro che era quasi sicuramente di tipo incurabile, che sarei morto entro i prossimi tre, al massimo sei mesi. Quindi sarebbe stato meglio se avessi messo ordine nei miei affari (che è il codice dei dottori per dirti di prepararti a morire). Questo significa prepararsi a dire ai tuoi figli in pochi mesi tutto quello che pensavi di poter dire loro in dieci anni. Questo significa essere sicuri che tutto sia stato organizzato in modo tale che per la tua famiglia sia il più semplice possibile. Questo significa prepararsi a dire i tuoi addio.
Ho vissuto con il responso di quella diagnosi tutto il giorno. La sera tardi è arrivata la biopsia, cioè il risultato dell’analisi effettuata infilando un endoscopio giù per la mia gola, attraverso lo stomaco sino agli intestini, per inserire un ago nel mio pancreas e catturare poche cellule del mio tumore. Ero sotto anestesia ma mia moglie – che era là – mi ha detto che quando i medici hanno visto le cellule sotto il microscopio hanno cominciato a gridare, perché è saltato fuori che si trattava di un cancro al pancreas molto raro e curabile con un intervento chirurgico. Ho fatto l’intervento chirurgico e adesso, per fortuna, sto bene.
Questa è stata la volta in cui sono andato più vicino alla morte e spero che sia anche l’unica per qualche decennio. Essendoci passato attraverso, adesso posso parlarvi con un po’ più di cognizione di causa di quando la morte per me era solo un concetto astratto
Nessuno vuole morire. Anche le persone che vogliono andare in paradiso, in realtà non vogliono morire per andarci. Ma la morte è la destinazione ultima che tutti abbiamo in comune. Nessuno gli è mai sfuggito. Ed è così come deve essere, perché la morte è con tutta probabilità la più grande invenzione della vita. è l’agente di cambiamento della vita. Spazza via il vecchio per far posto al nuovo.
Il nostro tempo è limitato, per cui non lo dobbiamo sprecare vivendo la vita di qualcun altro. Non facciamoci intrappolare dai dogmi, che vuol dire vivere seguendo i risultati del pensiero di altre persone. Non lasciamo che il rumore delle opinioni altrui offuschi la nostra voce interiore. E, cosa più importante di tutte, dobbiamo avere il coraggio di seguire il nostro cuore e la nostra intuizione. In qualche modo, essi sanno che cosa vogliamo realmente diventare. Tutto il resto è secondario.
Quando ero un ragazzo, c’era un giornale incredibile che si chiamava ‘The Whole Earth Catalog’, praticamente una delle bibbie della mia generazione. è stata creata da Stewart Brand non molto lontano da qui, a Menlo Park, e Stewart ci aveva messo dentro tutto il suo tocco poetico. è stato alla fine degli anni Sessanta, prima dei personal computer e del desktop publishing, quando tutto era fatto con macchine per scrivere, forbici e foto Polaroid. è stata una specie di Google in formato cartaceo tascabile, 35 anni prima che ci fosse Google: era idealistica e sconvolgente, traboccante di concetti chiari e fantastiche nozioni.

Stewart e il suo gruppo pubblicarono vari numeri di ‘The Whole Earth Catalog’ e quando arrivarono alla fine del loro percorso, pubblicarono l’ultimo numero. Era più o meno la metà degli anni Settanta. Nell’ultima pagina di quel numero finale c’era la fotografia di una strada di campagna di prima mattina, il tipo di strada dove potreste trovarvi a fare l’autostop se siete dei tipi abbastanza avventurosi. Sotto la foto c’erano le parole: ‘Stay Hungry. Stay Foolish’, siate affamati, siate folli. Era il loro messaggio di addio. Stay Hungry. Stay Foolish: io me lo sono sempre augurato per me stesso. E adesso lo auguro a voi. Stay Hungry. Stay Foolish.


La Gregotteide

ottobre 22, 2010

Riportiamo qualche riga da un ironico articolo apparso su “Il Foglio” del 15/10/2010 a firma di Camillo Langone.  Il tema dell’ articolo riguarda quei  “giochi” che vengono condotti, con alterne ma frequenti cadenze, anche mensili, allo scopo di tributare l’ ennesimo sfolgorante successo  al professionista che ha fatto della sua vita una grande Gregotteide, un “racconto” umano denso di significati e di insegnamenti. Dai suoi libri e dai suoi discorsi, soprattutto quelli recenti, apprendiamo come il corso della sua vita sia stata una continua affermazione delle proprie idee, e con acuto spirito critico ci informa che, in fondo, la sua vita e la sua opera sono lo specchio dell’ architettura moderna, anzi, dell’ interno XX secolo (cfr. Vittorio Gregotti. Autobiografia del XX secolo, Skira 2005). I maestri del moderno? Qualcuno potrebbe pensare che siano quasi personaggi minori. I principali artisti contemporanei? Vi invitiamo a verificare voi stessi. E’ con questo acume e con questo sofisticato spirito critico che lo abbiamo sentito in varie occasioni invitare gli studenti universitari a strappare le pagine dei libri di storia in cui appariva il progetto della Chapelle de Ronchamp: un incomprensibile ed inspiegabile errore ai suoi occhi che poteva meritare come commento solo l’ appena citata provocazione. E’ un vero peccato verificare come  persone che non possono certo lamentare di aver avuto poche occasioni  professionali ed economiche nella vita sentano anche il bisogno di ostentarle, trasfigurarle, mitizzarle allo scopo forse di aggiungere adulatori a collaboratori già riconoscenti, in circolo vizioso di cui non ravvediamo l’ utilità. Diventa noioso ed addirittura poco gradevole dover sopportare oltre al narcisismo e all’ ostentato presenzialismo anche certe opinioni/amenità, ben lontane dall’ essere un serio e meditato giudizio storico/critico. Non si può tuttavia togliere a Gregotti il ruolo che ha avuto in passato. Dal “Territorio dell’ architettura” al progetto per l’ Università della Calabria, tuttavia è passato molto tempo. Ma a ben guardare né il suo ruolo di professore,  di direttore di rivista e saggista hanno potuto impedire che in alcuni suoi progetti fosse evidenziato il seme del fallimento di un certo modo totalizzante di fare architettura.  E’ voluto il fatto che abbia chiamato in causa proprio il progetto per l’ Università della Calabria, forse il miglior progetto di Gregotti  nonostante la pessima realizzazione non ascrivibile al suo autore: il rapporto con il paesaggio circostante non è vissuto anche dal fruitore ma solo dall’ oggetto-edificio, col risultato di trasmettere una forte sensazione di alienante castrazione visiva. Chi vi è stato almeno una volta, camminando sulla grande strada ponte o nei bui corridoi dei dipartimenti,  può capire quello che scrivo. Nella fruizione inoltre l’ edificio risulta così ripetitivo e scontato, privo di qualsiasi effetto città, che non è possibile percorrerlo senza il supporto della cartellonistica informativa poiché non vi si riscontrano reali punti di riferimento. Esperienza simile, nel rapporto uomo-architettura-contesto, si può riscontrare allo Zen.

Credo che ci sia abbastanza per riflettere. Per sorridere leggete qui sotto:

“ Ci sono personaggi che le idee dovrebbero smettere di farsele venire, visto i risultati pratici delle loro elucubrazioni, e parecchi di questi li troveremo […] al convegnone “Idee Italiane”, (15-16 ottobre 2010 n.d.r.) presso l’ Auditorium Pirelli di Milano Bicocca. Si parlerà molto di architettura e la giornata di sabato sarà una vera e propria Gregotteide. Sarà di Vittorio Gregotti l’ introduzione, di uno storico collaboratore di Gregotti la prima relazione, di un altro collaboratore di Gregotti la seconda, di un grande estimatore di Gregotti (lo definì sul Corriere “l’ ultimo dei maestri” o qualcosa del genere) la relazione numero tre, di un ennesimo sodale di Gregotti la numero quattro, e lo so che sto stufando, che oramai avete capito, ma per completezza di informazione devo dirvi che nemmeno il quinto relatore verrà da fuori, anche lui sarà una persona di famiglia: un co-autore di libri di Gregotti. I relatori numero sei e sette[…]gravitano nell’ orbita dell’ ultimo dei Grandi Maestri, insieme hanno fatto convegni e libri perché Gregotti è Gregotti in tutta Europa, forse in tutto il mondo. L’ intervento finale sarà di Gae Aulenti, gregottiana di ferro fin dagli anni Cinquanta, quando entrambi collaboravano a Casabella […] incredibile ma vero la Gregotteide si svolgerà nel Gregottianum […]”

Per  dovere di informazione riferiamo che le persone evocate sono nell’ ordine: Carlo Magnani, Franco Purini, Luca Molinari, Bernardo Secchi, Fulvio Irace, Rafael Moneo, Joseph Rykwert. Tuttavia crediamo che non sia il presunto rapporto con Gregotti il dato fondamentale, bensì il corto circuito che può generarsi quando queste persone sono invitate a parlare dello stato della cultura e dell’ architettura in Italia, della sua creatività e della sua capacità di innovazione. Della sua capacità di innovazione. Meditiamo ancora una volta.


La Maddalena G8: l’ opinione di Cesare de Seta

settembre 6, 2010

da “Progetto in porto”,  pubblicato in Architectural Digest n. 351 Agosto 2010

[...] Fu prescelto per l’ intervento Stefano Boeri, architetto milanese assai noto nella critica architettonica, avrebbe detto Zevi, più per la facondia comunicativa che per le opere finora realizzate. Un critico attento, come Luigi Prestinenza Puglisi, ha scritto che ci sono “in Italia almeno cinquanta architetti” con un curriculum analogo. [...] Guardando l’ operazione architettonica in sè, debbo confessare che l’ immagine che mi viene spontanea è quella di una sottiletta Kraft (la Casa del Mare) di vetro e cemento, a pelo sull’ acqua, di due piani e rivestita, al primo, di una pelle traforata a nido d’ ape traslucido. Una sottiletta piovuta da un satellite ostile all’ isola che distrugge un tratto di costa magnifico, con la beffa del “recupero” dell’ Arsenale (padiglione del Mare) alle spalle della Casa del Mare e di altre preesistenze. Il porto è tagliato con l’ accetta, una volta si sarebbe detto con la riga “a T”. Il complesso è costato una cifra da capogiro, ma non mi interesserebbe ciò se il risultato architettonico e di planning dell’ area avesse dotato La Maddalena di un sistema di architetture capaci di arricchire il contesto paesistico dell’ isola. Hèlas, così non è.

Cesare de Seta


La Sala Conferenze G8 alla Maddalena: un giudizio architettonico

settembre 5, 2010

L’ ambiguità di tale opera, malauguratamente per il suo progettista, è in quell’ aver  “vissuto” uno dei più estesi episodi italiani di spreco di denaro pubblico, corruzione e mala-politica. L’ intera operazione G8 alla Maddalena dimostra come sia difficile uscire immuni dai compromessi, perfino da quelli morali: l’ edificio a sbalzo sul mare non è semplicemente la risposta “architettonica” ad una funzione,  bensì, oggi è  il simbolo di un tentativo ambizioso a cui è sfuggito volutamente il nodo politico della vicenda. In questo edificio perfino la ricerca del luogo sembra risultare simulata. Non importa che ci si trovi a Marsiglia o in Sardegna, la soluzione dell’ edificio a sbalzo sull’ acqua pare essere l’ unica proposta “vincente” in grado di partorire la mente dell’ architetto. Si tratta di una prassi  già sperimentata da Boeri nei progetti (non realizzati) per i waterfront di Siracusa e Napoli: trovata una soluzione è utile riciclarla, perfezionarla fino a ricadere in modelli di dogmatismo e freddezza vincolati ad una sgradevolezza asettica ed apparentemente intellettualistica.  Tutto il progetto dell’ edificio è poi frutto di meccanismi retorici ingenui e privi di carattere. Il parallelepipedo della sala conferenze incombe pesante sul piazzale e sull’ acqua,  incapace di produrre un momento di diastole spaziale da contrapporre alla compressione generata dalla modesta quota d’ imposta dell’ estradosso del primo solaio, mentre l’ enorme   ascensore/piattaforma interno e la sala vetrata a sbalzo sul mare, col pedante foro circolare nel solaio di calpestio, suonano come soluzioni di un’ ovvietà disarmante, utili espedienti di edonismo comunicativo atti a celebrare retoricamente il potere dei leader politici che avrebbero dovuto presiedere un vertice che non vi ha avuto luogo. Alla Maddalena non è stato realizzato alcun edificio degno di elevarsi ad Architettura. Nonostante quanto pensino i supporter e gli eventuali gosthwriter del progettista, la Sala Conferenze e il resto del complesso degli edifici del G8 abortito, raccontano di una vicenda di squallida cronaca e di compromissione morale che investe tecnici, costruttori, politici italiani: mai più vorremmo vedere spendere tanto denaro senza procedure di evidenza pubbliche, soprattutto per quanto riguarda il conferimento degli incarichi professionali e la gestione degli appalti.


Il faccendiere o l’ “intellettuale” organico???

luglio 8, 2010

http://mmedia.kataweb.it/foto/6648393/11/ecco-la-maddalena-dopo-il-trasloco-del-g8

A volte capita leggere di persone che, in accorati appelli (in cui non mancano gli insulti a chi si permette di fare obiezioni e di interrogare),  hanno lamentato la totale estraneità a vicende poco chiare e a qualsivoglia compromissione morale.  Addirittura ci dicono che in realtà non contavano per davvero, ci dicono che probabilmente sono delle vittime, invocando un masochistico bisogno di identificarsi con i perdenti. Dimenticando che i veri perdenti sono solo i cittadini onesti. Poi si scopre che non usano i toni propriamente pacati delle persone a cui sono precluse le decisioni… in fondo Paolo Mieli, molto argutamente, ci spiega che si tratta di persone appartenenti a caste particolari, non sono “architetti qualsiasi”, sono “figli di” e “fratelli di”. Come abbiano avuto gli incarichi (quale procedura di evidenza pubblica è stata utilizzata?) e a quanto ammontino le parcelle non è dato sapere, a dispetto di trasparenza e cultura.

da Repubblica 28/06/2010:

In una telefonata intercettata l’architetto fiorentino Marco Casamonti (indagato per truffa ai danni dello Stato) dice: “Pare che l’abbia progettato un certo Facchini, dice che è una cosa orrenda… Sarà l’uomo di Balducci”. E l’architetto Stefano Boeri: “No, peggio, lui è l’architetto del Papa, il fratello è uno degli architetti di Berlusca… Della Giovampaola mi ha detto che sono dei cani, però non li possiamo mandare via perché uno lavora per Berlusconi e uno per il Vaticano”.


Senza gara gli incarichi di Soru a Boeri: l’architetto nel mirino della Finanza

luglio 7, 2010

-L’architetto amico di Soru è finito nel mirino della Guardia di Finanza dopo le accuse rivoltegli da Zampolini.

di ANTHONY MURONI

- L’architetto amico di Soru e tutti gli incarichi a La Maddalena

La Finanza indaga sui progetti di Boeri
Dopo le dichiarazioni dell’architetto Zampolini sui presunti favoritismi agli amici di «Prodi, Veltroni e Rutelli»
.

di ANTHONY MURONI

Su Casamonti si segnala il link:

-«Soru premeva per quell’archistar»

di ANTHONY MURONI

di estremo interesse anche il seguente link:

-Appalti, progettazioni e affari. Quei cognomi “noti”. Il vento soffia, ma a Savona solo un cronista racconta?

Tutte le operazioni ed i protagonisti che fanno discutere nei sacri sepolcri

di MARIO MOLINARI



Dal caos del linguaggio delle idee alla trasparenza delle scelte condivise sulla cultura dell’abitare.

giugno 28, 2010

Ideecostruttive work in progress*3

Dal caos del linguaggio delle idee alla trasparenza
delle scelte condivise sulla cultura dell’abitare.

CICLO INCONTRI – CULTURA DELL’ABITARE + PRESENTAZIONE CONCORSO “ECOHOUSING ART”

Lunedì 5 luglio 2010 ore 17,00* – 3M Italia – Pioltello, MI
(Via N. Bobbio 21 – strada Rivoltana km4)

Ingresso Libero per accreditarsi inviate una mail a House Company Edizioni

Ne discutono
MARIO MASCOLO Presidente e Amministratore Delegato 3M ITALIA
ENZO MARI Designer
LAURA BALBO Sociologa
MARIO CUCINELLA Architetto
ROBERTO CHERUBINI Docente di progettazione architettonica
Centro Studi Interdisciplinari sull’Architettura e sull’Ambiente
DOMENICO DE MASI Sociologo
FRANCESCO SPADARO Architetto
LUCA GUIDO Architetto
* Dalle ore 17,00 visite guidate alla nuova sede 3M, il dibattito avrà inizio alle 18,00

Nell’occasione sarà presentato il Concorso Nazionale (1a Edizione)
“ECOHOUSING ART – Premio IMMOBILIARE 2011”
Giovanni Pivetta, direttore editoriale HOUSE COMPANY
Cristiana Ceruti, Pr Account

A partire dalla green economy e dall’ecosostenibilità ambientale ci si interroga sul senso dell’abitare. È partito l’11 giugno dalla Triennale di Milano un ciclo d’incontri,
*il laboratorio dell’Industria dell’Abitare, che farà tappa nelle principali città italiane per tutto il 2010 per discutere con i protagonisti, intellettuali – professionisti – imprenditori, sulle trasformazioni delle forme dell’abitare. Con aperture, scambi e contaminazioni tra Energie alternative, Urbanistica, Sociologia, Eco pensiero, Architettura, Design, Edilizia, Costruzioni, Real Estate, Tecnologia, Arte, Arredamento, Cultura verde.


“Obscenidade” do tempo veneziano. Alguns projectos contemporâneos não realizados e outros realizados.

giugno 20, 2010

di Luca Maria Folgore, Luca Guido

Pubblicato su JA, journal arquitectos, n° 229

“Vive-se em Veneza como num agradável exílio, não só da terra, mas também do tempo”.
em “Il Cielo sulle città” de Vincenzo Cardarelli
Por obs-cenidade entendemos o significado mais profundo e oculto que se encontra na origem da palavra, que é o sentido expresso pelo grande teatro.
O-scenità para indicar alguma coisa que pelo seu significado “particolar” apresenta-se como imensamente diferente de “tudo” aquilo que se pôe em cena, ou seja da arquitectura espectacularizada e desejosa de ocupar a cena a sobrepondo-se ás obras-primas da arquitectura contemporânea veneziana.
Os projectos contemporâneos elaborados para Veneza, mas não realizados, viceversa nunca foram em cena, mas sobretudo não os poderiam nunca realizar porque cheios da mais profunda peculiaridade e alteridade ao pensamento comum e dominante que esses projectos não quereriam nunca realizar.
E Veneza infelizmente ficou sempre imutável e embalsamada como uma múmia, principalmente quando poderia ter aprendido dos “Capricci” de Canaletto da alteridade seria vivificada e glorificada da sua mesma imagem: uma ponte paladiana para Rialto, a Basílica paladiana de Vicenza e Palácio Chiericati colocados no Canal Grande não modificam minimamente uma cidade que apesar da descontextualização de edifícios “modernos” fica sempre a mesma (cfr. Capriccio Veneziano, olio su tela 60X82 cm, Galleria Nazionale, Parma).
O des-agradável exílio indicado por Cardarelli, na verdade, foi o exílio que a arquitectura moderna\ em Veneza sofreu desde o Renascimento, sobretudo durante o século XX.
As forças reaccionárias ao contemporâneo venceram mais do que uma vez: primeiro com Wright que projecta um magnífico palácio “in volta” do Canal Grande e mais tarde com o projecto de hospital elaborado por Le Corbusier. Tanto para um projecto como o para outro, uma vez iniciado o processo burocrático, serão logo criados obstáculos e os edifícios nunca serão realizados.
Também Louis Kahn e Ludovico Quaroni, respectivamente com os projectos para um Palácio de Congressos nos jardins da Bienal de Veneza e para um bairro residencial em San Giuliano, não serão mais realizados. Todavia estas propostas, como aquelas precedentes, serão íconas significativas do imaginário arquitectônico de muitos jovens arquitectos e experimentadores. No fundo em Veneza aquilo que não conseguiu Le Corbusier conseguiu Luciano Semerani projectando o novo hospital de San Giovanni
e Paolo oferecendo como repertório formal arcos, tímpanos e tipologias. Uma “delícia” exposta sobre a lagoa veneziana. E não se recordam o projecto-provocação desenhado para a área Ex Saffa de Cannaregio por Peter Eisenman? Que è pensam exista agora? Infelizmente uma pouco significativa realização do nosso italianíssimo
Gregotti, enquanto não muito longe surge a intervenção terrivelmente visível, à qual não acrescento outros comentos, de um professor universitário que ocupou parte da área do projecto corbusiano.

O significado comum que se dá à palavra obsceno, usada para indicar alguma coisa de indecoroso, indecente e de ofensivo face ao pudor e/ou do contexto, vem totalmente invertido em Veneza, mesmo se a tentativa de a usar para indicar certas arquitecturas contemporâneas ou determinados delitos arquitectônicos que foram cometidos é bastante forte.
Enquanto os académicos praticavam em produzir lucubrações dignas da categoria, mas com resultados péssimos, sujando as mãos com o lápis na mesa de desenho, no decorrer dos anos aconteceu de tudo.
Em tantos se bateram contra Wright, Le Corbusier e principalmente contra Carlo Scarpa, por isso contra arquitectos modernos, e ninguém impediu a realização de construções de má qualidade no interior do tecido urbano ( por exemplo os prédios de Rio Novo, o Banco a San Luca, o hotel Danieli, etc…).
Muitos menos se fez pelas pequenas obras-primas do moderno que foram alteradas ou desmontadas, ou pior ainda esquecidas; Precisamente refiro-me ao projecto do futurista Angiolo Mazzoni para a central térmica da estação ferroviária de Veneza – um pequeno edifício em parte alterado – a variados projectos de Scarpa e aquele mais recente, o projecto para a nova sede do IUAV (1997), que foi totalmente abandonado da faculdade de arquitectura veneziana.
Deste último acontecimento o sentido evidente que emerge é aquele que uma parte do mundo cultural universitário não acreditava verdadeiramente nos valores de um projecto moderno e principalmente de um projecto experimental como este de Miralles. È mesmo pelo facto de não ter dado seguimento a um projecto vencedor de um concurso, mas que tinha ainda superado a complicada burocracia italiana, é simbólico, assim como é simbólica a mensagem negativa para os estudantes. Quando em vez disso a faculdade arquitectura deveria ter dado seguimento a projectos dos quais não existem sinais, nem livros de história, nem nas revistas especializadas, não obstacularam mínimamente estas realizações que foram directamente entregues a alguns professores da escola.
Em Veneza nem o restauro- menos aquele de Scarpa – foi totalmente compreendido como recursos do moderno, dada a ilusão de trabalhar com a verdadeira matéria do restauro ou seja com as prácticas de maquilhagem do cadáver da história resultaram muitas vezes mais consoladoras que o normal procedimento “estratigráfico” da mesma história.
Estando convencido que o verdadeiro restauro não se limite na conservação e nela tutela, mas sobretudo no facto que estas coisas possam acontecer através de sinais contemporâneos ou através um aparato moderno que valorize a preexistência.
Propondo muitas vezes paradoxos sem tempo do onde era, como era (considera o caso da torre de S. Marcos como o do teatro La Fenice) foi atacada a legitimidade do projecto contemporâneo como “estratificação” relativa a um aparato histórico restaurado apenas na sua matéria material e não na sua imagem.
O único conforto que resta, numa Disney-Veneza por bandos de gafanhotos turísticos museolizados principalmente “de uma velhacaria estomacal” no confronto do moderno é aquele de pensar em Veneza como uma máscara não certo carnavalícia, atrás da qual seja ainda possível perceber algum pulsar de coragem não sufocado do excessivo “luar de quarto mobilado” que perturba as mentes de quem dirige o pensamento à cidade lagunar.
Isto porque da cidade é preciso saber colher os sinais, como nos foi ensinado por Thomas Mann em “Der Tod in Venedig” e também em Luchino Visconti através da sua transposição cinematográfica, na beleza existe uma advertência de morte: fascinados pela beleza não percebemos a degeneração colérica que se multiplica à nossa volta.
A maquilhagem ostentada sobre a nossa “máscara” como aconteceu a Gustav von Aschenbach estendido no seu último dia sobre uma cadeira na praia, transforma-se numa triste tentativa de esconder a verdade das formas no desenrolar nos últimos instantes de vida.
E da mesma forma certas arquitecturas estendem apenas um véu lastimoso sobre os valores da modernidade tentando esconder propria exibiçao esquelética de mero involucro.


Occupazione IUAV 30-09-2002

giugno 13, 2010

Occupazione IUAV- Chiostro dei Tolentini 30-09-2002


Il Premio Newitalianblood 2010

giugno 3, 2010

> PREMIO NEWITALIANBLOOD.COM 2010
Risultati seconda edizione
I più interessanti progettisti Italiani con studio in Italia o all’estero. Architetti nati dal 1973

(per i risultati vai in fondo all’ articolo)

I risultati del premio Newitalianblood 2010 confermano valutazioni e spunti critici suscitati anche dall’edizione precedente. Innanzitutto non si tratta di un’iniziativa autocelebrativa o mediatica in senso pubblicitario, né di un’affermazione di potere editoriale-universitario-professionale.
Lungi da tutto ciò, i giovani studi classificati si differenziano dal vecchio e dal nuovo (presunto) star-system italiano: vediamo un deciso impegno nel compiere al meglio la professione, nel fare e cercare di fare architettura. Una ricerca che si sviluppa sia attraverso i piccoli incarichi sia sognando attraverso proposte cariche di forza visionaria e sperimentale. A volte, analizzando il lavoro di uno stesso studio, in qualche opera si registra un passo indietro rispetto ad intenzionalità espresse o presenti in nuce in altri progetti. Questo è un aspetto sul quale vale la pena soffermarsi un momento, al fine di analizzare il problema e provare ad estirparlo. Forse per mediare le posizioni di qualche committente o più probabilmente -è il caso dei concorsi- per un’autolimitazione imputabile ad una serietà professionale che vuole evitare proposte ritenute economicamente non compatibili, si rinuncia a un progetto criticamente impegnato. Di per sé questa serietà è un atteggiamento etico apprezzabile, ma non deve essere stimolo per rinunciare a scelte coraggiose, per declinare il controllo dei costi attraverso scelte che privilegiano aspetti residuali del progetto, per rinunciare ad adottare un linguaggio architettonico compiuto e criticamente impegnato, poiché non è solo nella “pelle” di rivestimento degli edifici che si esauriscono i compiti e le responsabilità dell’architetto. Ma non è tutto.
Qualche difetto presente nei vari progetti è senza dubbio ascrivibile a residui di esperienze universitarie un pò bigotte che avvolgono vari progetti in una cupa aureola di severità e compostezza lontana dalla gioiosità e dal disincanto di altre proposte dei medesimi gruppi di progettazione. Quanto detto vuole essere un invito all’autocritica, a mettersi in gioco, anche a riazzerare l’orizzonte per cercarne uno nuovo, più lontano e profondo. Sono problemi comuni ad una situazione italiana più vasta, una situazione contestuale in cui spesso le scelte progettuali sfociano nella banalità o supportano la speculazione. Ad ogni modo le lacune evidenziate non intaccano di molto lo scenario profilato dalla classifica 2010 che globalmente si dimostra variegato di proposte oltre che positivo e concreto.
Qualche caduta di stile dei singoli progetti è moderata -a volte sovrastata- da una stimolante ecletticità delle proposte nel loro insieme -che è un pregio- e da esperienze fortemente sperimentali volute da singoli gruppi che si espongono al giudizio dei critici più esigenti e di nicchia, rinunciando consapevolmente a costruire. Si può concludere affermando che la capacità di fare rete (senza fare lobby) e la transnazionalità dei nuovi gruppi di progettazione conferma una realtà che un decennio fa ci avrebbe stupito, ma soprattutto conferma come si possa fare architettura e ricerca anche al di fuori dei canali ufficiali, lontani dalle pagine delle riviste patinate, lontani dai salotti mondani e dalle tessere di appartenenza, distanti dai critici di architettura degradati al rango di gazzettieri e capaci di scrivere articoli solo ricopiando i comunicati stampa delle aziende produttrici e dei propri amici architetti. Questa è l’occasione per fare una riflessione di più ampio respiro per individuare responsabilità in un sistema universitario-editoriale-politico oltre che professionale incapace di stare al passo con una realtà che sotto gli occhi dei più giovani si profila già evidente.
“Corri compagno, il vecchio mondo ti insegue” si poteva leggere su un muro della Sorbonne nel maggio ’68. Non si tratta di una semplice dichiarazione/adesione politica, bensì di una verità storica:  sono ancora molti quelli che non se ne sono accorti. Purtroppo in Italia si profilano di anno in anno nuovi scandali per gli appalti e si susseguono di volta in volta professionisti pronti ad accettare le vecchie regole, facendo subire ai colleghi, in un secondo momento, proclami di superiorità morale e critiche al sistema che fino a poco prima si è condiviso.
Iniziative come quella del premio di Newitalianblood rimettono in gioco i ruoli e le competenze, fanno di internet un vero sensore critico, oltre che uno strumento di trasparenza e conoscenza; sarà poi il tempo ad eseguire le verifiche che in questa sede non possiamo compiere e ci mostrerà chi è stato -architetto e/o critico- solo una meteora.
Luca Guido

> PREMIO NEWITALIANBLOOD.COM 2010
Risultati seconda edizione
I più interessanti progettisti Italiani con studio in Italia o all’estero. Architetti nati dal 1973

01 MONOVOLUME (Bolzano)
Patrik Pedò 73, Juri Pobitzer74

02 ECOLOGICSTUDIO (Londra)
Claudia Pasquero 74, Marco Poletto 75

03 MARC (Torino)
Michele Bonino 74, Subhash Mukerjee 74

04 MARAZZI ARCHITETTI (Parma)
Davide Marazzi 74

05 3GATTI (Shanghai)
Francesco Gatti 73

06 FACTORY ARCHITETTURA (Roma)
Mariella Annese 76, Milena Farina 77

07 CONSOLE – OLIVA (Roma)
Alessandro Console 80 – Gina Oliva 80

08 TERNULLO MELO (Lisbona)
Chiara Ternullo 75, Pedro Teixeira de Melo 78

09 KK ARCHITETTI (La Spezia)
Simone Moggia 76, Tiziana d’Angelantonio 77, Giulio Pons 79, Paolo Lazzerini 81, Olivier Moudio 78

10 AION (Siracusa)
Andrea Di Stefano 73, Aleksandra Jaeschke 76


Building in Marghera

maggio 10, 2010


Landscape as contemporary detector of life changes

aprile 21, 2010

Si tratta di una ricerca che parte dallo studio dei grandi paesaggi americani, dagli albori della paesaggistica americana agli studi di John Brinckerhoff Jackson, da Kevin Lynch a Reyner Banham, Robert Venturi, per indagare la fenomenologia dei nuovi ed attuali paesaggi. Dai deserti allo sprawl, dalle  periferie alle infrastrutture, dai Mall ai parchi territoriali, esiste un moderno continuum urbano-paesaggistico? Le prime esperienze di Olmsted e dei fratelli Green, di Wright e di Halprin, gli scenari prefigurati dalla letteretura di Ballard e dagli scrittori postmodernisti, le esperienze hippie e quella beat, le visioni utopiche e tecniciste hanno prefigurato il nostro presente in maniera eclettica, mutando di volta in volta i valori di riferimento. Come le reti e i nuovi rapporti comunicativi stanno modificando il prossimo futuro? cosa ci rimane di valido dei vecchi sogni e delle vecchie esperienze? Un excursus nella storia del paesaggio americano, con l’ occhio vergine del pioniere, per capire come e dove la contemporaneità riesce a “creare” paesaggi, dove e perchè invece ha fallito, come è mutato oggi il cambiamento percettivo e soprattutto per studiare le direzioni materiali e virtuali dei nuovi territori infrastrutturati dichiarati e denunciati dal mondo digitale che governa il nostro vivere. Una tesi teorica intesa come azione critica ed impegnata che vuole indagare i mutamenti come “unico elemento immutabile rintracciabile nel paesaggio” (Frank Lloyd Wright) a partire dalla recente situazione statunitense da utilizzare come sensore. Possibilità, stimoli e risorse dei paesaggi contemporanei (Luca Guido).


Sala per le associazioni e per le energie del territorio

aprile 17, 2010

sala energie del territorio

Underconstruction