Archive for the 'paesaggi americani' Category

La Macchina nel giardino e il middle landscape

dicembre 18, 2012

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La costruzione del paesaggio industriale americano si è articolata culturalmente attraverso una stretta mediazione con il mondo della natura. Questo processo di definizione delle idee ha anche determinato una complessa situazione nell’elaborazione teorica degli stimoli sensoriali provenienti dal paesaggio. Gli sconfinati territori del wilderness e l’avanzare del progresso tecnologico mettevano a contatto sfere percettive contrastanti, che tuttavia la cultura americana ha sempre cercato di sintetizzare assieme.

Leo Marx, autore del libro La macchina nel giardino. Tecnologia e ideale pastorale (1964), analizzando gli anni dell’Indipendenza americana e i successivi decenni dell’Ottocento, si è attentamente occupato di questi rapporti tra paesaggio naturale e progresso industriale. Leo Marx ha dimostrato infatti come in America l’idea dello sviluppo economico, durante la nuova era manifatturiera, sia stata ricondotta nell’universo simbolico del paradiso terrestre, del giardino incontaminato.

Questa attenzione riservata alle macchine, intesa come elemento di novità e di rottura del mondo naturale, permea gran parte della letteratura americana dell’Ottocento:

La forza evocativa che l’episodio della Valle Addormentata suscita in noi trova conferma nel fatto che, a partire dal quarto decennio dell’Ottocento, ne sono apparse numerosissime varianti nella letteratura americana. Basti pensare alla scena di Walden in cui, mentre Thoreau è immerso in sogno ad occhi aperti, s’ode il fischio della locomotiva che penetra nel bosco come il grido di un falco. Oppure il passo pieno di mistero di Moby Dick in cui Ismaele sta espolarando i recessi interni di una balena arenata, quando all’ improvviso l’immagine muta e lo scheletro del leviatano diventa uno stabilimento tessile del New England. O ancora, il momento drammatico in Huckleberry Finn quando, mentre Huck e Jim si lasciano pacificamente trasportare dalla corrente, improvvisamente sbuca fuori dalle tenebre un mostruoso battello a vapore che sfonda la loro zattera da parte a parte. Spesso però la macchina appare con una repentinità ancora più allarmante. A volte entra bruscamente in una Valle Felice, altre volte è un viaggiatore ad imbattersi in essa all’ improvviso. In un racconto di Melville (The Tartarus of Maids [il Tartaro delle fanciulle]), il narratore è alla ricerca di una cartiera tra le montagne. Con la slitta raggiunge una profonda gola stretta tra le colline ripide come pareti. Non riesce a vedere il posto, quando, come egli dice <<improvvisamente mi giunse all’ orecchio un ronzio, un fruscio di ruote. Mi guardai in giro ed ecco, come una valanga arrestata, vidi l’ enorme fabbrica, imbiancata a calce>>. I rumori sinistri delle macchine, come quello del battello a vapore che travolge la zattera o quello del treno che interrompe nell’ idillio di Walden, riecheggiano continuamente nella nostra letteratura (Leo Marx).

 In altre parole, se ancora una volta,  in questo speciale rapporto possiamo intravedervi un’altra faccia della relazione città-campagna, non dobbiamo sottovalutare il ruolo giocato dalla forza prorompente della macchina.

Mentre si andava affermando una fiducia patetica nelle doti salvifiche dell’America, attraverso l’entusiasmo nei confronti di ciò che essa poteva promettere, si muovevano parallelamente le prime riflessioni critiche sulle sue conquiste. L’elemento antagonista, il tema del conflitto tra uomo e natura, risulta però nell’America dell’Ottocento più evidente che negli anni dell’Indipendenza: l’industrializzazione, rappresentata efficacemente dall’immagine del treno che sfreccia via lungo i binari, costituisce una forza che minaccia l’immagine pastorale del paesaggio, ma allo stesso tempo fornisce un’occasione per percorrerlo.

Tuttavia il treno, almeno in una prima fase temporale, non prevaricherà mai completamente i diritti della natura,  pur presentandosi come elemento dissonante.

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Georges Innes (1825-1894), pittore di paesaggi di ispirazione classica, ci fornisce un ottimo spunto di riflessione attraverso uno dei suoi più noti quadri. Quando nel 1855 la Lackawanna Railroad Company commissionò ad Innes un’opera che raffigurasse la costruzione della ferrovia nel paesaggio, egli si trovò davanti alla stimolante impresa di poter fornire una lettura critica di quello che si andava costruendo. Dobbiamo immaginare che, come suggerisce Leo Marx nella lettura di questo quadro, il pittore non fosse così entusiasta di disegnare un treno mentre irrompe nel paesaggio, ma egli seppe coniugare le esigenze del committente con le proprie aspirazioni e con i propri sentimenti nei confronti della natura. Il risultato del quadro, intitolato Lackawanna Valley, riesce a mettere assieme, senza particolari contrasti, un paesaggio bucolico e il nuovo mondo evocato dalla ferrovia.

Il treno spicca all’interno di un paesaggio pastorale, in cui gli animali in primo piano pascolano indisturbati, ma in realtà il nuovo mezzo di trasporto non è un vero elemento di rottura, al contrario, comporta una fusione unificatrice. Il suo sbuffo di vapore è il duplicato di una nuvola, anche le colline e gli alberi partecipano alla definizione di un paesaggio ove le opere dell’uomo sono parte di un contesto naturale più vasto. L’inquietante distesa di alberi tagliati apre la vista a una figura umana distesa su un fianco e che guarda verso l’orizzonte tranquillo. L’osservatore solitario contempla lo spettacolo messo in scena dall’uomo e dalla natura esattamente come il pastore contemplava quello dell’Arcadia.

In ultima analisi, l’operazione compiuta da Innes rievoca quella dei paesaggisti del ‘600 e del ‘700. Prima di lui, già Poussin, assieme ad altri artisti, introdusse nei suoi  delicati idilli pittorici l’inquietante presenza di un teschio a fine di monito, oltre il motto Et in Arcadia Ego che significa “Anche io [Morte] sono in Arcadia”.

Il treno all’epoca offriva la possibilità di mettere in diretto contatto l’abitante della città con territori distanti ed incontaminati, e permetteva di farlo rapidamente.

Per questo la macchina, e il treno in particolare, non contrasta con l’ideale pastorale e contribuisce a formare quello che Leo Marx chiama middle landscape.

“La ferrovia è il veicolo prescelto per riportare l’America ad essere un’utopia pastorale” (Leo Marx).

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Drop City

dicembre 12, 2012

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Alla fine degli anni ’60 del Novecento, un piccolo gruppo di studenti dell’Università del Kansas e dell’Università del Colorado decide di riunirsi in comunità per sperimentare un modello di vita hippie, alternativo alla società tradizionale che conoscevano. Stabilendo un curioso contatto con la natura ed ispirati dagli happening di John Cage, Robert Rauschenberg, Allan Kaprow, gli studenti diedero vita ad una vera e propria comunità. Drop City era costituita da una serie di piccoli edifici che riprendevano le intuizioni strutturali delle cupole geodetiche di Buckminster Fuller. L’esperienza tuttavia non voleva semplicemente ripercorrere le avanguardie artistiche e tecnologiche dell’epoca, ma si propose di sostenere la cultura del reimpiego e del recupero di elementi altrimenti destinati “al rifiuto”, in una logica di espansione sostenibile e di utilizzo delle fonti naturali di energia.

Frederick Jackson Turner e la tesi della frontiera

dicembre 11, 2012
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John Steuart Curry (1897-1946) Oklahoma-land-rush

L’epopea della frontiera fu un processo determinante nella logica della costruzione del paesaggio americano. Tuttavia, le implicazioni estetiche della frontiera e delle spedizioni esplorative, furono elaborate intellettualmente e culturalmente, come dimostra l’esperienza di Olmsted nella Yosemite Valley in Calirfornia, solo grazie alle land rush e alle gold rush.

Se le esplorazioni scientifiche mettevano gli esperti di fronte alle meraviglie geologiche e botaniche del continente americano, i meccanismi predatori innescati dalle corse alla terra e dalle corse all’oro fecero nascere una consapevolezza allargata della limitatezza e dalla precarietà di talune risorse naturali che si decise di salvaguardare.

Sulla base di questa considerazione si fondano le teorie di Frederick Jackson Turner (1861-1932), lo storico che idealizzò e riassunse la “tradizione” della frontiera e il movimento espansionistico degli USA. Turner riconobbe che la frontiera rappresentava un carattere peculiare difficilmente riscontrabile in altri contesti storici. La sua Frontier Thesis, ritenuta la dichiarazione di indipendenza degli storici americani, fu elaborata all’interno del saggio The Significance of the Frontier in American History, pubblicato nel 1893 come testo di una conferenza tenuta all’American Historical Association, durante la World’s Columbian Exposition di Chicago. Per Turner la frontiera era il principio stesso di interpretazione della storia americana, principio con cui egli identificò le più importanti esperienze culturali americane. Qualunque siano i limiti della sua interpretazione, egli chiarì sotto il profilo storiografico le intuizioni di Melville, epurando dall’analisi compiuta l’inclinazione mistica di “terra promessa”.

Nell’ideologia turneriana, la frontiera rappresenta la storia stessa della colonizzazione e si identifica nell’espansione nei selvaggi spazi del West.

Tuttavia, in questo frangente, il termine frontiera assume un significato del tutto particolare che si distacca dall’idea che ne hanno gli abitanti dei paesi europei. Mentre molte persone di varia provenienza usano il termine come sinonimo di linea di demarcazione tra una nazione ed un’altra, intendendo una barriera al transito, la parola Frontier ha assunto nella vita e nella lingua americana un significato sostanzialmente diverso: la frontiera, come ha anche sostenuto Walter Prescott Webb  (1888-1963),  uno dei più noti allievi di Turner, non è una linea in cui fermarsi, bensì un’area in cui entrare.

Anche una rapida consultazione di un vocabolario americano confermerà l’argomentazione che la frontiera è innanzitutto una regione, un’area definita come sparsamente abitata, e a contatto con la wilderness o con territori  non abitati né colonizzati. Per questo motivo il termine risulta raramente utilizzato in USA con altri significati. Chi pronunciava la parola frontier era consapevole che attorno agli insediamenti coloniali non c’era un confine rigido -se non durante un conflitto bellico- e c’era invece spazio aperto e disponibile.

L’innovazione della tesi di Turner consisteva nell’aver riposto estrema importanza alle idee espresse dalla frontiera e contemporaneamente di essersi distaccato dalle scuole storiografiche di moda negli stessi anni, secondo cui il compito primo dello storico era quello di individuare i “germi” (germs) delle istituzioni americane, rintracciandone le origini nelle corrispettive strutture sociali europee.

Turner individuò invece la configurazione delle istituzioni americane quale risultato di un processo di reciproco adattamento tra uomo e ambiente non civilizzato. In altre parole l’uomo americano nel suo sottomettersi ed adattarsi alla natura trovò anche i mezzi per organizzarsi come società. La natura nell’idea di Turner è l’elemento che ha temprato e formato il moderno uomo americano:

 

La frontiera è la linea dell’americanizzazione più rapida ed effettiva. La grande distesa solitaria domina il colono, s’impadronisce del suo animo. Egli è vestito all’europea, ha strumenti europei, viaggia e pensa all’europea. La grande distesa solitaria lo tira giù dalla carrozza ferroviaria e lo mette su una canoa di betulla. Lo spoglia dei vestiti della civiltà, lo veste con la casacca del cacciatore e gli mette ai piedi i mocassini di daino. Lo spinge nella capanna di tronchi d’albero del Ciroki e dell’Irochese e lo circonda di una palizzata indiana. Il colono ha già seminato mais e lo ha arato con un legno appuntito; ora lancia grida di guerra e scotenna nel più puro e ortodosso stile indiano. Per dirla in breve, alla frontiera l’ambiente è, agli inizi, troppo violento per l’uomo bianco. Questi deve accettare le condizioni che trova o perire, e così si adatta alla radura e segue le piste degli Indiani. A poco a poco trasforma le solitudini deserte, ma il risultato non è la vecchia Europa, lo sviluppo dell’originario germe sassone, il ritorno all’antichissimo ceppo germanico. Nasce con lui un prodotto nuovo e genuino: l’Americano[1].

 

l significato della frontiera è espresso in particolar modo dalle forze del paesaggio e della natura e da qui deriva un diverso approccio e una diversa idealizzazione della natura e del paesaggio da quelli messi in pratica dagli europei.

Anche la città americana, come abbiamo visto, rappresentava un ulteriore tassello di questo processo. Essa creava una sorta di legame dialettico con la natura divenendo in qualche modo il frutto di un processo instabile poiché in continua evoluzione. Inoltre la frontiera non implicava solamente un contatto ravvicinato con la wilderness, ma la sua realtà sfaccettata conteneva un progetto di progresso e civilizzazione: alla fase della conquista seguì quella dello sfruttamento.

Quando Turner elaborò la sua tesi nel 1893, “la frontiera”, nell’interpretazione data dagli uffici censuari  -un territorio abitato da meno di due abitanti per miglio quadrato-, era stata dichiarata chiusa da appena tre anni, ma la portata della sua riflessione travalicava una semplice interpretazione di vicende superate dal tempo. Egli fu capace di fornire una chiave di lettura applicabile anche ai decenni successivi del Novecento: nella lettura turneriana la frontiera non è una questione di costumi o di atteggiamento, ma la vera essenza della Weltanschauung americana, applicabile perfino ai processi di espansione capitalistica, militare (si pensi alle guerre fatte per “esportare” la democrazia), politica (si pensi agli aiuti ai governi esteri alleati) e scientifica (si pensi alla corsa allo spazio) degli Stati Uniti. Vale a dire che i presupposti della frontiera si riverberano anche in processi estremamente contemporanei.

In questi termini, nell’ampio significato di modello di vita, va interpretata la nota esortazione di Horace Greeley pubblicata nel 1865 sul New York Tribune: “Go West, young man, go West and grow up with the country”.

Il pensiero di Greeley, infatti, non era solo la logica conseguenza delle teorie del manifest destiny e dell’incedere della frontiera. Esso faceva seguito all’Homstead Act del 1862, un provvedimento legislativo varato dal presidente Abraham Lincoln (1809-1865) in piena guerra civile, volto alla risoluzione dei meccanismi di distribuzione delle terre. La legge prevedeva tre fasi per l’assegnazione gratuita di 160 acri, un quarto di una section, nelle terre selvagge al di fuori dei confini delle originarie tredici colonie. La prima azione consisteva nella formale richiesta di un terreno federale, il secondo passaggio l’impegno a migliorare i terreni assegnati attraverso il lavoro, l’agricoltura, l’allevamento, il terzo passaggio sanciva l’ottenimento del titolo di proprietà, verificata la seconda condizione. Questa politica era emanazione delle idee del Free Soil Party, avverso ai grandi proprietari terrieri del Sud che, in questo modo, venivano penalizzati in favore dei richiedenti alle prime armi. La legge riscontrò un ampio successo nonostante non prevedesse le modalità di accesso alle risorse idriche, elemento che fu causa di un elevato grado di fallimento dei tentativi di occupazione delle terre. Nel corso del tempo il meccanismo fu perfezionato e in varie occasioni vennero organizzate delle vere e proprie corse alla terra, l’ultima delle quali si svolse in Oklahoma nel 1889. I partecipanti alle land rush si radunavano nel luogo preposto ove veniva dato il segnale della partenza tramite colpo di cannone. Al via tutti si lanciavano nella speranza di raggiungere i lotti migliori, mentre l’esercito pattugliava il territorio per cercare di evitare truffe ed altri crimini.

Di questi eventi esistono svariate immagini, ma è stato il pittore John Steuart Curry (1897-1946) che ci ha fornito una versione verosimile quanto estroversa di queste vicende, dipingendo la land rush dell’Oklahoma come un momento di esibizionismo collettivo e di rincorsa verso sogni che spesso vennero infranti da incapacità o difficoltà.


[1]TURNER, Frederick Jackson, The Frontier in American History, New York,  Henry Holt and Company, 1920 [first ed. 1893], pp. 3-4  (tr. it.  La frontiera nella storia americana, Bologna,  Il Mulino, 1975, pp. 33-34)

 

Jefferson e la Poplar Forest Plantation House

dicembre 7, 2012

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Nel progetto per Poplar Forest[1], una tenuta di circa 4800 acri, possiamo valutare le differenze di approccio con le piantagioni del profondo Sud. Il progetto viene realizzato nel corso di una decina di anni a partire dal 1806, anno in cui si dà inizio ai lavori  di costruzione in mattoni della villa ottagonale e che termineranno tre anni dopo. Il linguaggio architettonico adottato è neo-palladiano e la natura completa il progetto della casa secondo un criterio che mette in campo una pianificazione in termini territoriali.

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La casa diventa il landmark che conferisce ordine geometrico alla proprietà che è caratterizzata da tre ambiti paesaggistici: i terreni agricoli, un courtilage di 61 acri e, all’interno di quest’ultimo, un ampio cerchio il cui centro è rappresentato dall’abitazione.

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in maniera del tutto originale viene approntato il progetto architettonico della casa. La forma ottagonale esprime la radialità dello spazio e le molteplici relazioni instaurate con l’intorno: ai lati della casa, lungo un asse che funge da diametro dell’impianto circolare del terreno, vi sono due cumuli di terra ricoperti di alberi messi in connessione con l’architettura attraverso una doppia fila di paper mulberry trees (gelsi). Da un’analisi dei disegni sembra che Jefferson abbia sostituito ali e padiglioni laterali di un impianto tradizionale attraverso elementinaturali.[2]

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I terreni agricoli erano invece destinati a tabacco  e grano, mentre il curtilage, racchiuso da snake-fences, ospitava orti, frutteti, giardini e gli edifici legati alla piantagione. Il curtilage in altre parole rappresentava il paesaggio mediatore tra l’aperta campagna e la casa padronale. Il cerchio che ospita la casa era disegnato da una strada costeggiata ai due lati da alberi di pioppo italiano e racchiudeva un’area di circa 10 acri. Nella metà in cui vi era la strada che conduceva all’ingresso della casa  era stato organizzato un giardino alberato, nell’altra metà un prato.

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Di questo paesaggio complesso e fatto di unità territoriali racchiuse l’una dentro l’altra oggi rimangono solo alcuni frammenti, per altro compromessi dal tempo. Tuttavia l’abitazione è stata oggetto di restauro così come il landscape oggetto di scavi “archeologici” finalizzati a studi e ricerche.

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Jefferson, che si considerava un farmer di professione [3], con la sua insistenza a sostegnp dell’economia agraria e dell’autonomia locale, intesa quale autosufficienza produttiva derivante dalla terra, con la sua avversione allo sviluppo dell’industria,  sarà il primo americano a manifestare  apertamente una forma di repulsione per la città[4]. Secondo Manfredo Tafuri, Jefferson rappresenta la “coscienza ambigua degli intellettuali americani”[5], a causa della sua paura di accettare il passaggio da un ordine sociale ad un altro: per questo motivo la sua è una visione utopica, “anche se non più come avanguardia, bensì come retroguardia[…] L’utopia di Jefferson architetto si traduce tutta con l’ <<eroismo domestico>> del suo Classicismo”[6].

Per approfondimenti si consiglia il seguente link:

https://lucaguido.wordpress.com/2012/12/07/jefferson-e-gli-indiani/


[1] See CHAMBERS, S. Allen Jr., Poplar Forest and Thomas Jefferson, Little Compton, Fort Church Publishers inc, 1993

[2] In 1814 Jefferson builds a lateral wing of “offices” in addition to the est side of mansion house.

[3] In 1809 Jefferson draws a particolar model of a plow called improve moulboard of least resistance. This project will receives a  medal from the French Society of Agriculture.

[4]See WHITE, Morton Gabriel, WHITE, Lucia, The intellectual versus the city: from Thomas Jefferson to Lloyd Wright, Cambridge, Harvard University press, 1962; FITCH, James Marston, Architecture and esthetics of plenty, London, Columbia University press, 1966; SCULLY, Vincent J., American architecture and urbanism, London, Thames & Hudson, 1969 (tr. it. Architettura e disegno urbano in America: un dialogo fra generazioni, introduzione di Mario Manieri Elia, Roma, Officina, 1971)

[5] TAFURI, Manfredo, Progetto e utopia, architettura e sviluppo capitalistico, Roma-Bari, Laterza 2007 (prima ed. 1973)  p. 28,  (en tr. by Barbara Luigia La Penta, Architecture and Utopia. Design and Capitalistic Development, Cambridge, Massachusetts, and London, England, The MIT Press,1976, p. 28)

[6] Ibid., p. 28-29

Jefferson e gli indiani

dicembre 7, 2012

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Jefferson nei suoi progetti seppe coniugare questi elementi del landscape gardening inglese con altri numerosi stimoli. L’affascinante ipotesi che l’ammirazione per i nativi americani avesse portato Jefferson a riprodurre alcune delle “operazioni paesaggistiche” da essi compiute, rappresenta probabilmente uno degli intrecci culturali più complessi che l’opera del Jefferson paesaggista propone. La dedica della Entrance Hall di Monticello alla cultura indiana e la riproduzione nel progetto della Poplar Forest Plantation dei mounds, i tipici monumenti dei nativi, sono qualcosa di più che una semplice suggestione.

Figure 1. Great Mound at Miamisburgh, Ohio.

I mounds, utilizzati a completamento della composizione neopalladiana della villa, testimoniano la conoscenza di Jefferson della cultura indiana e l’incredibile somiglianza tra la forma di vari ambiti paesaggistici con le specifiche trasformazioni del paesaggio compiute dagli indiani conferma tale ipotesi[1].

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Nella Poplar Forest plantation House l’edificio diventa il landmark che conferisce ordine geometrico alla proprietà che è caratterizzata da tre ambiti paesaggistici: i terreni agricoli, un courtilage di 61 acri e, all’interno di quest’ultimo, un ampio cerchio il cui centro è rappresentato dall’abitazione. Questo particolare schema, come testimonia l’affascinante ipotesi di Roger Kennedy[2], sembra derivare da alcuni “monumenti” e tumuli indiani costruiti con la terra e disposti a una precisa scala territoriale[3].

Ancient Monuments of The Mississippi Valley Ancient Monuments of The Mississippi Valley Ancient Monuments of The Mississippi Valley

Ancient Monuments of The Mississippi ValleyPer approfondimenti si consiglia il seguente link (Jefferson e la Poplar Plantation House):

https://lucaguido.wordpress.com/2012/12/07/853/

 

 

 


[1]See: SQUIER, Ephraim George, and  DAVIS, Edwin Hamilton,  Ancient Monuments of the Mississippi Valley: Compising the Results of Extensive Original Surveys and Explorations, Washington, Smithsonian Institution, 1848, and the essay by KENNEDY, Roger, “Jefferson and the Indians”,  Winterthur Portfolio, Vol. 27, No. 2/3 (Summer – Autumn, 1992), The University of Chicago Press, pp. 105-121 (Link jstor archive http://www.jstor.org/stable/1181368 )mentioned in a previous note about Poplar forest Plantation.

[2] KENNEDY Roger, “Jefferson and the Indians”,  Winterthur Portfolio, Vol. 27, No. 2/3 (Summer – Autumn, 1992), The University of Chicago Press, pp. 105-121 (Link Jstor archive http://www.jstor.org/stable/1181368 )

[3] Molto interessante è l’osservazione di Joseph Rykwert “I puritani che arrivarono nel New England nel XVI secolo e i realisti che si insediarono nella Virginia avevano idee assai misere per quanto riguarda l’edilizia, l’urbanistica e la costruzione di palazzi istituzionali. Eppure gli indiani del Nordamerica, a differenza di quelli dell’America centrale e meridionale, non solo conoscevano insediamenti a pianta ortogonale, ma avevano anche costruito grandi residenze collettive – i cosiddetti mounds, ‘tumuli’ – disperse in una vasta area a sud dei Grandi Laghi. Questi tumuli potevano raggiungere i 300 metri di lunghezza o di diametro e la loro pianta presentava una grande varietà di forme: alcuni erano quadrati o circolari, altri a forma di uccelli, di quadrupedi, di serpenti. Sembra che all’epoca dell’arrivo degli europei fossero già stati abbandonati” riportata in: RYKWERT, Joseph, The Seduction of Place. The History and Future of the City, New York, 2000, pp. 34-35 (tr. it. di Duccio Sacchi, La seduzione del luogo. Storia e futuro della città, Torino, Einaudi, 2003, pp. 61-62)

Ville padronali in Louisiana

dicembre 6, 2012
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Destrehan Plantation House

Gli esempi delle case padronali, significative per valore architettonico e paesaggistico, sono numerosi e diffusi in tutti gli stati del Sud degli Stati Uniti. La Louisiana in particolar modo ci offre situazioni molto varie:

La Destrehan Plantation House, St. Charles Parish, Louisiana (1787-90), la Homeplace Plantation House, St. Charles Parish, Louisiana (1787), Laura Plantation, Vacherie, Louisiana (1820), la Uncle Sam (Constancia) Plantation, St. James Parish, Louisiana (1829-43)[1], la Houmas House Plantation and Gardens, Burnside, Louisiana (1840), la San Francisco Plantation House, Garyville, Louisiana (1849-56), la Dunleith Mansion, Natchez, Mississippi (1858).

Fra i molti paesaggi della Louisiana, uno dei più rilevanti è quello della Rosedown Plantation[2], St. Francisville, (1835), la cui casa era concepita come elemento centrale di un ampio parco-giardino (28 acri) che ricreava situazioni con ascendenze formali francesi, inglesi  e italiane.

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Tuttavia gli scenari delle piantagioni  includevano anche diversi tipi insediativi. L’edificio principale era rappresentato dalla casa del proprietario spesso studiato come manufatto isolato. Ma attorno alla plantation house vi era solitamente un giardino ornamentale, curato da giardinieri professionisti, ed una serie di edifici accessori come la cookhouse, la washhouse (laundry), la smokehouse, la milkhouse (dairy), and a cistern.

Altre strutture erano abbastanza comuni come the carriage house and blacksmith (fabbro-maniscalco) altre come una piccola schoolhouse per i figli del proprietario, cappelle, uffici di rappresentanza per le relazioni commerciali erano abbastanza frequenti, ma senza schemi ricorrenti. La casa del sorvegliante, overseer, lo slave quarter ricoprivano ovviamente un ruolo importante nel funzionamento della piantagione[3]. I materiali utilizzati potevano essere i mattoni o più diffusamente il legno per tutti gli edifici a carattere residenziale. A maggiore distanza si trovavano orti, frutteti, fienili e i recinti per gli animali. Disposte secondo le esigenze della piantagione, vi erano poi svariate strutture agricole per lo stoccaggio di materiali e attrezzi, o necessarie alla lavorazione dei prodotti della piantagione, che completano il quadro sommariamente descritto[4]

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[2]See the landscape description and analysis in the National Historic Landmark nomination form by FRICKER, Donna and TURNER Suzanne. Link download:    http://pdfhost.focus.nps.gov/docs/NHLS/Text/01000765.pdf   URL visited May 31, 2012

[3] See PHILLIPS, B. Ulrich, American Negro Slavery, Baton Rouge, Louisiana State University Press, 1966

[4]See VLACH, John Michael, Back of the Big House, The Architecture of Plantation Slavery, Chapel Hill: University of North Carolina Press, 1993

Tipi e riferimenti architettonici delle plantation houses

dicembre 6, 2012

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I principi architettonici a cui si ispiravano le plantation houses sono essenzialmente riconducibili a due modelli, spesso fusi assieme secondo criteri eclettici che esprimevano il complesso gusto dei proprietari.

Il primo tipo era quello del Creole cottage[1], utilizzato soprattutto per gli edifici di piccola dimensione. La caratteristica principale dell’architettura creola era costituita dal particolare sistema distributivo: una sorta di hall centrale, con accesso dall’ingresso principale, fungeva da salone distributivo passante. Inoltre un porticato abbastanza largo, detto galerie o gallery, proteggeva l’ingresso e permetteva anche l’immissione negli ambienti interni che si affacciavano sul lato principale. Gli edifici solitamente erano bassi e molto frequenti i casi in cui la gallery, estesa sui quattro lati dell’edificio,si trovava ad un livello rialzato dalla terra, con la casa sospesa sul terreno.

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Questi edifici corrispondono all’immagine stereotipata, soprattutto di derivazione cinematografica, che abbiamo della casa per abitazione nel Deep South  americano: una casa ad un piano, rivestita in legno imbiancato a calce, una veranda che si affaccia sul giardino e verso la strada; infine esili pilastrini che sorreggono la falda sovrastante che offre l’ombra ad un anziano uomo di colore disteso su una sedia a dondolo.

Il secondo modello architettonico era basato sui nuovi stilemi neoclassici dell’architettura americana, la cosiddetta federal-style architecture. I riferimenti di questo modello risalivano all’architettura rinascimentale italiana e in certi casi a quella greca, dando a volte origine a discutibili revival.

Utilizzato per edifici più rappresentativi dei cottage e dei bungalow descritti poco sopra, questo linguaggio era adoperato anche per celebrare il potere e l’affermazione  commerciale del proprietario della tenuta. La caratteristica degli edifici che adottavano questo particolare linguaggio architettonico era la presenza di un grande loggiato sul fronte principale, quasi una sorta di archetipo comune a quello dell’ architettura creola. La facciata si distingueva invece per l’adozione di un ordine gigante di colonne, che dava unità e articolava in senso stereometrico l’edificio, quasi sempre concepito su due piani con eventuale attico o mansarda.


[1]A study of Creole architecture is: EDWARS, Jay, D., “The Origins of Creole Architecture”, Winterthur Portfolio, Vol. 29, N. 2/3 (Summer-Autumn, 1994), The University of Chicago Press, pp. 155-189, (Link Jstor archive: http://www.jstor.org/stable/1181485 ) and see also LANCASTER, Clay, “The American Bungalow”, The Art Bulletin, Vol. 40, N. 3 (Sep. 1958), College Art Association,  pp.239-253 ( Link Jstor archive: http://www.jstor.org/stable/3047780 )

Oak Alley Plantation House

dicembre 4, 2012

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L’icona assoluta dei paesaggi del vecchio Sud è la Oak Alley House (1837-39), progettata a St. James Parish, Louisiana, da Gilbert Joseph Pilie per conto di Jacques Telesphore Roman, coltivatore di canna da zucchero e proprietario della tenuta sulla riva del fiume Mississippi.

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Il terreno della piantagione ha la forma di un lungo rettangolo disposto perpendicolarmente al fiume. Questo particolare schema deriva probabilmente dal tipico modello francese “costituito da fasce lunghe e strette aventi origine dalle sponde dei corsi d’acqua”[1]. In una pianta di Detroit del 1764, riportata da Reps in Town planning in Frontier America[2], compare il sistema francese di divisione della terra evidenziato da alcuni appezzamenti disposti lungo il fiume all’esterno della piccola città. E’ lo stesso Reps a confermare che il sistema fu applicato dapprima in Canada, per gli insediamenti lungo il San Lorenzo, e successivamente nei pressi di New Orleans, lungo il Mississippi. L’utilizzo di questo sistema di divisione della terra è accertato dalla Norman’s Chart Of The Lower Mississippi River del 1858 che mette anche in evidenza la destinazione d’uso delle varie piantagioni (solitamente cotone e canna da zucchero ) indicandone la proprietà.Tale assetto derivava dalla volontà dei coloni di avere accesso all’acqua che veniva utilizzata per fini pratici e per i trasporti dato che le infrastrutture viarie erano inadeguate e comportavano costi di costruzione e manutenzione.

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L’eccezionalità della Oak Alley plantation è data dalla presenza di numerose piante di quercia, Live Oak, (Quercus Virginiana), un albero sempre verde nativo del sud est degli Stati Uniti. Gli alberi, probabilmente piantati agli inizi del settecento, durante i primi insediamenti coloniali, si presentavano all’ epoca della costruzione della casa principale come piante lussureggianti e di grande dimensione. La loro disposizione ai lati del viale che parte dal fiume per raggiungere l’ingresso della casa, per 240 metri di lunghezza (800 feets), fornisce uno spettacolo scenografico e monumentale. La casa è dunque costruita relativamente vicino al fiume mentre la lunga striscia di terreno si estendeva in profondità per molti chilometri ospitando coltivazioni di canna da zucchero nelle zone paludose e cotone in quelle esenti da acquitrini. L’ edificio, di colore bianco e dalle forme neoclassiche si staglia nel verde paesaggio, tra i prati e le fronde degli alberi rivestiti di muschi e licheni.

Oak Alley plantation house 2Le alte colonne doriche, disposte lungo tutto il perimetro della casa, sorreggono un ampio tetto a padiglione, e formano un portico al piano terra ed una gallery, al primo: il risultato è uno schermo permeabile alla natura che stabilisce una immediata relazione con essa. Racchiudendo uno spazio dalla forma quadrata, le 28 colonne perimetrali sono in diretta correlazione con le querce incontrate lungo il viale poiché ne replicano il numero: una trasmutazione della natura in architettura, “a momentary fusion of natural and tectonic orders”[3]. Le numerose aperture del volume cubico racchiuso sotto le grandi falde inclinate garantiscono il continuo e necessario ricambio d’aria e la giusta quantità di luce, mentre il colore e l’ uso dei materiali conferiscono una particolare luminosità alla casa facendola apparire come una bolla di foschia, una nuvola scesa nel paesaggio del Sud. L’andamento orizzontale del progetto, meno evidente al primo sguardo ma sottolineato sia dalla balaustra della gallery al primo piano, sia dall’enorme trabeazione di chiusura dell’ordine gigante delle facciate, crea una forte tensione spaziale, nonostante l’indipendenza e l’ autonomia delle forme utilizzate. Il significato paesaggistico della Oak Alley House è ben commentato da Henry Plummer:

While the house emanates in all directions through a permeable structure, the main axis of the site has been directionally shaped into an explosive shaft of energy. Tracing out the radius of a tight curve in the Mississippi, which has made an arc around the front of the property, this line runs first  from the river under a dramatic tunnel of oak trees, then right through the main doors and hallway of the house, as well as the upper veranda’s balcony on the river world, out rear doors and through a less insistent alley of trees, and then onward for over three miles along a farm road, under open skies and past neatly arrayed plots of sugar cane at either side, to finally dissipate in an impassable Louisiana swamp.[4]

Sulla sommità del tetto, all’ altezza della chioma degli alberi,  vi è invece una terrazza che funge da belvedere, e ideale torretta di guardia, da cui contemplare la natura e i campi circostanti. Oak Aleey è il simbolo di un aristocratico isolamento dalla città, l’allegoria di una ricca classe di proprietari terrieri che andava consumando i suoi ultimi giorni con l’impassibile eleganza di chi sa di procedere verso un inarrestabile declino. Il significato di questo paesaggio, considerato su larga scala, nella vastità della valle del Mississippi e delle terre del Deep South, mette in evidenza il complesso intreccio tra impulsi della società, della tecnica e della politica di un preciso periodo storico.


[1] REPS, John William, Town Planning in Frontier America, Princeton, University Press, 1969 [first ed. 1965] p. 86 (Italian translation by M. Terni, S. Magistretti, La costruzione dell’America urbana; introduction by Francesco Dal Co.- Milano: Franco Angeli, 1976 –  p. 98)

[2]Ibid. p. 87. This drawing of Detroit is the earliest printed map of the city.

[3] PLUMMER, Henry, The Potential House, Tokyo, A+U publishing, 1989,  p. 49

[4] Ibid., p. 48

The American Gardner’s Calendar

dicembre 3, 2012

Al ritorno dalla spedizione di Lewis and Clark (1804-1806) per l’esplorazione dei territori della Louisiana,  Bernard McMahon (1775-1816), mentore delle pratiche di gardening di Thomas Jefferson, pubblica The American Gardner’s Calendar, un compendio dettagliato su giardinaggio, orticoltura e floricoltura, con istruzioni precise, differenziate per piante, pratiche ed usi. Nel tentativo di unire scienza botanica con l’orticoltura pratica il suo intento dichiarato era:

[…]in order to accommodate the Agriculturist, I have given a classical catalogue of the most important and valuable grasses and other plants used in rural economy ; and likewise  pointed out the particular kind of soil, in which each plant cultivated as a grass, or exclusively on account of its foliage, has been found, upon repeated trials, to succeed best. From an experience which I have had of near thirty years in PRACTICAL GARDENING, on a general and extensive scale; the particular pains which I have taken, not only to designate the necessary work of every month, but also the best methods of performing it.[1]

 

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McMahon’s plan for “design for a villa garden”: A) House, B) Barn, C) Hose clumps, D) Central figures of flower garden, E) Lawn, F) Grape-arbor, G) vegetable grounds H) Fruit department, K) Yard, L) Piazza, S) Rustic seat V) Vase. The ground measured 120 feet by 200 feet.
The following named trees are placed as indicated by the fi gures on the plan : 1. Magnolia
purpurea, Purple Magnolia. 2. Magnolia conspicua, Chandelier Magnolia. 3, 4. Cedrus Deodar, Deodar Cedar. 5, 6. Abies canadensis, Hemlock Spruce. 7. Liquidambar styracifl ua, Sweet Gum. 8. Fagus sylvatica purpurea, Purple Beech. 9. Acer campestre, English Maple. 10. Chionanthus
Virginica, Virginia Fringe Tree. 11. Magnolia tripetala, Umbrella Magnolia. 12. Rhus
cotinus, Mist Bush. 13. Cytisus laburnum, Golden Chain. 14. Virgilea lutea, Yellow Wood. 15. Halesia tretraptera, Silver Bell. 16. Larix Europa, European Larch. 17. Celtis occidentalis, Nettle Tree. 18. Acacia julibrissin, the Julibrissin Tree. 19. Juglans regia, Madeira Nut. 20. Berberis
purpurea, Purple Berberry. 21. Pyrus Japonica, Japan Quince. 22. Buxus sempervirens arborea,
Tree Box. 23. Euonymus Japonica, Evergreen Euonymus. At D in the fl ower-garden, a plant of the weeping cherry, and the * shows the position of sugar maples for shade.

Oltre ad essere il primo manuale pratico sull’argomento stampato in America, The American Gardner’s Calendar aveva ottenuto un ampio successo: nel 1857 era arrivato all’undicesima edizione e costituiva il riferimento delle pubblicazioni di settore che erano divenute numerosissime. Il Calendar di McMahon era modellato sulla English formula dei tipici manuali di giardinaggio, dando indicazioni e istruzioni, mese per mese, su come piantare, curare la flora e preparare il suolo del giardino. Inoltre McMahon introdusse attraverso il suo libro la trattazione teorica e pratica della suddivisione degli spazi del giardino, secondo una consolidata pratica inglese: kitchen garden da una parte, fruit garden dall’altra, orchard, nursery, pleasure (flower) garden, etc, vennero concepiti come entità separate, distinguendo gli scopi utilitaristici del giardino da quelli estetici. In particolare nel capitolo intitolato “The pleasure, or flower garden. Ornamental designs and planting” McMahon coglieva gli elementi tipici della pratica del gardening e la innervava con le nuove teorie introdotte da Repton. Nelle pagine del Calendar McMahon afferma che:

In designs for a pleasure-ground, according to modern gardening, consulting rural disposition in imitation of nature, all too formal works being almost abolished, such as long straight walks, regular intersections, square grass-plats, corresponding parterres quadrangular and angular spaces, and other uniformities, as in ancient designs; instead of which are now adopted rural open spaces of grass-ground, of various forms and dimensions, and winding walks, all bounded with plantations of trees, shrubs, and flowers, in various clumps; other compartments are exhibited in a variety of imitative rural forms, such as curves, projections, openings and closings in imitation of natural assemblage; having all the various plantations and borders open to the walks and lawns[2].

A corredo delle sue indicazioni pubblicò anche una planimetria per il “design for a villa garden”,  fornendo preziosi consigli di progettazione del giardino e per la scelta degli alberi da piantare. Tutte queste idee furono mutuate da Jefferson nel progetto di Monticello e sono evidenziate da alcune caratteristiche peculiari del parco attorno la casa: si pensi ad esempio alle operazioni di sfoltimento del bosco naturale, all’adozione dei roundabouts, delle aiuole floreali ovali (oval flower beds) e del prato davanti la villa. Tali scelte del progetto di Jefferson vanno sottolineate per dimostrare la conoscenza della pratica del landscape gardening e la volontà di sottrarsi dalla semplice logica utilitaristica con cui in apparenza Jefferson sembra governare la propria tenuta di Monticello.

[1] MCMAHON, Bernard, The American Gardner’s Calendar, adapted to the climate and season of the United States, Philadelphia, J.B. Lippincott and Co., 1857 (first ed. 1806) p. ix

[2] ibid. p.74

Monticello

dicembre 2, 2012
Monticello aerial

Monticello, vista aerea. Si noti: il lawn davanti alla villa e sulla destra la vegetable garden terrace con il frutteto delimitato dal bosco circostante.

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Residenza del principe di Salm a Parigi. Progetto di Pierre Rousseau realizzato tra il 1782 e il 1787 e probabile ispirazione per Jefferson

Thomas Jefferson (1743-1826), tra gli autori della Dichiarazione di Indipendenza (1776), e terzo presidente degli Stati Uniti (1801-1809), fu uno dei primi americani ad adoperarsi con profondo interesse  nella progettazione e trasformazione del paesaggio.  Numerosi studi hanno analizzato le varie fasi di costruzione della villa di Monticello e le scelte progettuali adottate dal Jefferson architetto. L’adesione al linguaggio neopalladiano, fa di Jefferson un progettista aggiornato e allineato sulle scelte dei principali protagonisti del periodo tardo illuminista, inoltre i richiami all’architettura rinascimentale, romana e greca acquisiscono nella lontana Virginia il significato di una rievocazione fondativa: la classicità del neopalladianesimo di Jefferson, i suoi interessi per l’agricoltura, rappresentano programmaticamente il sogno   di costruire un paesaggio rurale di bucolica e democratica ispirazione. Il passato non rammenta semplicemente la giustizia di tempi lontani, ma attraverso l’architettura, anche la speranza e la fiducia nei confronti delle forme della neonata Repubblica. Dunque l’interesse di Monticello, con i suoi 5000 acri di terreno (circa 2000 ettari), non è dato dall’edificio in sé, né dalle sue decorazioni, ma dalla vocazione agricola della costruzione, che con i suoi orti,  giardini, piantagioni, strade, dimostra di essere una perfetta “workhouse of nature”La bellezza formale dell’architettura e la compiutezza del progetto architettonico sembrano sviare l’attenzione rispetto all’utilizzo sperimentale, a volte anche effimero, che si fa del paesaggio.

MONTICELLO OGGI

Monticello (1) _ 0. Piano

Tra i documenti messi a disposizione dalla Massachusetts Historical Society, nel fondo archivistico elettronico dedicato ai Thomas Jefferson Papers, compaiono il Garden Book e il Farm Book, minuziosi diariin cui Jefferson registra intenzioni ed azioni agricole intraprese, elencando piante, semi, fiori, provenienze della flora, successi ed insuccessi delle relative coltivazioni. Lo straordinario interesse che suscitano questi documenti manoscritti mette in evidenza le continue modificazioni del paesaggio e i tentativi condotti su di esso. Nell’ ipotesi portata a compimento negli anni della presidenza, quattro percorsi dalla forma ellittica, the roundabouts, circondano la cima del colle, attestandosi su curve di livello decrescenti, e dunque su circonferenze man mano più ampie. Questi percorsi permettono di accedere a diversi ambiti paesaggistici pensati attorno alla costruzione principale. Inoltre, “The ground between the upper and lower roundabouts to be laid out in lawns and clumps of trees, the lawns opening so as to give advantageous catches of prospect to the upper roundabout. Vistas from the lower roundabout to good portions of prospect”. Ad est i percorsi oltrepassano il boschetto (The Grove) ricavato dallo sfoltimento di una porzione adiacente di foresta naturale ripulita del sottobosco, per poi costeggiare a Sud il Mulberry Row, con i padiglioni adibiti a workshop.A valle del Mulberry Row vi sono la Vegetable Garden Terrace, dotata di un piccolo padiglione-belvedere,due piccoli vigneti (16000 e 9000 square foot area 1400 e 800 mq) intervallati  dalle Berry Squares, e un frutteto (South Orchard) con innumerevoli varietà di mele, pesche, ciliegie, pere, albicocche, prugne, che è stato oggetto di “restauro” nel 1981 per renderlo accessibile ai visitatori.

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In questo frutteto sono stati ripetutamente compiuti tentativi di coltivare alberi mediterranei, come, fichi, mandorli, melograni e ulivi senza particolare successo a causa delle rigidità del clima invernale e primaverile.Il lato est di Monticello è invece caratterizzato da un frutteto più piccolo, impiantato nel 1784  prima della partenza per la Francia, e da un bosco diradato, ovvero un arboreto in cui si trovano piante autoctone ed altri alberi come il red cedar (Juniperus virginiana), il sugar maple (Acer saccharum), l’ European larch (Larix decidua) il tulip poplars (Liriodendron tulipifera). Nel progetto delle pertinenze all’abitazione pricincipale Jefferson pensa ad alcuni accorgimenti per diversificare gli usi del terreno circostante. Le soluzioni adottate dimostrano la conoscenza dei paesaggi europei. Jefferson, come noto, aveva soggiornato in Inghilterra, Francia e Italia e da questi paesi aveva tratto esperienze e fonte di ispirazione. Le influenze italiane, rese evidenti dalla toponomastica dei luoghi, dalle ascendenze classiche dell’ architettura e dalla frequentazione dell’amico Mazzei (ma anche di altri italiani), sono essenzialmente riconducibili alle suggestioni esercitate dai Quattro Libri dell’ Architettura di Andrea Palladio, accuratamente studiati da Jefferson. Allo stesso tempo è palese il richiamo alla tradizione del landscape gardening inglese. Jefferson dimostra infatti una sensibilità tipicamente anglosassone nel coniugare aspetti pittoreschi e richiami all’antico, così come era stato sperimentato nei lavori di William Kent (1685-1748) e Lancelot “Capability” Brown (1716-1783).

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In particolare l’adozione di una Ha-Ha barrier sul lato ovest e sul lato sud di Monticello, documenta l’attenzione di Jefferson nei confronti di un elemento caratteristico dei paesaggi delle tenute inglesi. Ed infatti egli la utilizza con lo stesso spirito paesaggistico: la Ha-Ha barrier non è solo un fossato utile a definire un perimetro preciso attraverso una piega del terreno, essa ha anche lo scopo di proteggere i giardini di fiori dagli animali che pascolano nelle vicinanze dell’edificio. Il lato est, da cui proviene la strada di accesso alla villa, è invece definito da un ovale disegnato da una successione di piccole colonne e una chain fence (catena di recinzione). Gli orti, e gli alberi da frutta, ancora oggi presenti, erano invece circondati da palizzate di legno (paling fence) alte circa un metro per  tenere lontano, a seconda dei casi, lepri,  cervi o altri animali selvatici, ma nel corso degli anni verranno utilizzate anche siepi di biancospino (howthorn hedges) con la funzione di separare colture o proteggere aree specifiche dagli animali. A diretto contatto con l’edificio, nello spazio racchiuso dai padiglioni Nord e Sud, sono presenti numerosi ovali di fiori, oval flower beds, contenenti le più variegate specie, selezionate nel corso degli anni da località vicine e remote, e durante la spedizione geografica di Lewis e Clark (1804-1806).

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Infine come prolungamento delle ali laterali vi è un percorso pedonale a forma di anello in terra battuta, che, dispiegandosi sul falso piano alla base del cocuzzolo, racchiude un ampio prato (lawn) costeggiato a tratti da aiuole di fiori e da un piccolo stagno. A maggiore distanza da Monticello, sui colli e sui declivi circostanti della grande tenuta, vi erano porzioni di bosco dedicate ad animali come cervi, ovini e bovini, e campi riservati alla coltivazione agricola “intensiva”, non sperimentale, sulla base di uno schema di sfruttamento del terreno che prevedeva la rotazione delle colture. In questi ulteriori campi venivano coltivati grano, avena, trifoglio, piselli, mais e alberi da frutto (wheat, oats, clover, peas, corn and fruit trees). A tutto ciò si aggiungono i numerosi percorsi, canali, strade, edifici, campi e porzioni di bosco organizzate secondo un progetto comune. Quello che più stupisce non sono solo le annotazioni botaniche appuntate da Jefferson, ma le sue minuziose elaborazioni progettuali, le verifiche fatte attraverso misurazioni e schizzi, il controllo generale dell’ insieme garantito da continui salti di scala, dal giardino al territorio, fino a comprendere riflessioni sulle vedute prospettiche e sulla definizione dello skyline naturalistico. Ma i variegati paesaggi di Monticello ci raccontano anche qualcosa di più, e forse suonano da monito ancora oggi, per quanto anacronistico possa sembrare il landscape of slavery che sottende la seducente organizzazione jeffersoniana della proprietà. Jefferson aveva condannato più volte la schiavitù, tuttavia ad ogni orto, ad ogni campo di Monticello corrispondevano un proporzionato numero di semplici baracche, ricoveri costruiti per una manodopera forzata; e ciò suonava come una beffa alle parole espresse nelle Notes on the State of Virginia (1785) secondo cui icultivators of the earth are the most virtuous and independent citizens”. Ancora oggi lo sforzo di costruire un terreno comune, basato sull’ idea di libertà, sul diritto della ricerca della felicità, si scontra con una realtà ugualmente triste e complessa: evocare una giustizia divina o terrena non basta a placare la fame di cibo, di acqua ed energia.

Il “destino manifesto” dell’ America

dicembre 17, 2011

La dottrina del Destino Manifesto e la conquista dei nuovi territori rappresentano un passaggio importante nell’ elaborazione del complesso rapporto uomo-natura nell’ America dell’ Ottocento.

Il destino manifesto si può intendere come un comune e sentito credere  secondo cui il destino degli Usa fosse quello di espandersi in virtù di un ideale morale da considerarsi al di sopra delle leggi terrene. La dicitura in sé venne coniata nel 1845 dal giornalista John O’ Sullivan, all’ epoca influente sostenitore del Partito Democratico statunitense. In un suo articolo intitolato “Annessione” pubblicato in United States Magazine and Democratic Review 17,no.1 (July-August 1845) incitava gli Stati Uniti ad annettere la Repubblica del Texas “poiché era destino manifesto dell’ America di diffondersi nel continente”. Tale idea si tradusse politicamente e sfociò di fatto nella guerra messicano statunitense del 1846.

Come voce contraria è da ricordarsi Henry David Thoreau che si oppone alla guerra di conquista rivendicando il diritto alla “disobbedienza civile”.

La conquista dei nuovi territori si dimostrò poi essenziale nello sviluppo dei settori industriali, per quanto in una prima fase l’ esigenza di disporre di nuovi territori sia stata sollecitata dalla semplice permanenza di sistemi di sfruttamento del suolo arretrati e predatori nei confronti delle risorse naturali. Proprio per questo la conquista dei nuovi territori ebbe un motore efficace nelle grandi piantagioni del profondo Sud, ove si era soliti tener bassi i costi consumando capitale terriero.

Il quadro di John Gast (1872) rappresenta e idealizza la missione civilizzatrice di cui si facevano portavoce i pionieri, i proprietari terrieri e le compagnie ferroviarie: Una dea porta con sè i cavi del telegrafo, alle sue spalle la civiltà della macchina, accanto a sè i contadini, gli esploratori e i cacciatori, davanti a tutti, a west, scappano nel buio e nei territori del wilderness gli indiani e gli animali feroci.

Go West, young man! (2)

dicembre 9, 2011

Go West, young man, go West and grow up with the country.

New York Tribune, July 13 1865

Horace Greeley

Il problema della regolamentazione del commercio fu una questione particolarmente rilevante alla fine del ‘700 a causa dell’ instabilità e volubilità del mercato estero regolato da rigide restrizioni unilaterali imposte dal Regno Unito. Tali restrizioni diedero avvio allo stesso tempo al fenomeno dell’ espansione della frontiera che rappresentò in una prima fase un’ alternativa morale più che economica ai capricci della madrepatria e solo successivamente, con l’ indipendenza, divenne un processo praticamente inarrestabile.

Frederick Jackson Turner è colui che idealizzò e riassunse dal punto di vista storiografico la “tradizione” della frontiera e il movimento espansionistico degli USA. Turner fu così capace di elaborare la tesi secondo cui la frontiera diviene il principio stesso di interpretazione della storia oltre ad individuare ed identificare nella stessa storia frontiera la storia americana. La frontiera rappresenta sostanzialmente la storia della colonizzazione degli inesplorati e selvaggi spazi del West e questa teorizzazione rimane il suo più interessante e determinante contributo. La “tesi della frontiera” di Turner, ritenuta la dichiarazione di indipendenza degli storici americani,  fu elaborata all’ interno del saggio “Significato della frontiera” pubblicato nel 1893 come testo di una conferenza tenuta all’ American Historical Association durante l’ Esposizione Mondiale Colombiana di Chicago.

Anche Turner qualunque siano i limiti della sua interpretazione chiarì sotto un profilo scientifico la vocazione di “terra promessa” dei grandi territori americani, esattamente come aveva intuito lo stesso Melville. Il termine frontiera assume però in questo frangente un significato del tutto particolare che si distacca dall’ idea più precisa che ne abbiamo noi europei di linea di demarcazione tra una nazione ed un’ altra. Frontier ha assunto nella vita e nella lingua americana un significato sostanzialmente diverso: <> secondo Walter p. Webb, probabilmente il più geniale degli allievi di Turner. Anche una rapida consultazione di un vocabolario di americanismi confermerà la tesi che la frontiera è “una regione, nell’ attuale configurazione degli Stati Uniti, recentemente e sparsamente abitata, e immediatamente a contatto con il wilderness o territorio  non abitato né colonizzato”. Con altri significati il termine risulta raramente utilizzato in USA poiché frontier  incorpora in sé la consapevolezza che attorno agli insediamenti coloniali non c’ era un confine rigido -se non durante un conflitto bellico- e c’ era invece spazio aperto e disponibile. L’ innovazione della tesi di Turner sta proprio nel aver compreso l’ importanza dell’ idea espressa dalla frontiera e contemporaneamente di essersi distaccato dalle scuole storiografiche di moda negli stessi anni secondo cui il compito primo dello storico era quello di individuare i “germi” delle istituzioni americane rintracciandone le origini nelle corrispettive strutture sociali europee. Al contrario Turner individuerà la configurazione delle istituzioni americane quale risultato di un processo di reciproco adattamento tra uomo e ambiente non civilizzato. In altre parole l’ uomo americano nel suo sottomettersi ed adattarsi alla natura  in realtà trova anche i mezzi per organizzarsi come società e dominare successivamente la natura che prima lo ha temprato.

La frontiera è la linea dell’americanizzazione più rapida ed effettiva. La grande distesa solitaria domina il colono, s’impadronisce del suo animo. Egli è vestito all’europea, ha strumenti europei, viaggia e pensa all’europea. La grande distesa solitaria lo tira giù dalla carrozza ferroviaria e lo mette su una canoa di betulla. Lo spoglia dei vestiti della civiltà, lo veste con la casacca del cacciatore e gli mette ai piedi i mocassini di daino. Lo spinge nella capanna di tronchi d’albero del Ciroki e dell’Irochese e lo circonda di una palizzata indiana. Il colono ha già seminato mais e lo ha arato con un legno appuntito; ora lancia grida di guerra e scotenna nel più puro e ortodosso stile indiano. Per dirla in breve, alla frontiera l’ambiente è, agli inizi, troppo violento per l’uomo bianco. Questi deve accettare le condizioni che trova o perire, e così si adatta alla radura e segue le piste degli Indiani. A poco a poco trasforma le solitudini deserte, ma il risultato non è la vecchia Europa, lo sviluppo dell’originario germe sassone, il ritorno all’antichissimo ceppo germanico. Nasce con lui un prodotto nuovo e genuino: l’Americano.

Frederick J. Turner, La frontiera nella storia americana, Il Mulino, Bologna, 1975, pp 31-34.

Go West, young man! (1)

dicembre 6, 2011

<<Chiamatemi Ismaele>>

Call me Ishmael.  Con questo incipit Herman Melville dà avvio a Moby Dick,  uno dei suoi più noti romanzi.  Il libro pubblicato per la prima volta a New York nel 1851 narra il viaggio della baleniera Pequod e le avventure intraprese dai membri del suo equipaggio, sotto la guida del leggendario e famigerato capitano Achab.

Chiamatemi Ismaele. Alcuni anni fa – non importa quanti esattamente – avendo pochi o punti denari in tasca e nulla di particolare che mi interessasse a terra, pensai di darmi alla navigazione e vedere la parte acquea del mondo. E’ un modo che io ho di cacciare la malinconia e di regolare la circolazione.Ogni volta che m’accorgo di atteggiare le labbra al torvo, ogni volta che nell’anima mi scende un novembre umido e piovigginoso, ogni volta che mi accorgo di fermarmi involontariamente dinanzi alle agenzie di pompe funebri e di andar dietro a tutti i funerali che incontro, e specialmente ogni volta che il malumore si fa tanto forte in me che mi occorre un robusto principio morale per impedirmi di scendere risoluto in istrada e gettare metodicamente per terra il cappello alla gente, allora decido che è tempo di mettermi in mare al più presto. Questo è il mio surrogato della pistola e della pallottola. Con un bel gesto filosofico Catone si getta sulla spada: io cheto cheto mi metto in mare. Non c’è nulla di sorprendente in questo. Se soltanto lo sapessero, quasi tutti gli uomini nutrono, una volta o l’altra, ciascuno nella sua misura, su per giù gli stessi sentimenti che nutro io verso l’oceano.
 
H. Melville, Moby Dick o la Balena, traduzione di Cesare Pavese, Adelphi, Milano. 9. ed. 2004

Ripercorrendo l’ inizio del libro, nella melanconica traduzione italiana di Cesare Pavese che ho qui sopra riproposto, scopriamo come Melville trasferisca “per mare” tutte le passioni,  le ansie e le aspettative di coloro che si recavano alla volta dell’ America, il Nuovo Continente in cui riporre  speranza e cercare fortuna.

 

Sarà proprio lo scrittore americano a scrivere nel precedente libro White-Jacket (1850) una sintomatica definizione che conferì significato di epopea religiosa alla “missione” dei nuovi pionieri:

We Americans are the peculiar, chosen people — the Israel of our time; we bear the ark of the liberties of the world […] We are the pioneers of the world, the advanceguard sent on through the wilderness of untried things, to break  a new path in the New World that is ours.

Dunque Melville, trovò alimento letterario, proprio in ciò che viveva in prima persona, che aveva sotto gli occhi: il nostro pensiero non deve andare solamente alle sue esperienze di marinaio a bordo di varie spedizioni navali, ma soprattutto deve essere rivolto verso i vasti territori degli USA e le imprese dei primi coloni che abbandonando il “provinciale” New England si dirigono verso West.

Melville non interpreta solo il fascino mistico rappresentato dal viaggio e dall’ ignoto, sin dal suo scritto di esordio Typee. Avventura in Polinesia (1846), propone storie che suonano quasi come appelli ad una vita libera ed a contatto con la natura, con l’ aggiunta di un moderno fascino documentaristico.

Fin dai suoi primi scritti Melville decide di inserire pagine di tono scientifico e nel desiderio di raccontare la “verità” in Typee aggiunge anche una carta geografica; il fascino della “rivelazione” però arriva con Moby Dick: al lettore, come in precedenza, non sono risparmiate lunghe digressioni tecniche ed enciclopediche, talvolta perfino pedanti, ma soprattutto vengono scelti per i protagonisti nomi capaci di suggerire il senso di tutto il viaggio narrato.

Se in Typee il messaggio è rappresentato dalla diserzione dalla nave alla volta di un mondo selvaggio, di una terra nuova ed incontaminata, in Moby Dick, attraverso l’ allegoria epica del viaggio per mare, si richiamano le spedizioni reali verso il West.

Dunque potremmo dire che mentre Achab cerca il senso della sua vita nelle profondità oscure dell’ oceano, il pioniere le ricerca nella frontiera e nella wilderness.

Inoltre Achab, Elijah, Gabriel, Ishmael sono senza dubbio nomi tratti dalle sacre scritture, ma nomi simili erano comuni nel New England e Melville ha legittimamente attinto dalla quotidianità creando una tensione tra piano narrativo e quello della cronaca del tempo.

A questa ricerca della verità, a tratti ingenua e in parte inconsapevole, egli sarà capace di aggiungere il messaggio “biblico” e contemporaneamente la vocazione, lo spirito che animava gli americani dell’ epoca,  proprio a partire da una rielaborazione di esperienze personali.

Naturalmente siamo consapevoli dei limiti della lettura proposta. I viaggi proposti da Melville è chiaro come non siano né semplici cronache, né una trovata letteraria, neppure il semplice desiderio di evocare citazioni epiche e letterarie: si tratta chiaramente di viaggi  ed avventure dal significato universale, proprio come universale è la vicenda degli esploratori  delle ignote terre del West tra desiderio di affermazione e paura dell’ ignoto.

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