Jefferson e la Poplar Forest Plantation House

dicembre 7, 2012

poplarforest11

Nel progetto per Poplar Forest[1], una tenuta di circa 4800 acri, possiamo valutare le differenze di approccio con le piantagioni del profondo Sud. Il progetto viene realizzato nel corso di una decina di anni a partire dal 1806, anno in cui si dà inizio ai lavori  di costruzione in mattoni della villa ottagonale e che termineranno tre anni dopo. Il linguaggio architettonico adottato è neo-palladiano e la natura completa il progetto della casa secondo un criterio che mette in campo una pianificazione in termini territoriali.

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La casa diventa il landmark che conferisce ordine geometrico alla proprietà che è caratterizzata da tre ambiti paesaggistici: i terreni agricoli, un courtilage di 61 acri e, all’interno di quest’ultimo, un ampio cerchio il cui centro è rappresentato dall’abitazione.

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in maniera del tutto originale viene approntato il progetto architettonico della casa. La forma ottagonale esprime la radialità dello spazio e le molteplici relazioni instaurate con l’intorno: ai lati della casa, lungo un asse che funge da diametro dell’impianto circolare del terreno, vi sono due cumuli di terra ricoperti di alberi messi in connessione con l’architettura attraverso una doppia fila di paper mulberry trees (gelsi). Da un’analisi dei disegni sembra che Jefferson abbia sostituito ali e padiglioni laterali di un impianto tradizionale attraverso elementinaturali.[2]

schema

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I terreni agricoli erano invece destinati a tabacco  e grano, mentre il curtilage, racchiuso da snake-fences, ospitava orti, frutteti, giardini e gli edifici legati alla piantagione. Il curtilage in altre parole rappresentava il paesaggio mediatore tra l’aperta campagna e la casa padronale. Il cerchio che ospita la casa era disegnato da una strada costeggiata ai due lati da alberi di pioppo italiano e racchiudeva un’area di circa 10 acri. Nella metà in cui vi era la strada che conduceva all’ingresso della casa  era stato organizzato un giardino alberato, nell’altra metà un prato.

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Di questo paesaggio complesso e fatto di unità territoriali racchiuse l’una dentro l’altra oggi rimangono solo alcuni frammenti, per altro compromessi dal tempo. Tuttavia l’abitazione è stata oggetto di restauro così come il landscape oggetto di scavi “archeologici” finalizzati a studi e ricerche.

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Jefferson, che si considerava un farmer di professione [3], con la sua insistenza a sostegnp dell’economia agraria e dell’autonomia locale, intesa quale autosufficienza produttiva derivante dalla terra, con la sua avversione allo sviluppo dell’industria,  sarà il primo americano a manifestare  apertamente una forma di repulsione per la città[4]. Secondo Manfredo Tafuri, Jefferson rappresenta la “coscienza ambigua degli intellettuali americani”[5], a causa della sua paura di accettare il passaggio da un ordine sociale ad un altro: per questo motivo la sua è una visione utopica, “anche se non più come avanguardia, bensì come retroguardia[…] L’utopia di Jefferson architetto si traduce tutta con l’ <<eroismo domestico>> del suo Classicismo”[6].

Per approfondimenti si consiglia il seguente link:

https://lucaguido.wordpress.com/2012/12/07/jefferson-e-gli-indiani/


[1] See CHAMBERS, S. Allen Jr., Poplar Forest and Thomas Jefferson, Little Compton, Fort Church Publishers inc, 1993

[2] In 1814 Jefferson builds a lateral wing of “offices” in addition to the est side of mansion house.

[3] In 1809 Jefferson draws a particolar model of a plow called improve moulboard of least resistance. This project will receives a  medal from the French Society of Agriculture.

[4]See WHITE, Morton Gabriel, WHITE, Lucia, The intellectual versus the city: from Thomas Jefferson to Lloyd Wright, Cambridge, Harvard University press, 1962; FITCH, James Marston, Architecture and esthetics of plenty, London, Columbia University press, 1966; SCULLY, Vincent J., American architecture and urbanism, London, Thames & Hudson, 1969 (tr. it. Architettura e disegno urbano in America: un dialogo fra generazioni, introduzione di Mario Manieri Elia, Roma, Officina, 1971)

[5] TAFURI, Manfredo, Progetto e utopia, architettura e sviluppo capitalistico, Roma-Bari, Laterza 2007 (prima ed. 1973)  p. 28,  (en tr. by Barbara Luigia La Penta, Architecture and Utopia. Design and Capitalistic Development, Cambridge, Massachusetts, and London, England, The MIT Press,1976, p. 28)

[6] Ibid., p. 28-29

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