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La Macchina nel giardino e il middle landscape

dicembre 18, 2012

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La costruzione del paesaggio industriale americano si è articolata culturalmente attraverso una stretta mediazione con il mondo della natura. Questo processo di definizione delle idee ha anche determinato una complessa situazione nell’elaborazione teorica degli stimoli sensoriali provenienti dal paesaggio. Gli sconfinati territori del wilderness e l’avanzare del progresso tecnologico mettevano a contatto sfere percettive contrastanti, che tuttavia la cultura americana ha sempre cercato di sintetizzare assieme.

Leo Marx, autore del libro La macchina nel giardino. Tecnologia e ideale pastorale (1964), analizzando gli anni dell’Indipendenza americana e i successivi decenni dell’Ottocento, si è attentamente occupato di questi rapporti tra paesaggio naturale e progresso industriale. Leo Marx ha dimostrato infatti come in America l’idea dello sviluppo economico, durante la nuova era manifatturiera, sia stata ricondotta nell’universo simbolico del paradiso terrestre, del giardino incontaminato.

Questa attenzione riservata alle macchine, intesa come elemento di novità e di rottura del mondo naturale, permea gran parte della letteratura americana dell’Ottocento:

La forza evocativa che l’episodio della Valle Addormentata suscita in noi trova conferma nel fatto che, a partire dal quarto decennio dell’Ottocento, ne sono apparse numerosissime varianti nella letteratura americana. Basti pensare alla scena di Walden in cui, mentre Thoreau è immerso in sogno ad occhi aperti, s’ode il fischio della locomotiva che penetra nel bosco come il grido di un falco. Oppure il passo pieno di mistero di Moby Dick in cui Ismaele sta espolarando i recessi interni di una balena arenata, quando all’ improvviso l’immagine muta e lo scheletro del leviatano diventa uno stabilimento tessile del New England. O ancora, il momento drammatico in Huckleberry Finn quando, mentre Huck e Jim si lasciano pacificamente trasportare dalla corrente, improvvisamente sbuca fuori dalle tenebre un mostruoso battello a vapore che sfonda la loro zattera da parte a parte. Spesso però la macchina appare con una repentinità ancora più allarmante. A volte entra bruscamente in una Valle Felice, altre volte è un viaggiatore ad imbattersi in essa all’ improvviso. In un racconto di Melville (The Tartarus of Maids [il Tartaro delle fanciulle]), il narratore è alla ricerca di una cartiera tra le montagne. Con la slitta raggiunge una profonda gola stretta tra le colline ripide come pareti. Non riesce a vedere il posto, quando, come egli dice <<improvvisamente mi giunse all’ orecchio un ronzio, un fruscio di ruote. Mi guardai in giro ed ecco, come una valanga arrestata, vidi l’ enorme fabbrica, imbiancata a calce>>. I rumori sinistri delle macchine, come quello del battello a vapore che travolge la zattera o quello del treno che interrompe nell’ idillio di Walden, riecheggiano continuamente nella nostra letteratura (Leo Marx).

 In altre parole, se ancora una volta,  in questo speciale rapporto possiamo intravedervi un’altra faccia della relazione città-campagna, non dobbiamo sottovalutare il ruolo giocato dalla forza prorompente della macchina.

Mentre si andava affermando una fiducia patetica nelle doti salvifiche dell’America, attraverso l’entusiasmo nei confronti di ciò che essa poteva promettere, si muovevano parallelamente le prime riflessioni critiche sulle sue conquiste. L’elemento antagonista, il tema del conflitto tra uomo e natura, risulta però nell’America dell’Ottocento più evidente che negli anni dell’Indipendenza: l’industrializzazione, rappresentata efficacemente dall’immagine del treno che sfreccia via lungo i binari, costituisce una forza che minaccia l’immagine pastorale del paesaggio, ma allo stesso tempo fornisce un’occasione per percorrerlo.

Tuttavia il treno, almeno in una prima fase temporale, non prevaricherà mai completamente i diritti della natura,  pur presentandosi come elemento dissonante.

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Georges Innes (1825-1894), pittore di paesaggi di ispirazione classica, ci fornisce un ottimo spunto di riflessione attraverso uno dei suoi più noti quadri. Quando nel 1855 la Lackawanna Railroad Company commissionò ad Innes un’opera che raffigurasse la costruzione della ferrovia nel paesaggio, egli si trovò davanti alla stimolante impresa di poter fornire una lettura critica di quello che si andava costruendo. Dobbiamo immaginare che, come suggerisce Leo Marx nella lettura di questo quadro, il pittore non fosse così entusiasta di disegnare un treno mentre irrompe nel paesaggio, ma egli seppe coniugare le esigenze del committente con le proprie aspirazioni e con i propri sentimenti nei confronti della natura. Il risultato del quadro, intitolato Lackawanna Valley, riesce a mettere assieme, senza particolari contrasti, un paesaggio bucolico e il nuovo mondo evocato dalla ferrovia.

Il treno spicca all’interno di un paesaggio pastorale, in cui gli animali in primo piano pascolano indisturbati, ma in realtà il nuovo mezzo di trasporto non è un vero elemento di rottura, al contrario, comporta una fusione unificatrice. Il suo sbuffo di vapore è il duplicato di una nuvola, anche le colline e gli alberi partecipano alla definizione di un paesaggio ove le opere dell’uomo sono parte di un contesto naturale più vasto. L’inquietante distesa di alberi tagliati apre la vista a una figura umana distesa su un fianco e che guarda verso l’orizzonte tranquillo. L’osservatore solitario contempla lo spettacolo messo in scena dall’uomo e dalla natura esattamente come il pastore contemplava quello dell’Arcadia.

In ultima analisi, l’operazione compiuta da Innes rievoca quella dei paesaggisti del ‘600 e del ‘700. Prima di lui, già Poussin, assieme ad altri artisti, introdusse nei suoi  delicati idilli pittorici l’inquietante presenza di un teschio a fine di monito, oltre il motto Et in Arcadia Ego che significa “Anche io [Morte] sono in Arcadia”.

Il treno all’epoca offriva la possibilità di mettere in diretto contatto l’abitante della città con territori distanti ed incontaminati, e permetteva di farlo rapidamente.

Per questo la macchina, e il treno in particolare, non contrasta con l’ideale pastorale e contribuisce a formare quello che Leo Marx chiama middle landscape.

“La ferrovia è il veicolo prescelto per riportare l’America ad essere un’utopia pastorale” (Leo Marx).

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Monticello

dicembre 2, 2012
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Monticello, vista aerea. Si noti: il lawn davanti alla villa e sulla destra la vegetable garden terrace con il frutteto delimitato dal bosco circostante.

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Residenza del principe di Salm a Parigi. Progetto di Pierre Rousseau realizzato tra il 1782 e il 1787 e probabile ispirazione per Jefferson

Thomas Jefferson (1743-1826), tra gli autori della Dichiarazione di Indipendenza (1776), e terzo presidente degli Stati Uniti (1801-1809), fu uno dei primi americani ad adoperarsi con profondo interesse  nella progettazione e trasformazione del paesaggio.  Numerosi studi hanno analizzato le varie fasi di costruzione della villa di Monticello e le scelte progettuali adottate dal Jefferson architetto. L’adesione al linguaggio neopalladiano, fa di Jefferson un progettista aggiornato e allineato sulle scelte dei principali protagonisti del periodo tardo illuminista, inoltre i richiami all’architettura rinascimentale, romana e greca acquisiscono nella lontana Virginia il significato di una rievocazione fondativa: la classicità del neopalladianesimo di Jefferson, i suoi interessi per l’agricoltura, rappresentano programmaticamente il sogno   di costruire un paesaggio rurale di bucolica e democratica ispirazione. Il passato non rammenta semplicemente la giustizia di tempi lontani, ma attraverso l’architettura, anche la speranza e la fiducia nei confronti delle forme della neonata Repubblica. Dunque l’interesse di Monticello, con i suoi 5000 acri di terreno (circa 2000 ettari), non è dato dall’edificio in sé, né dalle sue decorazioni, ma dalla vocazione agricola della costruzione, che con i suoi orti,  giardini, piantagioni, strade, dimostra di essere una perfetta “workhouse of nature”La bellezza formale dell’architettura e la compiutezza del progetto architettonico sembrano sviare l’attenzione rispetto all’utilizzo sperimentale, a volte anche effimero, che si fa del paesaggio.

MONTICELLO OGGI

Monticello (1) _ 0. Piano

Tra i documenti messi a disposizione dalla Massachusetts Historical Society, nel fondo archivistico elettronico dedicato ai Thomas Jefferson Papers, compaiono il Garden Book e il Farm Book, minuziosi diariin cui Jefferson registra intenzioni ed azioni agricole intraprese, elencando piante, semi, fiori, provenienze della flora, successi ed insuccessi delle relative coltivazioni. Lo straordinario interesse che suscitano questi documenti manoscritti mette in evidenza le continue modificazioni del paesaggio e i tentativi condotti su di esso. Nell’ ipotesi portata a compimento negli anni della presidenza, quattro percorsi dalla forma ellittica, the roundabouts, circondano la cima del colle, attestandosi su curve di livello decrescenti, e dunque su circonferenze man mano più ampie. Questi percorsi permettono di accedere a diversi ambiti paesaggistici pensati attorno alla costruzione principale. Inoltre, “The ground between the upper and lower roundabouts to be laid out in lawns and clumps of trees, the lawns opening so as to give advantageous catches of prospect to the upper roundabout. Vistas from the lower roundabout to good portions of prospect”. Ad est i percorsi oltrepassano il boschetto (The Grove) ricavato dallo sfoltimento di una porzione adiacente di foresta naturale ripulita del sottobosco, per poi costeggiare a Sud il Mulberry Row, con i padiglioni adibiti a workshop.A valle del Mulberry Row vi sono la Vegetable Garden Terrace, dotata di un piccolo padiglione-belvedere,due piccoli vigneti (16000 e 9000 square foot area 1400 e 800 mq) intervallati  dalle Berry Squares, e un frutteto (South Orchard) con innumerevoli varietà di mele, pesche, ciliegie, pere, albicocche, prugne, che è stato oggetto di “restauro” nel 1981 per renderlo accessibile ai visitatori.

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In questo frutteto sono stati ripetutamente compiuti tentativi di coltivare alberi mediterranei, come, fichi, mandorli, melograni e ulivi senza particolare successo a causa delle rigidità del clima invernale e primaverile.Il lato est di Monticello è invece caratterizzato da un frutteto più piccolo, impiantato nel 1784  prima della partenza per la Francia, e da un bosco diradato, ovvero un arboreto in cui si trovano piante autoctone ed altri alberi come il red cedar (Juniperus virginiana), il sugar maple (Acer saccharum), l’ European larch (Larix decidua) il tulip poplars (Liriodendron tulipifera). Nel progetto delle pertinenze all’abitazione pricincipale Jefferson pensa ad alcuni accorgimenti per diversificare gli usi del terreno circostante. Le soluzioni adottate dimostrano la conoscenza dei paesaggi europei. Jefferson, come noto, aveva soggiornato in Inghilterra, Francia e Italia e da questi paesi aveva tratto esperienze e fonte di ispirazione. Le influenze italiane, rese evidenti dalla toponomastica dei luoghi, dalle ascendenze classiche dell’ architettura e dalla frequentazione dell’amico Mazzei (ma anche di altri italiani), sono essenzialmente riconducibili alle suggestioni esercitate dai Quattro Libri dell’ Architettura di Andrea Palladio, accuratamente studiati da Jefferson. Allo stesso tempo è palese il richiamo alla tradizione del landscape gardening inglese. Jefferson dimostra infatti una sensibilità tipicamente anglosassone nel coniugare aspetti pittoreschi e richiami all’antico, così come era stato sperimentato nei lavori di William Kent (1685-1748) e Lancelot “Capability” Brown (1716-1783).

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In particolare l’adozione di una Ha-Ha barrier sul lato ovest e sul lato sud di Monticello, documenta l’attenzione di Jefferson nei confronti di un elemento caratteristico dei paesaggi delle tenute inglesi. Ed infatti egli la utilizza con lo stesso spirito paesaggistico: la Ha-Ha barrier non è solo un fossato utile a definire un perimetro preciso attraverso una piega del terreno, essa ha anche lo scopo di proteggere i giardini di fiori dagli animali che pascolano nelle vicinanze dell’edificio. Il lato est, da cui proviene la strada di accesso alla villa, è invece definito da un ovale disegnato da una successione di piccole colonne e una chain fence (catena di recinzione). Gli orti, e gli alberi da frutta, ancora oggi presenti, erano invece circondati da palizzate di legno (paling fence) alte circa un metro per  tenere lontano, a seconda dei casi, lepri,  cervi o altri animali selvatici, ma nel corso degli anni verranno utilizzate anche siepi di biancospino (howthorn hedges) con la funzione di separare colture o proteggere aree specifiche dagli animali. A diretto contatto con l’edificio, nello spazio racchiuso dai padiglioni Nord e Sud, sono presenti numerosi ovali di fiori, oval flower beds, contenenti le più variegate specie, selezionate nel corso degli anni da località vicine e remote, e durante la spedizione geografica di Lewis e Clark (1804-1806).

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Infine come prolungamento delle ali laterali vi è un percorso pedonale a forma di anello in terra battuta, che, dispiegandosi sul falso piano alla base del cocuzzolo, racchiude un ampio prato (lawn) costeggiato a tratti da aiuole di fiori e da un piccolo stagno. A maggiore distanza da Monticello, sui colli e sui declivi circostanti della grande tenuta, vi erano porzioni di bosco dedicate ad animali come cervi, ovini e bovini, e campi riservati alla coltivazione agricola “intensiva”, non sperimentale, sulla base di uno schema di sfruttamento del terreno che prevedeva la rotazione delle colture. In questi ulteriori campi venivano coltivati grano, avena, trifoglio, piselli, mais e alberi da frutto (wheat, oats, clover, peas, corn and fruit trees). A tutto ciò si aggiungono i numerosi percorsi, canali, strade, edifici, campi e porzioni di bosco organizzate secondo un progetto comune. Quello che più stupisce non sono solo le annotazioni botaniche appuntate da Jefferson, ma le sue minuziose elaborazioni progettuali, le verifiche fatte attraverso misurazioni e schizzi, il controllo generale dell’ insieme garantito da continui salti di scala, dal giardino al territorio, fino a comprendere riflessioni sulle vedute prospettiche e sulla definizione dello skyline naturalistico. Ma i variegati paesaggi di Monticello ci raccontano anche qualcosa di più, e forse suonano da monito ancora oggi, per quanto anacronistico possa sembrare il landscape of slavery che sottende la seducente organizzazione jeffersoniana della proprietà. Jefferson aveva condannato più volte la schiavitù, tuttavia ad ogni orto, ad ogni campo di Monticello corrispondevano un proporzionato numero di semplici baracche, ricoveri costruiti per una manodopera forzata; e ciò suonava come una beffa alle parole espresse nelle Notes on the State of Virginia (1785) secondo cui icultivators of the earth are the most virtuous and independent citizens”. Ancora oggi lo sforzo di costruire un terreno comune, basato sull’ idea di libertà, sul diritto della ricerca della felicità, si scontra con una realtà ugualmente triste e complessa: evocare una giustizia divina o terrena non basta a placare la fame di cibo, di acqua ed energia.

Il “destino manifesto” dell’ America

dicembre 17, 2011

La dottrina del Destino Manifesto e la conquista dei nuovi territori rappresentano un passaggio importante nell’ elaborazione del complesso rapporto uomo-natura nell’ America dell’ Ottocento.

Il destino manifesto si può intendere come un comune e sentito credere  secondo cui il destino degli Usa fosse quello di espandersi in virtù di un ideale morale da considerarsi al di sopra delle leggi terrene. La dicitura in sé venne coniata nel 1845 dal giornalista John O’ Sullivan, all’ epoca influente sostenitore del Partito Democratico statunitense. In un suo articolo intitolato “Annessione” pubblicato in United States Magazine and Democratic Review 17,no.1 (July-August 1845) incitava gli Stati Uniti ad annettere la Repubblica del Texas “poiché era destino manifesto dell’ America di diffondersi nel continente”. Tale idea si tradusse politicamente e sfociò di fatto nella guerra messicano statunitense del 1846.

Come voce contraria è da ricordarsi Henry David Thoreau che si oppone alla guerra di conquista rivendicando il diritto alla “disobbedienza civile”.

La conquista dei nuovi territori si dimostrò poi essenziale nello sviluppo dei settori industriali, per quanto in una prima fase l’ esigenza di disporre di nuovi territori sia stata sollecitata dalla semplice permanenza di sistemi di sfruttamento del suolo arretrati e predatori nei confronti delle risorse naturali. Proprio per questo la conquista dei nuovi territori ebbe un motore efficace nelle grandi piantagioni del profondo Sud, ove si era soliti tener bassi i costi consumando capitale terriero.

Il quadro di John Gast (1872) rappresenta e idealizza la missione civilizzatrice di cui si facevano portavoce i pionieri, i proprietari terrieri e le compagnie ferroviarie: Una dea porta con sè i cavi del telegrafo, alle sue spalle la civiltà della macchina, accanto a sè i contadini, gli esploratori e i cacciatori, davanti a tutti, a west, scappano nel buio e nei territori del wilderness gli indiani e gli animali feroci.

Go West, young man! (1)

dicembre 6, 2011

<<Chiamatemi Ismaele>>

Call me Ishmael.  Con questo incipit Herman Melville dà avvio a Moby Dick,  uno dei suoi più noti romanzi.  Il libro pubblicato per la prima volta a New York nel 1851 narra il viaggio della baleniera Pequod e le avventure intraprese dai membri del suo equipaggio, sotto la guida del leggendario e famigerato capitano Achab.

Chiamatemi Ismaele. Alcuni anni fa – non importa quanti esattamente – avendo pochi o punti denari in tasca e nulla di particolare che mi interessasse a terra, pensai di darmi alla navigazione e vedere la parte acquea del mondo. E’ un modo che io ho di cacciare la malinconia e di regolare la circolazione.Ogni volta che m’accorgo di atteggiare le labbra al torvo, ogni volta che nell’anima mi scende un novembre umido e piovigginoso, ogni volta che mi accorgo di fermarmi involontariamente dinanzi alle agenzie di pompe funebri e di andar dietro a tutti i funerali che incontro, e specialmente ogni volta che il malumore si fa tanto forte in me che mi occorre un robusto principio morale per impedirmi di scendere risoluto in istrada e gettare metodicamente per terra il cappello alla gente, allora decido che è tempo di mettermi in mare al più presto. Questo è il mio surrogato della pistola e della pallottola. Con un bel gesto filosofico Catone si getta sulla spada: io cheto cheto mi metto in mare. Non c’è nulla di sorprendente in questo. Se soltanto lo sapessero, quasi tutti gli uomini nutrono, una volta o l’altra, ciascuno nella sua misura, su per giù gli stessi sentimenti che nutro io verso l’oceano.
 
H. Melville, Moby Dick o la Balena, traduzione di Cesare Pavese, Adelphi, Milano. 9. ed. 2004

Ripercorrendo l’ inizio del libro, nella melanconica traduzione italiana di Cesare Pavese che ho qui sopra riproposto, scopriamo come Melville trasferisca “per mare” tutte le passioni,  le ansie e le aspettative di coloro che si recavano alla volta dell’ America, il Nuovo Continente in cui riporre  speranza e cercare fortuna.

 

Sarà proprio lo scrittore americano a scrivere nel precedente libro White-Jacket (1850) una sintomatica definizione che conferì significato di epopea religiosa alla “missione” dei nuovi pionieri:

We Americans are the peculiar, chosen people — the Israel of our time; we bear the ark of the liberties of the world […] We are the pioneers of the world, the advanceguard sent on through the wilderness of untried things, to break  a new path in the New World that is ours.

Dunque Melville, trovò alimento letterario, proprio in ciò che viveva in prima persona, che aveva sotto gli occhi: il nostro pensiero non deve andare solamente alle sue esperienze di marinaio a bordo di varie spedizioni navali, ma soprattutto deve essere rivolto verso i vasti territori degli USA e le imprese dei primi coloni che abbandonando il “provinciale” New England si dirigono verso West.

Melville non interpreta solo il fascino mistico rappresentato dal viaggio e dall’ ignoto, sin dal suo scritto di esordio Typee. Avventura in Polinesia (1846), propone storie che suonano quasi come appelli ad una vita libera ed a contatto con la natura, con l’ aggiunta di un moderno fascino documentaristico.

Fin dai suoi primi scritti Melville decide di inserire pagine di tono scientifico e nel desiderio di raccontare la “verità” in Typee aggiunge anche una carta geografica; il fascino della “rivelazione” però arriva con Moby Dick: al lettore, come in precedenza, non sono risparmiate lunghe digressioni tecniche ed enciclopediche, talvolta perfino pedanti, ma soprattutto vengono scelti per i protagonisti nomi capaci di suggerire il senso di tutto il viaggio narrato.

Se in Typee il messaggio è rappresentato dalla diserzione dalla nave alla volta di un mondo selvaggio, di una terra nuova ed incontaminata, in Moby Dick, attraverso l’ allegoria epica del viaggio per mare, si richiamano le spedizioni reali verso il West.

Dunque potremmo dire che mentre Achab cerca il senso della sua vita nelle profondità oscure dell’ oceano, il pioniere le ricerca nella frontiera e nella wilderness.

Inoltre Achab, Elijah, Gabriel, Ishmael sono senza dubbio nomi tratti dalle sacre scritture, ma nomi simili erano comuni nel New England e Melville ha legittimamente attinto dalla quotidianità creando una tensione tra piano narrativo e quello della cronaca del tempo.

A questa ricerca della verità, a tratti ingenua e in parte inconsapevole, egli sarà capace di aggiungere il messaggio “biblico” e contemporaneamente la vocazione, lo spirito che animava gli americani dell’ epoca,  proprio a partire da una rielaborazione di esperienze personali.

Naturalmente siamo consapevoli dei limiti della lettura proposta. I viaggi proposti da Melville è chiaro come non siano né semplici cronache, né una trovata letteraria, neppure il semplice desiderio di evocare citazioni epiche e letterarie: si tratta chiaramente di viaggi  ed avventure dal significato universale, proprio come universale è la vicenda degli esploratori  delle ignote terre del West tra desiderio di affermazione e paura dell’ ignoto.

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