Archive for the 'critica' Category

“A Rajada”

marzo 17, 2016

Gli architetti svizzeri, si sa, sono caratterizzati dalla precisione dell’orologiaio rinforzata dal rigore del contabile. Quando a queste attitudini, si unisce uno spirito poetico, affascinato dall’astratto e dall’informale, sbocciano geni come Le Corbusier.
Eppure, senza bisogno di scomodare i maestri del moderno, dovremmo tenere a mente il lavoro di Christian Hunziker (1926-1991); egli infatti è un architetto che dimostra quanto la Svizzera sia una terra creativa -pur sempre culla e rifugio dello spirito dada- nonostante l’immagine severa che molti critici di architettura le attribuiscono. La villa “A Rajada” (1961), costruita a Gland, presso il Lago di Lemano, è un progetto espressione di un atteggiamento radicalmente avverso al funzionalismo e contestatore dei dogmi della composizione. Qui scompare l’idea di facciata, traballa il concetto di interno e di esterno, artificiale e naturale. Come ha sostenuto André Corboz ci troviamo di fronte a un “arcaismo texturale” e a un processo costruttivo che smentisce ogni forma di “edonismo architettonico”. Frutto della partnership con Robert Frei, la villa è anche un’opera collettiva, realizzata grazie all’intuito anarchico del committente, alle abilità delle maestranze e alle creazioni artistiche dello scultore Henri Presset e del ceramista Philippe Lambercy. Un exploit fuori da ogni moda architettonica che merita una visita.

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Periferia: Tam Tam Scampia. Intervista a Riccardo Dalisi

marzo 17, 2015

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Luca Guido: Come la creatività spontanea e popolare può contribuire a migliorare le caratteristiche di uno spazio urbano? E come possono contribuire i bambini?

Riccardo Dalisi: Il bambino, tenuto sempre in un suo spazio ben distinto da quello dell’adulto, in una sorta di pre-realtà (l’adulto che dovrà essere), è invece un essere ben presente capace di dare un contributo importante anche alla dinamica urbana e alla sua estetica. Il senso del fiabesco che emerge dalle sue produzioni quando viene stimolato creativamente è un sentimento che ogni strada, ogni piazza e ogni parco delle nostre città dovrebbero avere per avvicinarsi ad un’estetica a misura d’uomo. […]

L’articolo-intervista è pubblicato al link:

http://www.archphoto.it/archives/3651

Architettura per gioco

febbraio 7, 2015

Bucky Fuller con la versione del 1943 della Dymaxion Map -Life Marzo 1 1943

“L’architettura è il gioco sapiente, rigoroso e magnifico, dei volumi assemblati sotto la luce” recita il famoso aforisma lecorbusieriano enunciato nel 1921, sulle pagine della rivista Esprit Nouveau. Il pensiero di Le Corbusier è passato alla storia grazie al libro Vers une architecture (1923), che proprio di quella rivista raccoglie una serie di articoli pubblicati negli anni immediatamente precedenti. Nell’introduzione al libro scritta per la ristampa del 1958 Le Corbusier evoca quei momenti “eccezionali” in cui “i giorni e gli anni passavano veloci, occupati, da noi, nella ricerca di un’architettura, di un’urbanistica, un quadro di vita, un’etica e un’estetica dell’arte della costruzione”.

Continua al link:

http://www.archphoto.it/archives/3471

Rammendo è più chic di toppa

dicembre 18, 2014

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Il tempestivo articolo di Emanuele Piccardo “Piano mediatico” ha messo in luce i limiti delle recenti proposte progettuali elaborate, sotto l’egida di Renzo Piano, dal gruppo di giovani progettisti denominato G124. Il tema progettuale di fondo è la periferia con i suoi variegati problemi e risorse.

Il successo dell’operazione avviata da Piano appare subito evidente in termini pubblicitari e nel riscontro con la politica. Non è un caso che il governo Renzi preveda di stanziare nella prossima legge di stabilità circa 200 milioni per il “rammendo” delle periferie. Renzo Piano è un professionista capace, inoltre dimostra di muoversi con agilità per ottenere un rapido coinvolgimento dell’opinione pubblica. L’idea di rammendo urbano intercetta abilmente un certo immaginario e vocabolario salottiero.

Rammendo suona certamente più chic e sartoriale del suo sinonimo popolare “toppa”. Eppure il momento è importante perché la parola periferia possa risuonare nel mondo della politica. In particolare dopo che la politica ha espulso per anni dal dibattito pubblico la riflessione sulla città contemporanea. Ci si chiede dunque se e quali rammendi possano contribuire a migliorare la qualità complessiva delle nostre città.

continua su archphoto:

http://www.archphoto.it/archives/3320

A chi serve l’università?

dicembre 16, 2014

L’idea che l’università debba preparare al mondo del lavoro rientra in una visione aziendalistica che mette gli atenei sullo stesso piano di un ufficio di collocamento. Il problema del lavoro è una questione politica a cui l’università può contribuire facendo ricerca e preparando al meglio i propri studenti. Non solo per il lavoro, possibilmente per la vita.

Urbanistica lady-like e boschi verticali

novembre 26, 2014

Expo quartiere isola in costruzione

“Nutrire il pianeta, energia per la vita” è il tema della prossima Esposizione Universale in programma a Milano per il prossimo maggio. Sostenibilità, cibo, equità, futuro, ambiente sono alcune delle parole chiave del grande evento. Ma gli interrogativi stimolati dal titolo dell’Expo 2015 appaiono ancora più interessanti e delicati se rapportati all’architettura. Dunque come può contribuire un edificio a nutrire il nostro pianeta? Che rapporto vi è tra costruito e mondo naturale? Come può il progetto di architettura accogliere le innovazioni sostenibili e le esigenze spirituali e pratiche dell’uomo contemporaneo? E soprattutto come può la natura interagire con l’istanza estetica che ogni buon progetto architettonico dovrebbe esprimere?

l’articolo continua al link:

http://www.archphoto.it/archives/3196

Daniel Libeskind: La Linea del Fuoco

novembre 11, 2014

 

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Daniel Libeskind, La linea del fuoco. Scritti, disegni, macchine, Macerata: Quodlibet, 2014 (pp. 260, euro 25) A cura di Dario Gentili. Introduzione di Lev Libeskind. Con un testo di Aldo Rossi

“La linea del fuoco” è il titolo di uno dei primi progetti di Daniel Libeskind. L’occasione era stata offerta dalla realizzazione di un piccolo allestimento pensato per una mostra presso il Centre d’Art Contemporain di Ginevra (1988). Fu allora che Libeskind ebbe modo di mettere alla prova una serie di idee che, pochi mesi dopo, furono alla base del disegno del Museo Ebraico di Berlino presentato al concorso dell’aprile 1989. Il libro edito da Quodlibet e intitolato La linea del fuoco. Scritti, disegni, macchine, evoca dunque l’esperienza dell’esordio e del successo internazionale. La selezione di saggi, conferenze, discorsi e conversazioni ricostruisce con una certa precisione il nucleo fondamentale del pensiero architettonico di Libeskind. Si tratta di una pubblicazione di cui vi era bisogno. Non solo per aver messo a disposizione del pubblico italiano un corpus teorico che era conosciuto solo da pochi studiosi, ma soprattutto perché i testi pubblicati aiutano a comprendere il percorso di ricerca intrapreso dall’architetto. Libeskind deve molto all’Italia. È a Milano che oggi sta realizzando importanti progetti, ed è nel capoluogo lombardo che decide di trasferirsi con la famiglia durante gli anni ottanta. La scelta di pubblicare in appendice quello che appare come una sorta di dialogo poetico tra Aldo Rossi e lo stesso Libeskind, catapulta il lettore in quegli anni lontani.

ARTICOLO COMPLETO AL LINK

http://www.ilgiornaledellarchitettura.com/articoli/2014/11/121990.html

 

Volume 2014/3 (#41) How to Build a Nation

ottobre 14, 2014

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Luca Guido. 32 tavoli di leggerezza

ottobre 13, 2014
©fotografia di Enrico Cano

©fotografia di Enrico Cano

La mostra [Renzo Piano Building Workshop:Piece by Piece] è senza dubbio uno degli eventi curatoriali più significativi realizzato negli ultimi anni nel mondo della cultura architettonica italiana. Non si tratta di una semplice mostra retrospettiva, bensì di un tentativo di illustrare un metodo progettuale, una dimostrazione di fiducia nelle risorse offerte dalla professione architettonica.

Ne emerge uno sguardo fiducioso verso il futuro, un atteggiamento convincente, un invito a praticare la disciplina architettonica alla ricerca della leggerezza, della luce, della precisione tecnologica. La mostra, a cura dello studio Renzo Piano Building Workshop e della la Fondazione Renzo Piano, rientra nelle attività della “Biennale Internazionale di Architettura-Barbara Cappochin”, importante momento culturale che coinvolge la città di Padova sin dal 2003. Tuttavia le aspirazioni di questa biennale padovana mirano ad avere rilievo e carattere internazionale.

Il testo completo su Archphoto:

http://www.archphoto.it/archives/2506

L’ottimismo della leadership anestetizza la riflessione critica

gennaio 23, 2013

La frase che riporto qui sotto in grassetto è tratta da un editoriale del Corsera del 23/01/2013 di Giovanni Sartori.

Prendendo spunto dalla pubblicazione di un recente libro, l’autore riflette sui meccanismi e gli effetti dell’ottimismo superficiale. Forse in architettura negli ultimi anni è accaduto qualcosa di simile ad architetti come Rem Koolhaas. Dalla sperimentazione alla comunicazione…

http://www.corriere.it/editoriali/13_gennaio_23/economia-prozac_9d211208-6524-11e2-a9ef-b9089581fbcf.shtml

Un libro molto letto, oggi, nelle università americane, è Prozac Leadership di David Collinson: un titolo che dice tutto, e cioè che il crac è figlio di una cultura che «premiando l’ottimismo ha indebolito la capacità di pensare criticamente, ha anestetizzato la sensibilità al pericolo».

Architecture and the Paradox of Dissidence

novembre 14, 2012

AHRA 2012 9th Internationale Architectural Humanities Research Association Conference

Architecture and the Paradox of Dissidence

15–17 November 2012

London Metropolitan University
Faculty of Architecture and Spatial Design

http://www.dissidence.org.uk/

Il programma completo al seguente link:

 

PROGRAMME_AHRA Conference_15_17th November 2012

Lebbeus Woods

novembre 13, 2012

Il 30 Ottobre 2012 si è spento Lebbeus Woods. La sua carica visionaria lo ha reso punto di riferimento per molti architetti.  Il mondo immaginato da Woods costituisce un universo parallelo, pieno di varianti e mutazioni, in cui tutto appare molteplice e sfuggente, pericoloso e suadente: come ricorda il titolo di una delle sue ricerche più importanti anche la guerra è architettura. Quando il postmodernismo e l’autonomia disciplinare imperavano nei salotti buoni dell’establishment accademico le sue visioni affascinanti hanno continuato a farci credere che l’architettura, quella vera, sia fatta per emozionare, per percorrere le strade più profonde della psiche, per vedere le cose da un lato inconsueto, provvisorio, instabile. Il suo contributo all’archtitettura è inequivocabile, indica un’architettura rischiosa, sperimentale, pronta a contaminarsi in forme ed ibridi inaspettati. Qui di seguito pubblichiamo il tributo di Steven Holl e l’appassionato ricordo di Wolf Prix, con una promessa che facciamo nostra.

For Lebbeus Woods

Lebbeus was the living proof of Derrida’s theory that often a small sketch can have more influence on the world than a large building.
And as such we will think of him as a grand architect without built work, but his designs – hey!: they are designs and not drawings! – his conceived buildings and forms had massive impact, which conquered the drawing boards of innumerable students and architects and which put the question about the contents of a future architecture into the foreground. (I notice that I wrote DRAWING board.) Lebbeus’ forms were never lacking content, because he could only generate new timely forms with new content – everything else to him were empty building gestures, architectureless surface. Senseless to bother about them. Today we call them Lady Gaga-aesthetics. When 20 years ago we explained this to each other in the bar of the small airport in Santa the Monica in a late afternoon, we had already emptied the Champagne supply of the bar. But it was crystal clear, like the Roederer Cristal, what he meant by saying: if we architects cannot give impacts for new contents, we should leave it – the architecture.

We won’t Leb. Promised!

Wolf D. Prix / COOP HIMMELB(L)AU

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Steven Holl’s tribute
“Architecture does not exist, what exists is the spirit of Architecture”
— Louis Kahn

While in Rhinebeck, evacuated from New York City due to Hurricane Sandy, I received a 05:45 phone call from Aleksandra Wagner that Lebbeus Woods just died. She had no electricity and was calling me from a policeman’s phone. Lebbeus was very excited last week about the completion of the Light Pavilion in Chengdu, China. He and Christoph Kumpusch had a champagne toast on 24 October to celebrate this important moment — his first permanent construction.
The freedom of spirit in Architecture that Lebbeus Woods embodied carried with it a rare idealism. Lebbeus had very passionate beliefs and a deep philosophical commitment to Architecture. He often spoke of the importance of ideas and an understanding of our world. His designs were politically charged… fields of reality that he created.
I met Lebbeus in February 1977, introduced by Andrew MacNair, who was the Director of the Institute for Architecture and Urban Studies. I arrived at Leb’s small loft near Franklin Street in TriBeCa to find Lebbeus standing bent over an enormous black and white drawing of a Piranesi-like urban vision. His cigarette had a long gray ash that was about to drop as he greeted me briefly and turned to show me the amazing drawing.
As we began discussing the current state of Architecture, I told him I really appreciated his deeply critical remarks on the postmodernism of Charles Moore, Robert Stern, and others that I read while I was in San Francisco. Lebbeus and I began to meet every couple of weeks at the “Square Diner” as they served “all-you-can-eat-for-a-dollar” bean soup. Our ongoing philosophical discussions lead to our sharing reviews in the design studios we were teaching.
In late 1977, I began work on a project titled Bronx Gymnasium-Bridgethat would become the first issue of Pamphlet Architecture. Lebbeus made the third issue with the project Einstein’s Tomb. It was an amazing vision for a tomb about Albert Einstein — a strange architecture, which would travel on a beam of light around the Earth. Today I imagine that tomb is occupied by the spirit of Lebbeus. Leb was a brilliant and charismatic teacher whose classes at Cooper Union were very inspirational. I was always amazed at the original work his students produced. Leb was still passionate about teaching this year. Due to his illness, he taught his class last week from a wheelchair.
Last week, Christoph Kumpusch, the publisher Lars Müller, and I had meetings on a new book called Urban Hopes to be published next year. In this book will be a “book within a book”—or as Lars calls it a “separata” — which records the construction of Lebbeus’s Light Pavilion. This publication will be ready for the major exhibition of Lebbeus Woods that will open at the San Francisco Museum of Modern Art next February. In 2007 when I first received the commission to realize a 278,000 square metre urban project in Chengdu, China, I began studies to shape a new public space with this huge project. The building fabric would not strive for iconic objects — rather a simple architecture sliced by sunlight shapes space. “Buildings within buildings” are cut into this fabric; sitting in gaps that are 8-10 stories in the air. I invited Leb to do one, and we did another.
Lebbeus’s Pavilion, constructed of huge beams of light, is a place one enters at several levels. Walking on sheets of glass suspended by steel rods, the view is multiplied and infinitely extended via polished stainless steel lining the four-story gap in the building it occupies. Unlike other visionary architects — who risk disappointing when they get a chance to build — Lebbeus’s Pavilion is a brilliant and engaging Architecture. One’s experience there, especially at night, seems to dissolve the view of the city beyond. Up is down in a feeling of suspension of gravity via light and reflection. This work merges Art and Architecture as they have merged in the past and are merging in the future. Next week, I will travel to Beijing, then to Chengdu, walk into the Light Pavilion, stand suspended on steel rods and imagine Lebbeus’s tomb has been launched — on a beam of light.

Steven Holl, Rhinebeck, NY, 30 October 2012

Vere presenze: architettura contemporanea e preesistenze storiche ad Isernia

febbraio 18, 2012

Questo articolo nasce da un disimpegno, ovvero a causa di una delle tante rassegnazioni italiane, ed è scritto in difesa di un ideale più vasto: quello che intende la storia come sostanza capace di interagire con noi qui ed ora.

Ho appreso dall’ architetto Franco Pedacchia, ex-funzionario del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali presso la Soprintendenza del Molise, della volontà da parte del nuovo direttore regionale dott. Gino Famiglietti di provvedere allo  smantellamento della struttura di copertura dei ruderi della chiesa di Santa Maria delle Monache nel centro storico di Isernia.

Ma chi è Franco Pedacchia? Spendo solo poche righe per dire che mi sono occupato dell’ architetto Pedacchia, recensendo sue opere su riviste internazionali e in due pubblicazioni acquisite presso importantissime istituzioni estere come la biblioteca dell’ Harvard Graduate School of Design e quella del prestigioso Getty Institute di Los Angeles, specializzato, come noto, negli studi sul restauro e il recupero dei beni culturali.  Non vi sarebbe neanche da aggiungere, a testimonianza di impegno culturale e vocazione nei confronti del Ministero dei beni e delle attività culturali, che l’ architetto Pedacchia è stato anche consigliere scientifico presso il gabinetto del Ministro Oddo Biasini, e presso il Sottosegretario Giuseppe Galasso con cui ha collaborato alla stesura della legge per i beni paesistici n 431/85.

Ad ogni modo il progetto in questione, elaborato proprio dal Pedacchia, pur essendo in corso di ultimazione, ha suscitato perplessità tali da richiedere il parere consultivo dei comitati tecnico-scientifici del Mibac.

Interrogazione senza dubbio legittima, ma che denuncia quantomeno sospetto e diffidenza nei confronti dei direttori regionali che avvicendatisi nel tempo, altrettanto legittimamente, avevano già precedentemente autorizzato lavori e finanziamenti.

Non riuscendo a capire quale sia il progetto culturale di una Soprintendenza che decide di abbattere un’ opera in via di completamento, e non comprendendo l’ operato di un ministero che proprio ad Isernia, come denunciato nella puntata del 12/02/2012 di “Presa diretta” trasmessa su Rai tre, tiene chiuse le porte del  Museo Nazionale del Paleolitico e smantella la ricostruzione del paleosuolo già visitabile presso il Museo Nazionale di Santa Maria delle Monache, devo ritenere che il disimpegno nei confronti del progetto del Pedacchia abbia altre ragioni, non essendoci, alla luce dei fatti, una concreta proposta alternativa.

Né tantomeno credo che siano state prese in esame, sul piano meramente economico, valutazioni costi-benefici di proposte alternative, o di una eventuale demolizione, da contrapporre al completamento dell’ opera.

Ma dal momento che la mia intenzione non è quella di ingaggiare una volgare polemica contro il disimpegno degli enti pubblici, voglio supporre che le perplessità a proposito del progetto di Pedacchia riguardino una riflessione di ordine più ampio sugli interventi di linguaggio dichiaratamente contemporaneo in un contesto storico.

Dal momento che la questione mi pare così più correttamente posta vorrei spendere qualche parola nei confronti delle “Vere presenze” che io ho visto ad Isernia: nel progetto di Pedacchia per le pensiline a copertura dei ruderi archeologici davanti all’ Ospedale e in quello di valorizzazione dei i ruderi di Santa Maria delle Monache.

“Vere presenze” è il titolo che prendo in prestito da un importante libro scritto da George Steiner, figura di primo piano della cultura internazionale. E parafrasando Steiner affermo con sicurezza che nei confronti della storia è necessaria un’ interpretazione che sia azione e pensiero e non passività.

In Italia la cultura architettonica in riferimento al restauro e all’ antico, è spesso legata all’ ambientamento, ovvero alla pratica del falso e a quella dell’ inganno, da cui ne deriva un’ offesa alla storia ed un oltraggio all’ estetica, come ammoniva Cesare Brandi commentando l’ adagio nostalgico del dov’ era com’ era.

Essere passivi significa essere semplici spettatori, come davanti alla televisione, significa rassegnarsi ai luoghi comuni e rinunciare a fare storia.

Al contrario il tentativo proposto da Pedacchia indaga il funzionamento dell’ antica spazialità e del luogo, lo coinvolge in un processo rigenerativo senza indicare formule risolutive, interpreta ed immagina la storia evocandola con una fantasia che si manifesta in forme e gesti che esprimono un’ architettura ed un’ arte militante, finanche sovversiva, capace di fare da contrappunto ad una burocrazia immobile, reticente, sonnecchiante, falsificatrice (mi riferisco nello specifico anche ad alcuni lavori operati precedentemente all’ intervento del Pedacchia sulle preesistenze architettoniche di Santa Maria delle Monache).

Inoltre il progetto di Pedacchia ha tre caratteristiche qualificanti:

1-Si presenta come un’ opera sperimentale dal punto di vista architettonico, dissonante ma non mimetica, suggerisce di analizzare il nuovo intervento col metro critico riservato all’ odierna architettura. Inoltre l’ intervento non ha arrecato danni alla preesistenza.

2-Dialoga con il paesaggio, guidando lo sguardo del visitatore verso le colline circostanti che preservano quei caratteri di autenticità tipici del contesto naturalistico della provincia di Isernia. Viceversa da quelle stesse colline l’ apparente gestualità delle coperture progettate da Pedacchia appare capace di adagiarsi pacatamente nello skyline, nel frastagliato profilo dei tetti della città di Isernia.

3-E’ un opera che nasce stimolando le capacità progettuali dell’ amministrazione e quelle realizzative delle maestranze locali.

Ma c’è di più. Il progetto di Pedacchia è “un incontro con una apparizione imprevista, come un incontro all’ angolo della strada con l’ amante, con l’ amico, con il nemico mortale” (G. Steiner), desta preoccupazione perché in fondo induce a pensare e ci fa sentire vivi.

Altri articoli su Franco Pedacchia:

https://lucaguido.wordpress.com/2010/03/29/una-cripta-contemporanea/

https://lucaguido.wordpress.com/2010/04/13/il-disegno-come-racconto/

Primo Levi…cosa pensa lei dei giovani?

gennaio 24, 2012

I giovani di oggi, a giudicare dalle esternazioni più ricorrenti della politica, sono solo dei bamboccioni, dei raccomandati, degli sfigati … come li definisce un recente abusivo del governo italiano in tempi di democrazia tecnica. Sono proprio questi retori del disimpegno sociale che dovrebbero meditare sui disincanti paternalistici.

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«Studente
Volevo sapere: cosa pensa Lei dei giovani d’oggi?

Primo Levi
Questa è la domanda che non manca mai. Penso che siano sotto un certo aspetto più fortunati dei giovani di ieri, perché almeno temporaneamente vivono in un mondo in pace, perché hanno accesso tutti o quasi tutti alla cultura, non parlo solo della scuola, penso ad una edicola di giornali. Oggi davanti ad una edicola di giornali c’è una scelta vastissima: si può scegliere di essere informati, di essere divertiti, di essere preparati. Penso alla facilità con cui oggi si viaggia, anche senza molti quattrini; oggi uno prende una bicicletta, un sacco da montagna prende e va, le frontiere sono tutte aperte, si può andare in qualunque parte del mondo. C’è comunque una contropartita ed è la difficoltà gravissima a cui assistiamo adesso e non solo in Italia, su quello che capita dopo la scuola ed è quello di trovare un lavoro. […]
Quanto ad un giudizio sui giovani d’oggi, se permettete lo rifiuto. Non credo che i giovani d’oggi siano diversi dai giovani di ieri come sostanza umana, credo che in Italia per lo meno siano migliori di noi perché i concetti fondamentali, quelli di cui si è parlato prima, della tolleranza, della democrazia, del diritto dell’uguaglianza nella disuguaglianza, siano molto più diffusi adesso di quanto non fossero 30 o 40 anni fa».
[Luciana Costantini, Orietta Togni (a cura di), Primo Levi, «Il gusto dei contemporanei», Quaderno n. 7, Banca Popolare Pesarese e Ravennate, 1990, p. 19]

Wolf D. Prix / Coop Himmelb(l)au talking about David Chipperfield

gennaio 23, 2012

Il breve articolo a firma di Wolf Prix, leader dei Coop Himmelb(l)au, qui di seguito riportato, è apparso nel mese di Agosto 2011 in forma di comunicato stampa.  Ritorna oggi  attuale dopo la nomina di Chipperfield alla guida della Biennale Architettura di Venezia 2012. Il tema trattato riguarda la capacità dell’ architettura di esprimere esigenze ed istanze democratiche e di cambiamento sociale…“Common ground”?

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It is no coincidence that Chipperfield is so successful just now when there is perceptibly a reactionary shift to the right in our society. He adopts the formal vocabulary from authoritarian societies and keeps repeating it like a mantra. So he constantly copies from himself. The shopping mall in Vienna’s Kärtner Straße looks like a dead building. This aesthetics is the parvenus’ idea of elegance.

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Generally, it is a good thing when international architects build in Vienna. Their projects provide an opportunity to think outside of  the Austrian box about architectural trends.

Chipperfield’s shopping mall on Vienna’s Kartner Strasse is, a part from its monotonous lack of any scale, a prime example of a change in attitude of our society. The fact that his terminology of forms, which undoubtedly has similarity with buildings from authoritarian time, is so successful especially in light of our contemporary society’s reactionary move to right, cannot be a coincidence.

The perforated facades which he likes to use can be designed much more vividly, such as at Frank Gehry’s bank in Berlin for instance. Speaking of Gehry: Gehry has been accused for a long time of quoting himself – this is even more obtrusive with Chipperfield. Be it a department store, a hotel, a museum, in Vienna, Innsbruck, Berlin etc. – it is always the same.

Chipperfield once made a more or less contemptuous remark about expressive in an interview. Maybe he is not alive enough to understand vitality. Anyway, his approach is not as dangerous as that of the Berlin adepts who now want to turn this “rabbit hutch aesthetics” into a great succes in Vienna. This aesthetic is the parvenus’ idea of elegance.

Wolf D. Prix

Il “destino manifesto” dell’ America

dicembre 17, 2011

La dottrina del Destino Manifesto e la conquista dei nuovi territori rappresentano un passaggio importante nell’ elaborazione del complesso rapporto uomo-natura nell’ America dell’ Ottocento.

Il destino manifesto si può intendere come un comune e sentito credere  secondo cui il destino degli Usa fosse quello di espandersi in virtù di un ideale morale da considerarsi al di sopra delle leggi terrene. La dicitura in sé venne coniata nel 1845 dal giornalista John O’ Sullivan, all’ epoca influente sostenitore del Partito Democratico statunitense. In un suo articolo intitolato “Annessione” pubblicato in United States Magazine and Democratic Review 17,no.1 (July-August 1845) incitava gli Stati Uniti ad annettere la Repubblica del Texas “poiché era destino manifesto dell’ America di diffondersi nel continente”. Tale idea si tradusse politicamente e sfociò di fatto nella guerra messicano statunitense del 1846.

Come voce contraria è da ricordarsi Henry David Thoreau che si oppone alla guerra di conquista rivendicando il diritto alla “disobbedienza civile”.

La conquista dei nuovi territori si dimostrò poi essenziale nello sviluppo dei settori industriali, per quanto in una prima fase l’ esigenza di disporre di nuovi territori sia stata sollecitata dalla semplice permanenza di sistemi di sfruttamento del suolo arretrati e predatori nei confronti delle risorse naturali. Proprio per questo la conquista dei nuovi territori ebbe un motore efficace nelle grandi piantagioni del profondo Sud, ove si era soliti tener bassi i costi consumando capitale terriero.

Il quadro di John Gast (1872) rappresenta e idealizza la missione civilizzatrice di cui si facevano portavoce i pionieri, i proprietari terrieri e le compagnie ferroviarie: Una dea porta con sè i cavi del telegrafo, alle sue spalle la civiltà della macchina, accanto a sè i contadini, gli esploratori e i cacciatori, davanti a tutti, a west, scappano nel buio e nei territori del wilderness gli indiani e gli animali feroci.

104 anni per Oscar Niemeyer

dicembre 15, 2011

Oscar Niemeyer il 15 dicembre 2011 compie 104 anni. E’ uno degli ultimi pezzi del grande puzzle del novecento ancora vivo e non collocabile.

La sua storia odora di modernismo, la sua vicenda umana di idealismo, le sue architetture a “mano libera” dichiarano l’ indipendenza da modi stereotipati di pensare l’ architettura.

In Italia abbiamo due opere di Niemeyer che raccolgono tutti i pregi e difetti delle sue proposte architettoniche: la sede della Mondadori a Segrate con le grandi arcate in cemento armato propone un classicismo rivisitato, statico quanto ironico e leggero, mentre l’ Auditorium di Ravello riflette le potenzialità plastiche dell’ involucro edilizio iterando tuttavia soluzioni e idee progettuali già sperimentate.

Dunque cosa ce ne facciamo di Oscar Niemeyer?  Naturalmente ne raccogliamo l’ invito a combattere contro la monotonia del professionismo e delle mode e meditiamo sul rapporto che egli propone tra contesto ed architettura.

Aspettando la sua prossima opera non possiamo far altro che augurargli un buon compleanno.

John Lautner

dicembre 10, 2011

1911-1994 Cento anni fa nasceva John Lautner uno dei più brillanti allievi di Wright ed esponente del modernismo californiano.

Gli spazi immaginati da Lautner sono in diretto rapporto con la natura e fungono da macchine dioramiche capaci di usare il paesaggio come quinta prospettica: ambienti compressi si dilatano improvvisamente nel panorama sapientemente inquadrato. Interpretando in tal modo il messaggio wrightiano Lautner rivoluziona il concetto di finestra proponendo grandi schermi vetrati o piccolissime fessure capaci di far partecipare la luce al gioco di compressione e dilatazione degli spazi. Anche l’ acqua partecipa alla composizione suggerendo comportamenti giocosi e rilassanti. In fondo gli edifici di Lautner possono essere effimeri quasi come delle tende da esploratore e tutto il fascino che essi esercitano proviene dal rapporto che sono capaci di generare con l’ ambiente circostante.

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Le sue case progettate per una ricca borghesia sono divenute col tempo icone pop, tanto da essere immortalate in servizi pubblicitari e film. Dal Grande Lebowski a 007 .

http://la.curbed.com/archives/2011/07/video_interlude_john_lautners_houses_in_the_movies.php

http://www.architizer.com/en_us/blog/dyn/25265/the-legacy-of-john-lautner/3/

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Casa  Sheats è una delle abitazioni più famose progettate da Lutner. Si trova a Beverly Hills, Los Angeles, è stata costruita nel 1963 e ha avuto diversi proprietari (tra cui il fratello di Hugh Hefner). Dal 1972 è di proprietà di James Goldstein estroverso e misterioso milionario amico e mecenate dell’ architetto.

The Hollywood Tower: Rem Koolhaas e Russ Meyer

dicembre 2, 2010

Rem Koolhaas (Remment Lucas Koolhaas) è oggi uno degli architetti più noti al mondo. Tuttavia, come spesso accade con le persone ancora in vita, la sua biografia non è stata scandagliata con la dovuta sistematicità critica da quanti studiano il suo lavoro. Tale fenomeno è in parte attribuibile al fatto che le pubblicazioni risultano limitate dal taglio meramente divulgativo dovuto al contesto “giornalistico” in cui le notizie su Rem Koolhaas sono via via apparse. Inoltre gli intervistatori sono spesso mossi  dal semplice gusto della curiosità, del fare notizia, circa le vicende umane e gli episodi avvenuti in precedenza. Tuttavia tra questi numerosi contributi giornalistici alla biografia e al pensiero di Koolhaas, uno dei più rilevanti è senza dubbio rappresentato dall’ intervista realizzata dal settimanale Der Spiegel a cura di Matthias Matussek e Joachim Kronsbein nel marzo del 2006. Intitolata “Evil Can also Be Beatiful rappresenta una veloce ma suggestiva analisi dei rapporti tra politica e architettura, con stimolanti considerazioni sulla città contemporanea e sul ruolo dell’ architetto oggi. Sostanzialmente una riflessione disincantata sulla condizione di postmodernità in cui noi tutti ci ritroviamo oggi: emerge soprattutto la statura di Koolhaas come critico,  statura confermata da fortunate pubblicazioni e taglienti pamphlet. Gli scritti di Koolhaas hanno un valore di gran lunga superiore a quello della sua architettura che al contrario rende evidente gli scollamenti tra teoria e prassi, tra critica al sistema capitalista contemporaneo e volontà di scendere a patti con esso.

Frasi programmatiche come “accept the world in all it’s sloppiness and somehow make that into a culture” rivelano il senso estetico e la consapevolezza della complessità dell’ architettura contemporanea, ma a tratti sembrano anche una sconfortata dichiarazione in bilico tra cinismo e un certo nichilismo radical-chic: Rem Koolhaas prefigura un’ architettura ideologicamente antiprogressista o antimodernista (cioè “indifferente” ai problemi della città o della società contemporanea) ed allo stesso tempo una ricerca che tenda al “sublime” ovvero ad una nuova autonomia artistica (cfr. Oedipus Rem, An Interwiew with Rem Koolhaas, a cura di  Lynn Becker). Ma tale metodo investigativo e di analisi può configurarsi concretamente in una “messa in scena” architettonica? Per rispondere a tale domanda ci viene in aiuto proprio la sopracitata intervista pubblicata su Der Spiegel in cui Koolhaas ci parla della “Hollywood tower”, ovvero di quello che probabilmente è il suo primo lavoro teorico/architettonico:

I wrote it in 1974 with Rene Daalder, and it consists of three levels. At the first level, wealthy Arabs buy up the Hollywood film archive and build a computer with which any star can be put back on the screen. The second level deals with the Nixon administration, which spends a fortune helping out-of-work actors — including Lassie — get jobs in the movies again. Finally, the third level is about Russ Meyer, of course, who is shooting a porn film — the last form of humanism.

In altre parole la città in forma di unico edificio in cui l’ architettura non è altro che il piedistallo, il palco dell’ exploitation contemporanea: la violenta estetizzazione del “soggetto-oggetto” corrisponde per contrappasso alla sua stessa possibilità di utilizzazione e sfruttamento in senso commerciale. Non è un caso che Rem Koolhaas sottoponga proprio a Russ Meyer,  il regista di “Faster, Pussycat! Kill! Kill!” tanto amato da Quentin Tarantino,  il manoscritto/sceneggiatura della “Hollywood tower”: il disinteresse del regista nei confronti dell’ ambiziosa sceneggiatura chiuderà definitivamente la parentesi di Koolhaas nel mondo del cinema. (1)

Né il testo della  “Hollywood tower” né i motivi del disinteresse di Meyer sono stati sufficientemente analizzati:  in attesa che qualche studioso compia delle indagini su questo scritto, possiamo solo ipotizzare la mancanza di ironia in quel lavoro di Koolhaas. Se Meyer utilizzava donne avvenenti e prosperose come improbabili protagoniste dei suoi film, satira di una società estetizzata dal sesso e dalla violenza, la descrizione della sceneggiatura koolhaasiana si presentava al contrario come un caleidoscopio premonitore di una realtà estetizzata dal denaro e dalla “crisi”. Nessuna ironia dunque nel giovane Koolhaas: la “Hollywood tower” era un messaggio che voleva essere innanzitutto un’ affermazione capace di prefigurare una realtà oggi dannatamente vera.

(1)

http://www.imdb.com/name/nm0465549/

http://www.bromet.nl/home/130

http://www.polytechpress.com/rem-koolhaas-oma-the-construction-of-merveilles/

Rem Koolhaas negli anni ‘60, studente presso la  Nederlandse Film en Televisie Academie di Amsterdam diretta da suo padre Anthonie, ha fatto parte del gruppo di cineasti denominato “1,2,3 Groep” con Rene Daalder, Samuel Meyering, Jan de Bont e Frans Bromet. Di questa esperienza ci rimangono alcuni film tra cui: 1,2,3 Rhapsodie, 1964; Body and Soul, 1966; De blanke Slavin. Intriges van een decadente zonderling, 1969.

Another Rem

novembre 24, 2010

Lebbeus Woods, nel suo interessante blog, ha pubblicato nell’ Ottobre 2009 una breve riflessione su Rem Koolhaas. Rivolgendo la memoria alle vicende del concorso del Parc de la Villette rievoca un Rem Koolhaas di cui in effetti non sentiamo più parlare da tempo.

L’ architetto di S,M,L,XL (co-curatore assieme al grafico Bruce Mau) un tempo innovativo, provocatore, critico, appare oggi agli occhi di Woods, e anche ai nostri, meno stimolante di allora.  Negli ultimi anni si è dedicato essenzialmente al ruolo di divulgatore, di comunicatore della contemporaneità, finendo il più delle volte per comunicare comunicazione: il significato architettonico di utilizzare fotomontaggi volutamente kitsch o pastiche allegorici affiancati a grafici e statistiche a volte ci sfugge, mentre ci sfugge completamente quando la “messa in scena” trasforma la grafica e le immagini di quotidiani e settimanali in un meccanismo di ironica ostentazione informativa che ripercorre evidenti luoghi comuni.

Se  Rem Koolhaas in Content ci dice che  “Architecture is a fuzzy amalgamation of ancient knowledge and contemporary practice, an awkward way to look at the world and an inadequate medium to operate on it”, evidentemente non può non pensare che tale  inadeguatezza non si intraveda anche nei compromessi visibili in alcuni suoi progetti. Progettare edifici che ricordano la Death Star (la Morte Nera) di Star Wars (o un modello di radio della Panasonic?) e realizzare una Concert Hall come quella di Porto estremamente complessa nella sua “forma” esteriore ed allo stesso tempo estremamente banale e consueta, un semplice rettangolo, nella sala vera e propria da concerti ci sembra uno spettacolo sufficientemente “commestibile” al grande pubblico.

Tuttavia lo stesso Koolhaas non ha mai nascosto i suoi ammiccamenti al sistema mercato, le sue ambigue relazioni con le forze della globalizzazione, col contestato e allo stesso tempo contemplato capitalismo dello Y€$. In via ulteriore possiamo aggiungere che Koolhaas ha manifestato più volte un certo conformismo da salotto radicale, luogo ideale dal quale denunciare le complessità e le contraddizioni del contemporaneo e dal quale promuovere gradevoli chiccherie in forma di progetti o fotomontaggi dalle apparenze (o forme) complesse e dai contenuti spesso ameni. Rem Koolhaas appare dunque come una macchina duale, capace di confezionare prodotti architettonici, di sfornare ricette urbanistiche pronte a vari usi (alludendo ai progetti per Dubai, non importi che ci si trovi in mezzo al deserto o in mezzo ad una darsena marina), si può perfino permettere, attraverso AMO/OMA, di essere una macchina celibe per produrre ricerca: è un vero peccato che la perfetta macchina dell’ archistar sommerga di “pubblicità” quanto di interessante egli riesca tuttavia a suggerire.

Tre storie della mia vita: discorso di Steve Jobs all’ Università di Stanford

ottobre 30, 2010

Questo discorso ci offre una serie di spunti di riflessione molto interessanti. La capacità di mettersi in gioco, di imparare dai propri errori, di avere fiducia in noi stessi sono doti importanti per chi si avvia a svolgere una professione come quella dell’ architetto. La forza di rigenerarsi e l’ invito a guardare le cose da una prospettiva diversa, coraggiosa, ci sembrano inviti a  cui non si deve rinunciare, ma sono anche esortazioni molto simili a quelle lasciate dai grandi maestri dell’ architettura: fare dei propri ideali e del proprio lavoro una scelta di vita.

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Voglio raccontarvi tre storie della mia vita. Tutto qui, niente di eccezionale: solo tre storie. La prima storia è su una cosa che io chiamo ‘unire i puntini’ di una vita. Quand’ero ragazzo, ho abbandonato l’università, il Reed College, dopo il primo semestre. Ho continuato a seguire alcuni corsi informalmente per un altro anno e mezzo, poi me ne sono andato del tutto. Perché l’ho fatto? è iniziato tutto prima che nascessi. La mia mamma biologica era una giovane studentessa universitaria non sposata e quando rimase incinta decise di darmi in adozione. Voleva assolutamente che io fossi adottato da una coppia di laureati, e fece in modo che tutto fosse organizzato per farmi adottare sin dalla nascita da un avvocato e sua moglie. Però, quando arrivai io, questa coppia – all’ultimo minuto – disse che voleva adottare una femmina. Così, quelli che poi sarebbero diventati i miei genitori adottivi, e che erano al secondo posto nella lista d’attesa, ricevettero una chiamata nel bel mezzo della notte che gli diceva: “C’è un bambino, un maschietto, non previsto. Lo volete?”. Loro risposero: “Certamente!”. Più tardi la mia mamma biologica scoprì che questa coppia non era laureata: la donna non aveva mai finito il college e l’uomo non si era nemmeno diplomato al liceo. Allora la mia mamma biologica si rifiutò di firmare le ultime carte per l’adozione. Poi accettò di farlo, mesi dopo, solo quando i miei genitori adottivi promisero formalmente che un giorno io sarei andato al college. Questo è stato l’inizio della mia vita.

Così, come stabilito, parecchi anni dopo, nel 1972, andai al college. Ma ingenuamente ne scelsi uno troppo costoso, e tutti i risparmi dei miei genitori finirono per pagarmi l’ammissione e i corsi. Dopo sei mesi non riuscivo a trovarci nessuna vera opportunità. Non avevo idea di quello che avrei voluto fare della mia vita e non vedevo come il college potesse aiutarmi a capirlo. Eppure ero là, che spendevo tutti quei soldi che i miei genitori avevano messo da parte lavorando per tutta una vita. Così decisi di mollare e di avere fiducia, che tutto sarebbe andato bene lo stesso.  Era molto difficile all’epoca, ma guardandomi indietro ritengo che sia stata una delle migliori decisioni che abbia mai preso in vita mia.

Nel momento in cui abbandonai il college, smisi di seguire i corsi che non mi interessavano e cominciai invece a entrare nelle classi che trovavo più interessanti.
Non è stato tutto rose e fiori, però. Non avevo più una camera nel dormitorio, ed ero costretto a dormire sul pavimento delle camere dei miei amici. Guadagnavo soldi riportando al venditore le bottiglie di Coca-Cola vuote per avere i cinque centesimi di deposito e potermi comprare da mangiare. Una volta la settimana, alla domenica sera, camminavo per sette miglia attraverso la città per avere finalmente un buon pasto al tempio degli Hare Krishna: l’unico della settimana. Ma tutto quel che ho trovato seguendo la mia curiosità e la mia intuizione è risultato essere senza prezzo, dopo. Vi faccio subito un esempio.

Il Reed College all’epoca offriva probabilmente i migliori corsi di calligrafia del Paese. In tutto il campus ogni poster, ogni etichetta, ogni cartello era scritto a mano con calligrafie meravigliose. Dato che avevo mollato i corsi ufficiali, decisi che avrei seguito la classe di calligrafia per imparare a scrivere così. Fu lì che imparai i caratteri con e senza le ‘grazie’, capii la differenza tra gli spazi che dividono le differenti combinazioni di lettere, compresi che cosa rende grande una stampa tipografica del testo. Fu meraviglioso, in un modo che la scienza non è in grado di offrire, perché era bello, ma anche artistico, storico, e io ne fui assolutamente affascinato.
Nessuna di queste cose, però, aveva alcuna speranza di trovare un’applicazione pratica nella mia vita. Ma poi, dieci anni dopo, quando ci trovammo a progettare il primo Macintosh, mi tornò tutto utile. E lo utilizzammo per il Mac. è stato il primo computer dotato di capacità tipografiche evolute. Se non avessi lasciato i corsi ufficiali e non avessi poi partecipato a quel singolo corso, il Mac non avrebbe probabilmente mai avuto la possibilità di gestire caratteri differenti o spaziati in maniera proporzionale. E dato che Windows ha copiato il Mac, è probabile che non ci sarebbe stato nessun personal computer con quelle capacità. Se non avessi mollato il college, non sarei mai riuscito a frequentare quel corso di calligrafia e i personal computer potrebbero non avere quelle stupende capacità di tipografia che invece hanno. Certamente, all’epoca in cui ero al college era impossibile per me ‘unire i puntini’ guardando il futuro. Ma è diventato molto, molto chiaro dieci anni dopo, quando ho potuto guardare all’indietro.

Insomma, non è possibile ‘unire i puntini’ guardando avanti; si può unirli solo dopo, guardandoci all’indietro. Così, bisogna aver sempre fiducia che in qualche modo, nel futuro, i puntini si potranno unire. Bisogna credere in qualcosa: il nostro ombelico, il destino, la vita, il karma, qualsiasi cosa. Perché credere che alla fine i puntini si uniranno ci darà la fiducia necessaria per seguire il nostro cuore anche quando questo ci porterà lontano dalle strade più sicure e scontate, e farà la differenza nella nostra vita. Questo approccio non mi ha mai lasciato a piedi e, invece, ha sempre fatto la differenza nella mia vita.

La mia seconda storia è a proposito dell’amore e della perdita

Io sono stato fortunato: ho scoperto molto presto che cosa amo fare nella mia vita. Steve Wozniak e io abbiamo fondato Apple nel garage della casa dei miei genitori quando avevo appena 20 anni. Abbiamo lavorato duramente e in dieci anni Apple è diventata – da quell’aziendina con due ragazzi in un garage che era all’inizio – una compagnia da 2 miliardi di dollari con oltre 4 mila dipendenti.
Nel 1985 – io avevo appena compiuto 30 anni e da pochi mesi avevamo realizzato la nostra migliore creazione, il Macintosh – sono stato licenziato.
Come si fa a venir licenziati dall’azienda che hai creato? Beh, quando Apple era cresciuta, avevamo assunto qualcuno che ritenevo avesse molto talento e capacità per guidare l’azienda insieme a me, e per il primo anno le cose erano andate molto bene. Ma poi le nostre visioni del futuro hanno cominciato a divergere e alla fine abbiamo avuto uno scontro. Quando questo successe, il consiglio di amministrazione si schierò dalla sua parte. Quindi, a 30 anni io ero fuori. E in maniera plateale. Quello che era stato il principale scopo della mia vita adulta era saltato e io ero completamente devastato.
Per alcuni mesi non ho saputo davvero cosa fare. Mi sentivo come se avessi tradito la generazione di imprenditori prima di me; come se avessi lasciato cadere la fiaccola che mi era stata passata. Era stato un fallimento pubblico e io presi anche in considerazione l’ipotesi di scappare via dalla Silicon Valley.
Ma qualcosa lentamente cominciò a crescere in me: ancora amavo quello che avevo fatto. L’evolvere degli eventi con Apple non aveva cambiato di un bit questa cosa. Ero stato respinto, ma ero sempre innamorato. E per questo decisi di ricominciare da capo.
Non me ne accorsi allora, ma il fatto di essere stato licenziato da Apple era stata la miglior cosa che mi potesse succedere. La pesantezza del successo era stata rimpiazzata dalla leggerezza di essere di nuovo un debuttante, senza più certezze su niente. Mi liberò dagli impedimenti, consentendomi di entrare in uno dei periodi più creativi della mia vita.

Durante i cinque anni successivi fondai un’azienda chiamata NeXT e poi un’altra chiamata Pixar, e mi innamorai di una donna meravigliosa che sarebbe diventata mia moglie. Pixar si è rivelata in grado di creare il primo film in animazione digitale, ‘Toy Story’, e adesso è lo studio di animazione di maggior successo al mondo. In un significativo susseguirsi degli eventi, Apple ha comprato NeXT, io sono tornato ad Apple e la tecnologia sviluppata da NeXT è nel cuore dell’attuale rinascimento di Apple. Mia moglie Laurene e io abbiamo una splendida famiglia. Sono sicuro che niente di tutto questo sarebbe successo se non fossi stato licenziato da Apple. è stata una medicina molto amara, ma ritengo che fosse necessaria per il paziente.
Qualche volta la vita ti colpisce come un mattone in testa. Non bisogna perdere la fede, però. Sono convinto che l’unica cosa che mi ha trattenuto dal mollare tutto sia stato l’amore per quello che ho fatto. Bisogna trovare quel che amiamo. E questo vale sia per il nostro lavoro che per i nostri affetti. Il nostro lavoro riempirà una buona parte della nostra vita, e l’unico modo per essere realmente soddisfatti è di fare quello che riteniamo essere un buon lavoro. E l’unico modo per fare un buon lavoro è amare quello che facciamo. Chi ancora non l’ha trovato, deve continuare a cercare. Non accontentarsi. Con tutto il cuore, sono sicuro che capirete quando lo troverete. E, come in tutte le grandi storie d’amore, diventerà sempre migliore mano a mano che gli anni passano. Perciò, bisogna continuare a cercare sino a che non lo si è trovato. Senza accontentarsi.

La terza storia è a proposito della morte.

Quando avevo 17 anni lessi una citazione che suonava più o meno così: “Se vivrai ogni giorno come se fosse l’ultimo, un giorno avrai sicuramente ragione”. Mi colpì molto e da allora, negli ultimi 33 anni, mi sono guardato ogni mattina allo specchio chiedendomi: “Se oggi fosse l’ultimo giorno della mia vita, vorrei fare quello che sto per fare oggi?”. E ogni qualvolta la risposta è no per troppi giorni di fila, capisco che c’è qualcosa che deve essere cambiato.
Ricordarmi che morirò presto è il più importante strumento che io abbia mai incontrato per fare le grandi scelte della vita. Perché quasi tutte le cose – tutte le aspettative di eternità, tutto l’orgoglio, tutti i timori di essere imbarazzati o di fallire – semplicemente svaniscono di fronte all’idea della morte, lasciando solo quello che c’è di realmente importante. Ricordarsi che dobbiamo morire è il modo migliore che io conosca per evitare di cadere nella trappola di chi pensa che abbiamo sempre qualcosa da perdere. Siamo già nudi. Non c’è ragione, quindi, per non seguire il nostro cuore.
Più o meno un anno fa mi è stato diagnosticato un cancro. Ho fatto la Tac alle sette e mezzo del mattino e questa ha mostrato chiaramente un tumore nel mio pancreas. Prima non sapevo neanche che cosa fosse un pancreas. I dottori mi dissero che si trattava di un cancro che era quasi sicuramente di tipo incurabile, che sarei morto entro i prossimi tre, al massimo sei mesi. Quindi sarebbe stato meglio se avessi messo ordine nei miei affari (che è il codice dei dottori per dirti di prepararti a morire). Questo significa prepararsi a dire ai tuoi figli in pochi mesi tutto quello che pensavi di poter dire loro in dieci anni. Questo significa essere sicuri che tutto sia stato organizzato in modo tale che per la tua famiglia sia il più semplice possibile. Questo significa prepararsi a dire i tuoi addio.
Ho vissuto con il responso di quella diagnosi tutto il giorno. La sera tardi è arrivata la biopsia, cioè il risultato dell’analisi effettuata infilando un endoscopio giù per la mia gola, attraverso lo stomaco sino agli intestini, per inserire un ago nel mio pancreas e catturare poche cellule del mio tumore. Ero sotto anestesia ma mia moglie – che era là – mi ha detto che quando i medici hanno visto le cellule sotto il microscopio hanno cominciato a gridare, perché è saltato fuori che si trattava di un cancro al pancreas molto raro e curabile con un intervento chirurgico. Ho fatto l’intervento chirurgico e adesso, per fortuna, sto bene.
Questa è stata la volta in cui sono andato più vicino alla morte e spero che sia anche l’unica per qualche decennio. Essendoci passato attraverso, adesso posso parlarvi con un po’ più di cognizione di causa di quando la morte per me era solo un concetto astratto
Nessuno vuole morire. Anche le persone che vogliono andare in paradiso, in realtà non vogliono morire per andarci. Ma la morte è la destinazione ultima che tutti abbiamo in comune. Nessuno gli è mai sfuggito. Ed è così come deve essere, perché la morte è con tutta probabilità la più grande invenzione della vita. è l’agente di cambiamento della vita. Spazza via il vecchio per far posto al nuovo.
Il nostro tempo è limitato, per cui non lo dobbiamo sprecare vivendo la vita di qualcun altro. Non facciamoci intrappolare dai dogmi, che vuol dire vivere seguendo i risultati del pensiero di altre persone. Non lasciamo che il rumore delle opinioni altrui offuschi la nostra voce interiore. E, cosa più importante di tutte, dobbiamo avere il coraggio di seguire il nostro cuore e la nostra intuizione. In qualche modo, essi sanno che cosa vogliamo realmente diventare. Tutto il resto è secondario.
Quando ero un ragazzo, c’era un giornale incredibile che si chiamava ‘The Whole Earth Catalog’, praticamente una delle bibbie della mia generazione. è stata creata da Stewart Brand non molto lontano da qui, a Menlo Park, e Stewart ci aveva messo dentro tutto il suo tocco poetico. è stato alla fine degli anni Sessanta, prima dei personal computer e del desktop publishing, quando tutto era fatto con macchine per scrivere, forbici e foto Polaroid. è stata una specie di Google in formato cartaceo tascabile, 35 anni prima che ci fosse Google: era idealistica e sconvolgente, traboccante di concetti chiari e fantastiche nozioni.

Stewart e il suo gruppo pubblicarono vari numeri di ‘The Whole Earth Catalog’ e quando arrivarono alla fine del loro percorso, pubblicarono l’ultimo numero. Era più o meno la metà degli anni Settanta. Nell’ultima pagina di quel numero finale c’era la fotografia di una strada di campagna di prima mattina, il tipo di strada dove potreste trovarvi a fare l’autostop se siete dei tipi abbastanza avventurosi. Sotto la foto c’erano le parole: ‘Stay Hungry. Stay Foolish’, siate affamati, siate folli. Era il loro messaggio di addio. Stay Hungry. Stay Foolish: io me lo sono sempre augurato per me stesso. E adesso lo auguro a voi. Stay Hungry. Stay Foolish.

La Gregotteide

ottobre 22, 2010

Riportiamo qualche riga da un ironico articolo apparso su “Il Foglio” del 15/10/2010 a firma di Camillo Langone.  Il tema dell’ articolo riguarda quei  “giochi” che vengono condotti, con alterne ma frequenti cadenze, anche mensili, allo scopo di tributare l’ ennesimo sfolgorante successo  al professionista che ha fatto della sua vita una grande Gregotteide, un “racconto” umano denso di significati e di insegnamenti. Dai suoi libri e dai suoi discorsi, soprattutto quelli recenti, apprendiamo come il corso della sua vita sia stata una continua affermazione delle proprie idee, e con acuto spirito critico ci informa che, in fondo, la sua vita e la sua opera sono lo specchio dell’ architettura moderna, anzi, dell’ interno XX secolo (cfr. Vittorio Gregotti. Autobiografia del XX secolo, Skira 2005). I maestri del moderno? Qualcuno potrebbe pensare che siano quasi personaggi minori. I principali artisti contemporanei? Vi invitiamo a verificare voi stessi. E’ con questo acume e con questo sofisticato spirito critico che lo abbiamo sentito in varie occasioni invitare gli studenti universitari a strappare le pagine dei libri di storia in cui appariva il progetto della Chapelle de Ronchamp: un incomprensibile ed inspiegabile errore ai suoi occhi che poteva meritare come commento solo l’ appena citata provocazione. E’ un vero peccato verificare come  persone che non possono certo lamentare di aver avuto poche occasioni  professionali ed economiche nella vita sentano anche il bisogno di ostentarle, trasfigurarle, mitizzarle allo scopo forse di aggiungere adulatori a collaboratori già riconoscenti, in circolo vizioso di cui non ravvediamo l’ utilità. Diventa noioso ed addirittura poco gradevole dover sopportare oltre al narcisismo e all’ ostentato presenzialismo anche certe opinioni/amenità, ben lontane dall’ essere un serio e meditato giudizio storico/critico. Non si può tuttavia togliere a Gregotti il ruolo che ha avuto in passato. Dal “Territorio dell’ architettura” al progetto per l’ Università della Calabria, tuttavia è passato molto tempo. Ma a ben guardare né il suo ruolo di professore,  di direttore di rivista e saggista hanno potuto impedire che in alcuni suoi progetti fosse evidenziato il seme del fallimento di un certo modo totalizzante di fare architettura.  E’ voluto il fatto che abbia chiamato in causa proprio il progetto per l’ Università della Calabria, forse il miglior progetto di Gregotti  nonostante la pessima realizzazione non ascrivibile al suo autore: il rapporto con il paesaggio circostante non è vissuto anche dal fruitore ma solo dall’ oggetto-edificio, col risultato di trasmettere una forte sensazione di alienante castrazione visiva. Chi vi è stato almeno una volta, camminando sulla grande strada ponte o nei bui corridoi dei dipartimenti,  può capire quello che scrivo. Nella fruizione inoltre l’ edificio risulta così ripetitivo e scontato, privo di qualsiasi effetto città, che non è possibile percorrerlo senza il supporto della cartellonistica informativa poiché non vi si riscontrano reali punti di riferimento. Esperienza simile, nel rapporto uomo-architettura-contesto, si può riscontrare allo Zen.

Credo che ci sia abbastanza per riflettere. Per sorridere leggete qui sotto:

“ Ci sono personaggi che le idee dovrebbero smettere di farsele venire, visto i risultati pratici delle loro elucubrazioni, e parecchi di questi li troveremo […] al convegnone “Idee Italiane”, (15-16 ottobre 2010 n.d.r.) presso l’ Auditorium Pirelli di Milano Bicocca. Si parlerà molto di architettura e la giornata di sabato sarà una vera e propria Gregotteide. Sarà di Vittorio Gregotti l’ introduzione, di uno storico collaboratore di Gregotti la prima relazione, di un altro collaboratore di Gregotti la seconda, di un grande estimatore di Gregotti (lo definì sul Corriere “l’ ultimo dei maestri” o qualcosa del genere) la relazione numero tre, di un ennesimo sodale di Gregotti la numero quattro, e lo so che sto stufando, che oramai avete capito, ma per completezza di informazione devo dirvi che nemmeno il quinto relatore verrà da fuori, anche lui sarà una persona di famiglia: un co-autore di libri di Gregotti. I relatori numero sei e sette[…]gravitano nell’ orbita dell’ ultimo dei Grandi Maestri, insieme hanno fatto convegni e libri perché Gregotti è Gregotti in tutta Europa, forse in tutto il mondo. L’ intervento finale sarà di Gae Aulenti, gregottiana di ferro fin dagli anni Cinquanta, quando entrambi collaboravano a Casabella […] incredibile ma vero la Gregotteide si svolgerà nel Gregottianum […]”

Per  dovere di informazione riferiamo che le persone evocate sono nell’ ordine: Carlo Magnani, Franco Purini, Luca Molinari, Bernardo Secchi, Fulvio Irace, Rafael Moneo, Joseph Rykwert. Tuttavia crediamo che non sia il presunto rapporto con Gregotti il dato fondamentale, bensì il corto circuito che può generarsi quando queste persone sono invitate a parlare dello stato della cultura e dell’ architettura in Italia, della sua creatività e della sua capacità di innovazione. Della sua capacità di innovazione. Meditiamo ancora una volta.

La Sala Conferenze G8 alla Maddalena: un giudizio architettonico

settembre 5, 2010

L’ ambiguità di tale opera, malauguratamente per il suo progettista, è in quell’ aver  “vissuto” uno dei più estesi episodi italiani di spreco di denaro pubblico, corruzione e mala-politica. L’ intera operazione G8 alla Maddalena dimostra come sia difficile uscire immuni dai compromessi, perfino da quelli morali: l’ edificio a sbalzo sul mare non è semplicemente la risposta “architettonica” ad una funzione,  bensì, oggi è  il simbolo di un tentativo ambizioso a cui è sfuggito volutamente il nodo politico della vicenda. In questo edificio perfino la ricerca del luogo sembra risultare simulata. Non importa che ci si trovi a Marsiglia o in Sardegna, la soluzione dell’ edificio a sbalzo sull’ acqua pare essere l’ unica proposta “vincente” in grado di partorire la mente dell’ architetto. Si tratta di una prassi  già sperimentata da Boeri nei progetti (non realizzati) per i waterfront di Siracusa e Napoli: trovata una soluzione è utile riciclarla, perfezionarla fino a ricadere in modelli di dogmatismo e freddezza vincolati ad una sgradevolezza asettica ed apparentemente intellettualistica.  Tutto il progetto dell’ edificio è poi frutto di meccanismi retorici ingenui e privi di carattere. Il parallelepipedo della sala conferenze incombe pesante sul piazzale e sull’ acqua,  incapace di produrre un momento di diastole spaziale da contrapporre alla compressione generata dalla modesta quota d’ imposta dell’ estradosso del primo solaio, mentre l’ enorme   ascensore/piattaforma interno e la sala vetrata a sbalzo sul mare, col pedante foro circolare nel solaio di calpestio, suonano come soluzioni di un’ ovvietà disarmante, utili espedienti di edonismo comunicativo atti a celebrare retoricamente il potere dei leader politici che avrebbero dovuto presiedere un vertice che non vi ha avuto luogo. Alla Maddalena non è stato realizzato alcun edificio degno di elevarsi ad Architettura. Nonostante quanto pensino i supporter e gli eventuali gosthwriter del progettista, la Sala Conferenze e il resto del complesso degli edifici del G8 abortito, raccontano di una vicenda di squallida cronaca e di compromissione morale che investe tecnici, costruttori, politici italiani: mai più vorremmo vedere spendere tanto denaro senza procedure di evidenza pubbliche, soprattutto per quanto riguarda il conferimento degli incarichi professionali e la gestione degli appalti.

“Obscenidade” do tempo veneziano. Alguns projectos contemporâneos não realizados e outros realizados.

giugno 20, 2010

di Luca Maria Folgore, Luca Guido

Pubblicato su JA, journal arquitectos, n° 229

“Vive-se em Veneza como num agradável exílio, não só da terra, mas também do tempo”.
em “Il Cielo sulle città” de Vincenzo Cardarelli
Por obs-cenidade entendemos o significado mais profundo e oculto que se encontra na origem da palavra, que é o sentido expresso pelo grande teatro.
O-scenità para indicar alguma coisa que pelo seu significado “particolar” apresenta-se como imensamente diferente de “tudo” aquilo que se pôe em cena, ou seja da arquitectura espectacularizada e desejosa de ocupar a cena a sobrepondo-se ás obras-primas da arquitectura contemporânea veneziana.
Os projectos contemporâneos elaborados para Veneza, mas não realizados, viceversa nunca foram em cena, mas sobretudo não os poderiam nunca realizar porque cheios da mais profunda peculiaridade e alteridade ao pensamento comum e dominante que esses projectos não quereriam nunca realizar.
E Veneza infelizmente ficou sempre imutável e embalsamada como uma múmia, principalmente quando poderia ter aprendido dos “Capricci” de Canaletto da alteridade seria vivificada e glorificada da sua mesma imagem: uma ponte paladiana para Rialto, a Basílica paladiana de Vicenza e Palácio Chiericati colocados no Canal Grande não modificam minimamente uma cidade que apesar da descontextualização de edifícios “modernos” fica sempre a mesma (cfr. Capriccio Veneziano, olio su tela 60X82 cm, Galleria Nazionale, Parma).
O des-agradável exílio indicado por Cardarelli, na verdade, foi o exílio que a arquitectura moderna\ em Veneza sofreu desde o Renascimento, sobretudo durante o século XX.
As forças reaccionárias ao contemporâneo venceram mais do que uma vez: primeiro com Wright que projecta um magnífico palácio “in volta” do Canal Grande e mais tarde com o projecto de hospital elaborado por Le Corbusier. Tanto para um projecto como o para outro, uma vez iniciado o processo burocrático, serão logo criados obstáculos e os edifícios nunca serão realizados.
Também Louis Kahn e Ludovico Quaroni, respectivamente com os projectos para um Palácio de Congressos nos jardins da Bienal de Veneza e para um bairro residencial em San Giuliano, não serão mais realizados. Todavia estas propostas, como aquelas precedentes, serão íconas significativas do imaginário arquitectônico de muitos jovens arquitectos e experimentadores. No fundo em Veneza aquilo que não conseguiu Le Corbusier conseguiu Luciano Semerani projectando o novo hospital de San Giovanni
e Paolo oferecendo como repertório formal arcos, tímpanos e tipologias. Uma “delícia” exposta sobre a lagoa veneziana. E não se recordam o projecto-provocação desenhado para a área Ex Saffa de Cannaregio por Peter Eisenman? Que è pensam exista agora? Infelizmente uma pouco significativa realização do nosso italianíssimo
Gregotti, enquanto não muito longe surge a intervenção terrivelmente visível, à qual não acrescento outros comentos, de um professor universitário que ocupou parte da área do projecto corbusiano.

O significado comum que se dá à palavra obsceno, usada para indicar alguma coisa de indecoroso, indecente e de ofensivo face ao pudor e/ou do contexto, vem totalmente invertido em Veneza, mesmo se a tentativa de a usar para indicar certas arquitecturas contemporâneas ou determinados delitos arquitectônicos que foram cometidos é bastante forte.
Enquanto os académicos praticavam em produzir lucubrações dignas da categoria, mas com resultados péssimos, sujando as mãos com o lápis na mesa de desenho, no decorrer dos anos aconteceu de tudo.
Em tantos se bateram contra Wright, Le Corbusier e principalmente contra Carlo Scarpa, por isso contra arquitectos modernos, e ninguém impediu a realização de construções de má qualidade no interior do tecido urbano ( por exemplo os prédios de Rio Novo, o Banco a San Luca, o hotel Danieli, etc…).
Muitos menos se fez pelas pequenas obras-primas do moderno que foram alteradas ou desmontadas, ou pior ainda esquecidas; Precisamente refiro-me ao projecto do futurista Angiolo Mazzoni para a central térmica da estação ferroviária de Veneza – um pequeno edifício em parte alterado – a variados projectos de Scarpa e aquele mais recente, o projecto para a nova sede do IUAV (1997), que foi totalmente abandonado da faculdade de arquitectura veneziana.
Deste último acontecimento o sentido evidente que emerge é aquele que uma parte do mundo cultural universitário não acreditava verdadeiramente nos valores de um projecto moderno e principalmente de um projecto experimental como este de Miralles. È mesmo pelo facto de não ter dado seguimento a um projecto vencedor de um concurso, mas que tinha ainda superado a complicada burocracia italiana, é simbólico, assim como é simbólica a mensagem negativa para os estudantes. Quando em vez disso a faculdade arquitectura deveria ter dado seguimento a projectos dos quais não existem sinais, nem livros de história, nem nas revistas especializadas, não obstacularam mínimamente estas realizações que foram directamente entregues a alguns professores da escola.
Em Veneza nem o restauro- menos aquele de Scarpa – foi totalmente compreendido como recursos do moderno, dada a ilusão de trabalhar com a verdadeira matéria do restauro ou seja com as prácticas de maquilhagem do cadáver da história resultaram muitas vezes mais consoladoras que o normal procedimento “estratigráfico” da mesma história.
Estando convencido que o verdadeiro restauro não se limite na conservação e nela tutela, mas sobretudo no facto que estas coisas possam acontecer através de sinais contemporâneos ou através um aparato moderno que valorize a preexistência.
Propondo muitas vezes paradoxos sem tempo do onde era, como era (considera o caso da torre de S. Marcos como o do teatro La Fenice) foi atacada a legitimidade do projecto contemporâneo como “estratificação” relativa a um aparato histórico restaurado apenas na sua matéria material e não na sua imagem.
O único conforto que resta, numa Disney-Veneza por bandos de gafanhotos turísticos museolizados principalmente “de uma velhacaria estomacal” no confronto do moderno é aquele de pensar em Veneza como uma máscara não certo carnavalícia, atrás da qual seja ainda possível perceber algum pulsar de coragem não sufocado do excessivo “luar de quarto mobilado” que perturba as mentes de quem dirige o pensamento à cidade lagunar.
Isto porque da cidade é preciso saber colher os sinais, como nos foi ensinado por Thomas Mann em “Der Tod in Venedig” e também em Luchino Visconti através da sua transposição cinematográfica, na beleza existe uma advertência de morte: fascinados pela beleza não percebemos a degeneração colérica que se multiplica à nossa volta.
A maquilhagem ostentada sobre a nossa “máscara” como aconteceu a Gustav von Aschenbach estendido no seu último dia sobre uma cadeira na praia, transforma-se numa triste tentativa de esconder a verdade das formas no desenrolar nos últimos instantes de vida.
E da mesma forma certas arquitecturas estendem apenas um véu lastimoso sobre os valores da modernidade tentando esconder propria exibiçao esquelética de mero involucro.

Il Premio Newitalianblood 2010

giugno 3, 2010

> PREMIO NEWITALIANBLOOD.COM 2010
Risultati seconda edizione
I più interessanti progettisti Italiani con studio in Italia o all’estero. Architetti nati dal 1973

(per i risultati vai in fondo all’ articolo)

I risultati del premio Newitalianblood 2010 confermano valutazioni e spunti critici suscitati anche dall’edizione precedente. Innanzitutto non si tratta di un’iniziativa autocelebrativa o mediatica in senso pubblicitario, né di un’affermazione di potere editoriale-universitario-professionale.
Lungi da tutto ciò, i giovani studi classificati si differenziano dal vecchio e dal nuovo (presunto) star-system italiano: vediamo un deciso impegno nel compiere al meglio la professione, nel fare e cercare di fare architettura. Una ricerca che si sviluppa sia attraverso i piccoli incarichi sia sognando attraverso proposte cariche di forza visionaria e sperimentale. A volte, analizzando il lavoro di uno stesso studio, in qualche opera si registra un passo indietro rispetto ad intenzionalità espresse o presenti in nuce in altri progetti. Questo è un aspetto sul quale vale la pena soffermarsi un momento, al fine di analizzare il problema e provare ad estirparlo. Forse per mediare le posizioni di qualche committente o più probabilmente -è il caso dei concorsi- per un’autolimitazione imputabile ad una serietà professionale che vuole evitare proposte ritenute economicamente non compatibili, si rinuncia a un progetto criticamente impegnato. Di per sé questa serietà è un atteggiamento etico apprezzabile, ma non deve essere stimolo per rinunciare a scelte coraggiose, per declinare il controllo dei costi attraverso scelte che privilegiano aspetti residuali del progetto, per rinunciare ad adottare un linguaggio architettonico compiuto e criticamente impegnato, poiché non è solo nella “pelle” di rivestimento degli edifici che si esauriscono i compiti e le responsabilità dell’architetto. Ma non è tutto.
Qualche difetto presente nei vari progetti è senza dubbio ascrivibile a residui di esperienze universitarie un pò bigotte che avvolgono vari progetti in una cupa aureola di severità e compostezza lontana dalla gioiosità e dal disincanto di altre proposte dei medesimi gruppi di progettazione. Quanto detto vuole essere un invito all’autocritica, a mettersi in gioco, anche a riazzerare l’orizzonte per cercarne uno nuovo, più lontano e profondo. Sono problemi comuni ad una situazione italiana più vasta, una situazione contestuale in cui spesso le scelte progettuali sfociano nella banalità o supportano la speculazione. Ad ogni modo le lacune evidenziate non intaccano di molto lo scenario profilato dalla classifica 2010 che globalmente si dimostra variegato di proposte oltre che positivo e concreto.
Qualche caduta di stile dei singoli progetti è moderata -a volte sovrastata- da una stimolante ecletticità delle proposte nel loro insieme -che è un pregio- e da esperienze fortemente sperimentali volute da singoli gruppi che si espongono al giudizio dei critici più esigenti e di nicchia, rinunciando consapevolmente a costruire. Si può concludere affermando che la capacità di fare rete (senza fare lobby) e la transnazionalità dei nuovi gruppi di progettazione conferma una realtà che un decennio fa ci avrebbe stupito, ma soprattutto conferma come si possa fare architettura e ricerca anche al di fuori dei canali ufficiali, lontani dalle pagine delle riviste patinate, lontani dai salotti mondani e dalle tessere di appartenenza, distanti dai critici di architettura degradati al rango di gazzettieri e capaci di scrivere articoli solo ricopiando i comunicati stampa delle aziende produttrici e dei propri amici architetti. Questa è l’occasione per fare una riflessione di più ampio respiro per individuare responsabilità in un sistema universitario-editoriale-politico oltre che professionale incapace di stare al passo con una realtà che sotto gli occhi dei più giovani si profila già evidente.
“Corri compagno, il vecchio mondo ti insegue” si poteva leggere su un muro della Sorbonne nel maggio ’68. Non si tratta di una semplice dichiarazione/adesione politica, bensì di una verità storica:  sono ancora molti quelli che non se ne sono accorti. Purtroppo in Italia si profilano di anno in anno nuovi scandali per gli appalti e si susseguono di volta in volta professionisti pronti ad accettare le vecchie regole, facendo subire ai colleghi, in un secondo momento, proclami di superiorità morale e critiche al sistema che fino a poco prima si è condiviso.
Iniziative come quella del premio di Newitalianblood rimettono in gioco i ruoli e le competenze, fanno di internet un vero sensore critico, oltre che uno strumento di trasparenza e conoscenza; sarà poi il tempo ad eseguire le verifiche che in questa sede non possiamo compiere e ci mostrerà chi è stato -architetto e/o critico- solo una meteora.
Luca Guido

> PREMIO NEWITALIANBLOOD.COM 2010
Risultati seconda edizione
I più interessanti progettisti Italiani con studio in Italia o all’estero. Architetti nati dal 1973

01 MONOVOLUME (Bolzano)
Patrik Pedò 73, Juri Pobitzer74

02 ECOLOGICSTUDIO (Londra)
Claudia Pasquero 74, Marco Poletto 75

03 MARC (Torino)
Michele Bonino 74, Subhash Mukerjee 74

04 MARAZZI ARCHITETTI (Parma)
Davide Marazzi 74

05 3GATTI (Shanghai)
Francesco Gatti 73

06 FACTORY ARCHITETTURA (Roma)
Mariella Annese 76, Milena Farina 77

07 CONSOLE – OLIVA (Roma)
Alessandro Console 80 – Gina Oliva 80

08 TERNULLO MELO (Lisbona)
Chiara Ternullo 75, Pedro Teixeira de Melo 78

09 KK ARCHITETTI (La Spezia)
Simone Moggia 76, Tiziana d’Angelantonio 77, Giulio Pons 79, Paolo Lazzerini 81, Olivier Moudio 78

10 AION (Siracusa)
Andrea Di Stefano 73, Aleksandra Jaeschke 76

Il disegno come racconto

aprile 13, 2010

estratto da:

Architettura come frammento

Recupero della Chiesa di San Michele in Roccaravindola-Franco Pedacchia

a cura di Luca Guido, Melfi, Casa editrice Librìa (2007)

[…] Si possono chiamare in causa numerose categorie come il sogno (la rêverie), il notturno, l’irrisolto e il labirintico, la fiaba, il disordine, l’interrotto, il relativo aprospettico, il discontinuo, il dinamico, il disordinato ecc. -tutte rigorosamente da ribadire ove necessario- ma difficilmente si potrà intendere il notevole patrimonio documentale di disegni che Pedacchia custodisce da anni, basandosi solo su elenchi di categorie da contrapporre ad altre. A dimostrare ciò sono proprio i suoi schizzi progettuali che sembrano soffrire all’idea di dover realizzare e dare riscontro a una sola delle mille idee che affollano la mente quando si è davanti al foglio di carta con i colori in mano come un bambino. E come un bambino, Pedacchia sembra voler scomporre in parti le architetture da esaminare, da verificare ancor prima che prendano vita, nonostante lo strumento del disegno appaia limitativo e incapace di rappresentare gli spazi nel loro svolgersi, nel loro dispiegarsi. Inoltre i disegni si susseguono anche a cantiere iniziato e perfino dopo che i singoli elementi del progetto abbiano già preso forma reale costruita: testimoniano le possibilità inesplorate, le strade che l’architetto avrebbe voluto intraprendere, servono a riconoscere gli errori della realizzazione. Nel caso in cui ci siano state divergenze tra realizzazione e progetto servono per dare verifica a soluzioni inaspettate, a presenze in qualche modo intruse. Ne emerge una critica al concetto di “centro”, di proporzione tra le parti, di gerarchie architettoniche che appaiono ribaltate rispetto ad un’ idea di “disciplina” -architettonica- autonoma ed interna al solo progetto. I particolari non trovano ragione di esistere solo per motivi realizzativi o di culto maniacale del disegno di architettura. Il progetto infatti è costituito da continui rimandi: la porta situata sul fronte principale attraverso le sue bucature di scarpiana memoria stimola a guardarvi attraverso per scoprire il mondo interno, la porta laterale stretta e allungata si conclude invece in due trapezi che fanno da cornice al piccolo borgo per chi guarda dai ruderi verso l’esterno; con gli stessi intenti di mostrare e/o nascondere nascono gli altri elementi del progetto come il pilastro inclinato e le varie recinzioni perimetrali. Ma la storia appare all’architetto ricca di esperienze interrotte, traboccante di sprechi e di forme inesplorate, vergini e piene di potenzialità. L’apparato figurativo per questo va oltre il semplice repertorio da “manuale”, per questo allude a recondite figure retoriche e metafore. L’allegorico in un ultimo tentativo di sopravvivere alla “realtà” sembra sfiorare i sogni e le idee per pietrificarle e dar loro un “senso”. Lo scrittore Silas Flannery protagonista di Se una notte d’ inverno un viaggiatore riflettendo sullo scrivere è dilaniato interiormente da simili preoccupazioni osservando una lettrice: “tra i suoi occhi e la pagina vola una farfalla bianca. Qualsiasi cosa lei stesse leggendo ora certo è la farfalla cha ha catturato la sua attenzione. Il mondo non scritto ha il suo culmine in quella farfalla. Il risultato cui devo tendere è qualcosa di preciso, di raccolto, di leggero […] che in qualche modo ‘somigli’ alla farfalla”.4 Il problema sembra divenire ciò che non è scritto, non- scrivibile, che in qualche modo non è contenibile nel linguaggio. Forse questo è il motivo per cui l’architettura di Pedacchia sembra fatta di opposti apparentemente insanabili (antico e moderno) e si mostra in figure enigmatiche che mettono assieme forme incongrue e misteriose come nei rebus. Farfalle volano sui ruderi e granchi sembrano avervi trovato dimora. “Come la farfalla e il granchio che illustrano il ‘Festina lente’ (affrettati lentamente, n.d.r.) nella raccolta di emblemi cinquecenteschi di Paolo Giovio, due forme animali entrambe bizzarre ed entrambe simmetriche, che stabiliscono tra loro un’ inattesa armonia”.5 Il granchio figura anfibia, le cui chele riproducono in un immaginario zoomorfo i bracci dell’àncora, contrappone la sua andatura discontinua, inquietante e contorta di polipede dal passo claudicante alla levità della farfalla: viene proposta una ben nota opposizione tra dei. Alla mobilità leggera di Mercurio si contrappone l’andatura pesante ed impedita di Efesto, l’aereo versus il sotterraneo, il piacere di una vita fuggevole ma rapida contro il lavoro faticoso e lungo del metallurgo. Granchio e farfalla sono creature di un “universo reversibile”, e simboli ammonitori che ci ricordano che in ogni procedere vi è un inabissamento. Ma dietro l’apparenza delle cose si cela sempre qualcosa di più misterioso che ci aiuta a costruire i riferimenti profondi e non solo formali tra mondi diversi. Naturalmente è ancora Calvino che ci apre la mente, che vuole dirci qualcos’altro, raccontando nel finale della sua conferenza sopracitata dedicata alla “rapidità” l’aneddoto del granchio perfetto disegnato da Chuang- Tzu. è una cosa che naturalmente non viene scritta ma lasciata nel mondo delle analogie e delle associazioni mentali. Il maestro cinese del Taoismo è anche colui che una volta sognando una farfalla, al proprio risveglio non sa più se è una farfalla che sogna di essere Chuang-Tzu o Chuang-Tzu che ha sognato una farfalla. Mondi diversi dunque sono tenuti assieme nella propria mente dalle esperienze della vita, e/o dai sogni. Ora tuttavia non vorrei ingannarvi completamente con questi racconti: il grande limite di Pedacchia è proprio quello di lavorare su un margine, sul confine delle fiabe e di ciò che non è reale. Architettura o arte dunque? Mostri o muse? Poesia o canzonette? Rispondere in maniera univoca francamente risulta difficile e d’altra parte non potrebbe spiegare i molteplici significati delle ambigue storie che mi hanno rammentato i disegni e la realizzazione dell’opera. Forse bisogna immaginare l’opera e i ruderi come il risultato percepibile dai sensi di una marea (il tempo) che ritraendosi lascia in vista gli oggetti venuti dal profondo assieme ai relitti e alle cose preziose. Cosa ci sia di prezioso e quali siano i relitti è il vero rebus da risolvere. Voglio concludere con una sola raccomandazione a chi in queste pagine ha veduto solo mostri: come insegna il mito, non bisogna lasciarsi ingannare dalle apparenze. Perseo aveva vinto la Gorgone Medusa spostando lo sguardo sulla sua immagine riflessa in uno scudo bronzeo ma affascinato dai poteri misteriosi riesce astutamente a trarne vantaggio usando la testa anguicrinita come arma contro i nemici. Questa è la parte del mito, più scontata e conosciuta, che in fondo ci dice di fare attenzione poiché il mostro non è rimosso neppure una volta domato, sconfitto. L’altra parte più misteriosa è quella da cui sono rimasto affascinato: il terrifico trofeo di battaglia di Perseo presenta altre inaspettate qualità. Dal suo sangue nasce Pegaso, il mitico cavallo alato, mentre gli arbusti marini, al suo contatto, diventano coralli raccolti e indossati dalle ninfe. Nel cuore della Gorgone, ove apparentemente vi è orrore, può esservi celata la grazia. Come in questa architettura: bisogna solo riconoscerla e come le ninfe saperla raccogliere.

Una cripta contemporanea

marzo 29, 2010

Franco Pedacchia. Restauro come architettura.

I lavori nella Chiesa di San Francesco in Venafro.

Sergio Rappino,  Melfi, Casa Editrice Librìa (2010)

Prefazione di Luca Guido

L’ opera di Franco Pedacchia, in bilico tra architettura ed esperienza artistica, pone diverse tematiche a rassegna. Il suo lavoro risulta stimolante e provocatorio, irruente nell’ apparire della sua interezza, meditato nel frammento e nel dettaglio tecnologico. Soprattutto Franco Pedacchia ci presenta un modo di procedere che è destinato a generare dibattito, riflessioni e anche incomprensioni. Questo avviene per diverse ragioni: in primis poiché la materia su cui si “fonda” il suo lavoro è quella della storia, e la storia ci dice chi siamo e ci interroga, in secondo luogo poiché egli non affronta la storia con la calcolatrice, l’ orologio e l’ enciclopedia, bensì operando attraverso scelte critiche, meditate quanto sofferte, e facendo un continuo ricorso all’ ingegno e all’ immaginazione.  Ne ho scritto in proposito nel libro dal titolo un po’ pretestuoso “Architettura come frammento”, edito per questi stessi tipi,  e dedicato al recupero della chiesetta di San Michele in Roccaravindola, operato dallo stesso Pedacchia. L’ opera illustrata nelle seguenti pagine è tuttavia un lavoro molto diverso da quello appena citato. Non tanto perché sia diverso il metodo di lavoro a cui ho accennato, ma perché qui la storia si presentava in forma di “edificio” e non in forma di rovina o di rudere. Va da sé che l’ intervento si è misurato con la spazialità della preesistenza, privilegiando l’ approccio museografico a quello effimero, ovvero la gestualità artistica appare più limitata. Nella chiesa di San Francesco a Venafro,  Franco Pedacchia mostra a pieno titolo le sue qualità e la ricchezza del suo procedere che poche righe più sopra abbiamo in qualche modo definito critico-operativo. Ce ne dà esempio in diverse situazioni. All’ esterno, nella facciata della chiesa, vediamo dedicare grande attenzione alla definizione di un attento restauro, salvaguardando l’ intonaco e l’ antica colorazione, nella consapevolezza che la preservazione della fabbrica vera e propria passa attraverso uno strato di sacrificio da integrare e ripulire col passare del tempo. All’ interno, invece, Pedacchia lavora sul fronte dello scavo archeologico, del consolidamento murario, del funzionamento statico delle fondazioni e delle coperture. Inoltre contemporaneamente pensa ai percorsi muesografici, alla definizione degli elementi funzionali, alla caratterizzazione degli spazi liturgici eliminando le superfetazioni, al problema dei rapporti di luce e di spazio tra cripta ipogea e navata principale. Molte delle idee iniziali sono rimaste sulla carta, come il recupero del campanile e la creazione al suo interno di un percorso che dalle profondità della cripta salisse verso la volta della chiesa e le sovrastanti capriate, o il recupero del convento adiacente che al momento della stampa di questo libro versa in stato di profondo degrado, o ancora la definizione degli arredi sacri e dell’ illuminazione. E questo non certo per incapacità, ma per problemi venialmente economici. Vista la molteplicità degli intenti, al termine restauro ci pare opportuno affiancare anche quelli di recupero e rifunzionalizzazione: tutte parole finalizzate alla definizione dell’ architettura, ovvero dello spazio. Ma Pedacchia non si smentisce neanche questa volta. Il recupero della chiesa di San Francesco a Venafro non prescinde da quell’ essere “laboratorio” che caratterizza tutti i suoi cantieri, nonostante, come abbiamo accennato,  il suo contributo immaginativo alla definizione degli apparati architettonici appaia più limitato e/o pesato. L’ architettura di Pedacchia non è semplicemente una ricerca di non finito, di caos, un’ immersione nella fantasia più sfrenata del disegno, è viceversa un laboratorio in cui si sperimenta e si affronta una ricerca continua. Questo è il vero insegnamento del Pedacchia: il progetto di architettura va inteso come disegno critico della realtà in cui lo spazio architettonico non è una semplice constatazione di forme. L’ architetto come il critico mira a cogliere l’ essenziale, senza badare troppo di aver lasciato dei bagagli per strada; egli sa che non può limitarsi a descrivere e catalogare, deve capire il funzionamento nascosto dello spazio e del luogo, deve coinvolgerlo in un processo rigenerativo, deve quindi interpretare ed immaginare per poter narrare la storia e il presente. Infatti se l’ interpretare è in stretta relazione con il  “tradurre” e con il “tradire” (dunque anche con la tradizione), l ‘immaginare, o meglio la fantasia, è in diretto rapporto con la storia. A difesa di quanto dico ricordo il paradosso aristotelico in cui si afferma l’ importanza della fantasia sulla storia. L’ opera di fantasia è in fondo più vera della storia: l’ una persegue i valori universali, indaga le possibilità e le qualità, l’ altra si limita a raccontarci le situazioni particolari, le cose avvenute. In altre parole Pedacchia ci parla di architetture e di spazi che “potevano” essere, ma di cui la storia ci ha privati, ci ricorda attraverso la sua particolare declinazione architettonica che siamo nel campo dell’ arbitrio, offrendoci una lettura complessa e ponendoci  di fronte alle nostre personali e numerose interpretazioni. In fondo questo è il motivo della maggiore incomprensione delle opere di Pedacchia: il suo lavoro non indica una formula (ed infatti abbiamo sempre parlato di metodo), un’ unica e sicura strada da battere a ritroso; al contrario in maniera molto meno didattica e più poetica veniamo lasciati soli davanti alla storia e alle infinite pieghe di una immaginazione instabile e mutevole. Una fantasia che si manifesta in forme che esprimono un ingegno a tratti sovversivo, e in colori spesso eccessivi ed esuberanti, quando il più delle volte si sarebbe potuto lasciar fare ai giochi di luce ed ombre, sfruttando basi neutre color grigio canna di fucile. Per fare un parallelo, l’ opera di Franco Pedacchia credo appartenga ad un genere “letterario” singolare tanto quanto sconosciuto alla maggioranza. George Steiner ne “I libri che non ho scritto” ce ne parla:  “[…] Questo genere risale all’ Anatomia della malinconia di Robert Burton (1621), se non addirittura a prima. E’ una forma barocca, un ibrido composto di erudizione minuziosa, di sapere arcano, di citazioni esoteriche e di una fantasticheria quasi anarchica. La pedanteria è sfrenata. Ma lo stesso vale per l’ allegorico e per l’ emblematico, la materia di cui sono fatti i sogni. I testi che appartengono a questo genere hanno in comune tra loro tratti inconfondibili. Sono poliglotti, stracolmi di elenchi, di cataloghi e di tassonomie. Il sapere –questo è l’ elemento chiave- abbonda talmente di dettagli, è così compatto da rendersi completamente autonomo. Dà vita ad elaborazioni e a costruzioni che vanno ben oltre l’ argomento a cui direttamente si riferiscono. Mescola il dato tecnico con l’ apertura visionaria. E’ un’ erudizione talmente frenetica, così <<autistica>> da creare dei mostri, allegri e minacciosi al tempo stesso. Sotto la lente del microscopio si accendono arcadie e incubi[…]” E ciò avviene nella consapevolezza che tutto intorno a noi scorre, e che siamo come naufraghi nell’acqua. Spesso pensando a Franco Pedacchia, mi sovviene l’ antico verso Rari Nantes in gurgite vasto, e immagino l’ architetto che è in lui indaffarato a costruire la sua piccola imbarcazione recuperando i relitti del tempo: il mare o meglio il fiume in cui si naviga è Vita, e le rive di questo fiume sono chiaramente la Morte, ove il flusso si arresta. Tra i tanti che cercano di sopravvivere alcuni sono  poveri derelitti su una zattera alla deriva che, moribondi, chiedono aiuto in lontananza, come rappresentato da Theodore Gericault ne “il naufragio della Medusa”,  altri galleggiano e si lasciano trasportare, i più audaci intraprendono la propria odissea e navigano per mete inesplorate, senza curarsi di corazzate e caravelle.

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