“A Rajada”

marzo 17, 2016

Gli architetti svizzeri, si sa, sono caratterizzati dalla precisione dell’orologiaio rinforzata dal rigore del contabile. Quando a queste attitudini, si unisce uno spirito poetico, affascinato dall’astratto e dall’informale, sbocciano geni come Le Corbusier.
Eppure, senza bisogno di scomodare i maestri del moderno, dovremmo tenere a mente il lavoro di Christian Hunziker (1926-1991); egli infatti è un architetto che dimostra quanto la Svizzera sia una terra creativa -pur sempre culla e rifugio dello spirito dada- nonostante l’immagine severa che molti critici di architettura le attribuiscono. La villa “A Rajada” (1961), costruita a Gland, presso il Lago di Lemano, è un progetto espressione di un atteggiamento radicalmente avverso al funzionalismo e contestatore dei dogmi della composizione. Qui scompare l’idea di facciata, traballa il concetto di interno e di esterno, artificiale e naturale. Come ha sostenuto André Corboz ci troviamo di fronte a un “arcaismo texturale” e a un processo costruttivo che smentisce ogni forma di “edonismo architettonico”. Frutto della partnership con Robert Frei, la villa è anche un’opera collettiva, realizzata grazie all’intuito anarchico del committente, alle abilità delle maestranze e alle creazioni artistiche dello scultore Henri Presset e del ceramista Philippe Lambercy. Un exploit fuori da ogni moda architettonica che merita una visita.


Concrete Love: The Böhm Family

marzo 14, 2016

Palazzo Grassi decide di proiettare il film “Concrete Love: The Böhm Family”. <<Occasione unica>> penso. Non resta che andare a vedere per saperne qualcosa di più. Gottfried Böhm è un grande architetto. Tanto bravo quanto sconosciuto in Italia, nonostante sia stato insignito del Premio Pritzker. Con alcuni amici, per porre rimedio al fatto che durante gli studi nessuno ce ne avesse mai parlato, e per fuggire dal clima di saccenza e autoreferenzialità che caratterizzava le aule dell’università, decidemmo di andare a visitare alcune sue opere. Oggi il film di Maurizius Staerkle-Drux offre un’occasione in più ai giovani studenti e spero che sollevi la curiosità di molti. Il video non solo porta all’attenzione del grande pubblico le architetture di Böhm, ma fornisce uno spaccato familiare di una dinastia di architetti (progettisti da tre generazioni). Un film intimo che restituisce le difficoltà del fare architettura assieme alla passione e all’amore di una vita dedicata ad essa.
Alcuni, erroneamente, pensano che la ricerca condotta da Gottfried Böhm oggi non sia più à la page. Le persone sensibili invece applaudono, come oggi hanno fatto in sala, perchè se c’è la capacità di emozionare c’è anche l’architettura.
Qui sotto una foto del mio amico Alessando Giacomel.

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Periferia: Tam Tam Scampia. Intervista a Riccardo Dalisi

marzo 17, 2015

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Luca Guido: Come la creatività spontanea e popolare può contribuire a migliorare le caratteristiche di uno spazio urbano? E come possono contribuire i bambini?

Riccardo Dalisi: Il bambino, tenuto sempre in un suo spazio ben distinto da quello dell’adulto, in una sorta di pre-realtà (l’adulto che dovrà essere), è invece un essere ben presente capace di dare un contributo importante anche alla dinamica urbana e alla sua estetica. Il senso del fiabesco che emerge dalle sue produzioni quando viene stimolato creativamente è un sentimento che ogni strada, ogni piazza e ogni parco delle nostre città dovrebbero avere per avvicinarsi ad un’estetica a misura d’uomo. […]

L’articolo-intervista è pubblicato al link:

http://www.archphoto.it/archives/3651


Architettura per gioco

febbraio 7, 2015

Bucky Fuller con la versione del 1943 della Dymaxion Map -Life Marzo 1 1943

“L’architettura è il gioco sapiente, rigoroso e magnifico, dei volumi assemblati sotto la luce” recita il famoso aforisma lecorbusieriano enunciato nel 1921, sulle pagine della rivista Esprit Nouveau. Il pensiero di Le Corbusier è passato alla storia grazie al libro Vers une architecture (1923), che proprio di quella rivista raccoglie una serie di articoli pubblicati negli anni immediatamente precedenti. Nell’introduzione al libro scritta per la ristampa del 1958 Le Corbusier evoca quei momenti “eccezionali” in cui “i giorni e gli anni passavano veloci, occupati, da noi, nella ricerca di un’architettura, di un’urbanistica, un quadro di vita, un’etica e un’estetica dell’arte della costruzione”.

Continua al link:

http://www.archphoto.it/archives/3471


We need Utzon

febbraio 1, 2015

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Rammendo è più chic di toppa

dicembre 18, 2014

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Il tempestivo articolo di Emanuele Piccardo “Piano mediatico” ha messo in luce i limiti delle recenti proposte progettuali elaborate, sotto l’egida di Renzo Piano, dal gruppo di giovani progettisti denominato G124. Il tema progettuale di fondo è la periferia con i suoi variegati problemi e risorse.

Il successo dell’operazione avviata da Piano appare subito evidente in termini pubblicitari e nel riscontro con la politica. Non è un caso che il governo Renzi preveda di stanziare nella prossima legge di stabilità circa 200 milioni per il “rammendo” delle periferie. Renzo Piano è un professionista capace, inoltre dimostra di muoversi con agilità per ottenere un rapido coinvolgimento dell’opinione pubblica. L’idea di rammendo urbano intercetta abilmente un certo immaginario e vocabolario salottiero.

Rammendo suona certamente più chic e sartoriale del suo sinonimo popolare “toppa”. Eppure il momento è importante perché la parola periferia possa risuonare nel mondo della politica. In particolare dopo che la politica ha espulso per anni dal dibattito pubblico la riflessione sulla città contemporanea. Ci si chiede dunque se e quali rammendi possano contribuire a migliorare la qualità complessiva delle nostre città.

continua su archphoto:

http://www.archphoto.it/archives/3320


A chi serve l’università?

dicembre 16, 2014

L’idea che l’università debba preparare al mondo del lavoro rientra in una visione aziendalistica che mette gli atenei sullo stesso piano di un ufficio di collocamento. Il problema del lavoro è una questione politica a cui l’università può contribuire facendo ricerca e preparando al meglio i propri studenti. Non solo per il lavoro, possibilmente per la vita.


Urbanistica lady-like e boschi verticali

novembre 26, 2014

Expo quartiere isola in costruzione

“Nutrire il pianeta, energia per la vita” è il tema della prossima Esposizione Universale in programma a Milano per il prossimo maggio. Sostenibilità, cibo, equità, futuro, ambiente sono alcune delle parole chiave del grande evento. Ma gli interrogativi stimolati dal titolo dell’Expo 2015 appaiono ancora più interessanti e delicati se rapportati all’architettura. Dunque come può contribuire un edificio a nutrire il nostro pianeta? Che rapporto vi è tra costruito e mondo naturale? Come può il progetto di architettura accogliere le innovazioni sostenibili e le esigenze spirituali e pratiche dell’uomo contemporaneo? E soprattutto come può la natura interagire con l’istanza estetica che ogni buon progetto architettonico dovrebbe esprimere?

l’articolo continua al link:

http://www.archphoto.it/archives/3196


Il progetto storico

novembre 26, 2014

Lo storico costruisce narrazioni. Con gli occhi del presente guarda al passato per indicare come immaginare mondi migliori. Se non c’è visione critica, non c’è alcuna narrazione. Quando viene a mancare questa tensione cade il progetto storico e si entra a buon diritto in quello della comunicazione, della mera pubblicità.


Daniel Libeskind: La Linea del Fuoco

novembre 11, 2014

 

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Daniel Libeskind, La linea del fuoco. Scritti, disegni, macchine, Macerata: Quodlibet, 2014 (pp. 260, euro 25) A cura di Dario Gentili. Introduzione di Lev Libeskind. Con un testo di Aldo Rossi

“La linea del fuoco” è il titolo di uno dei primi progetti di Daniel Libeskind. L’occasione era stata offerta dalla realizzazione di un piccolo allestimento pensato per una mostra presso il Centre d’Art Contemporain di Ginevra (1988). Fu allora che Libeskind ebbe modo di mettere alla prova una serie di idee che, pochi mesi dopo, furono alla base del disegno del Museo Ebraico di Berlino presentato al concorso dell’aprile 1989. Il libro edito da Quodlibet e intitolato La linea del fuoco. Scritti, disegni, macchine, evoca dunque l’esperienza dell’esordio e del successo internazionale. La selezione di saggi, conferenze, discorsi e conversazioni ricostruisce con una certa precisione il nucleo fondamentale del pensiero architettonico di Libeskind. Si tratta di una pubblicazione di cui vi era bisogno. Non solo per aver messo a disposizione del pubblico italiano un corpus teorico che era conosciuto solo da pochi studiosi, ma soprattutto perché i testi pubblicati aiutano a comprendere il percorso di ricerca intrapreso dall’architetto. Libeskind deve molto all’Italia. È a Milano che oggi sta realizzando importanti progetti, ed è nel capoluogo lombardo che decide di trasferirsi con la famiglia durante gli anni ottanta. La scelta di pubblicare in appendice quello che appare come una sorta di dialogo poetico tra Aldo Rossi e lo stesso Libeskind, catapulta il lettore in quegli anni lontani.

ARTICOLO COMPLETO AL LINK

http://www.ilgiornaledellarchitettura.com/articoli/2014/11/121990.html

 


Volume 2014/3 (#41) How to Build a Nation

ottobre 14, 2014

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Luca Guido. 32 tavoli di leggerezza

ottobre 13, 2014
©fotografia di Enrico Cano

©fotografia di Enrico Cano

La mostra [Renzo Piano Building Workshop:Piece by Piece] è senza dubbio uno degli eventi curatoriali più significativi realizzato negli ultimi anni nel mondo della cultura architettonica italiana. Non si tratta di una semplice mostra retrospettiva, bensì di un tentativo di illustrare un metodo progettuale, una dimostrazione di fiducia nelle risorse offerte dalla professione architettonica.

Ne emerge uno sguardo fiducioso verso il futuro, un atteggiamento convincente, un invito a praticare la disciplina architettonica alla ricerca della leggerezza, della luce, della precisione tecnologica. La mostra, a cura dello studio Renzo Piano Building Workshop e della la Fondazione Renzo Piano, rientra nelle attività della “Biennale Internazionale di Architettura-Barbara Cappochin”, importante momento culturale che coinvolge la città di Padova sin dal 2003. Tuttavia le aspirazioni di questa biennale padovana mirano ad avere rilievo e carattere internazionale.

Il testo completo su Archphoto:

http://www.archphoto.it/archives/2506


The American Scene

maggio 4, 2014

Mercoledì 7 Maggio 2014 ore 18:00 Galleria Cavour, Padova

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Cleveland, Ohio Balloon Launch – 1.5 Million Balloons!

aprile 2, 2014

 


Les Visionnaires, une autre histoire de l’architecture, un film de Julien Donada

aprile 2, 2014

http://www.frac-centre.fr/programme-culturel/samedis-turbulents/les-visionnaires/samedi-turbulent-592.html

En avril, découvrez la collection du Frac Centre avec le documentaire Les Visionnaires, une autre histoire de l’architecture, de Julien Donada.
En Europe, à partir du milieu des années 1950, une jeune génération d’architectes refuse le dictat hyperfonctionnaliste et rêve d’une autre manière de penser la ville et l’habitat. Cités spatiales ou mobiles, maisons bulles, souterraines ou volantes, l’architecture devient un champ d’expérimentation sans pareil, porté par l’innovation technologique et s’ouvrant à de multiples territoires.Plongeant dans l’univers fantastique de l’utopie architecturale, ce film réalisé par Julien Donada en collaboration avec le Frac Centre propose une traversée de l’architecture expérimentale des années 1950 aux années 1970.

http://www.dailymotion.com/video/x1gnctt_les-visionnaires-extrait-2013-une-autre-histoire-de-l-architecture-realisation-julien-donada-product_shortfilms


Bill Fay – Be not so Fearful

marzo 25, 2014


Daniel Libeskind:l’ispirazione architettonica in 17 parole

gennaio 31, 2014

http://www.ted.com/talks/daniel_libeskind_s_17_words_of_architectural_inspiration.html


Peak: Un mondo al limite

gennaio 25, 2014
Regia Hannes Lang
Sceneggiatura Hannes Lang, Mareike Wegener
Fotografia Thilo Schmidt, Hajo Schomerus
Montaggio Stefan Stabenow
Suono in presa diretta Peter Rösner
Organizzatore Heino Herrenbrück
Produttore delegato Jörg Schneider
Prodotto da Titus Kreyenberg e Mario Mazzarotto
Una produzione unafilm e Movimento Film
In collaborazione con ZDF / Das kleine Fernsehspiel
Con il sostegno di Film und Medien Stiftung NRW,
DFFF, BLS Südtirol Alto Adige e
Provincia Autonoma Bolzano-Alto Adige/Assessorato
alla Cultura Tedesca/Ufficio di Media Audiovisivi

Le montagne ci attraggono e ci conquistano. A centinaia di migliaia i turisti giungono nel bianco paradiso delle montagne innevate.
 E le Alpi offrono un aspetto in continua evoluzione.
La ricerca del paradiso in terra è antica quanto l’uomo. Per avere anche solo una fugace immagine di paradiso attraversiamo interi continenti, esploriamo i più remoti angoli della terra, ci immergiamo nelle profondità del mare e scaliamo le cime più impervie.
 Ormai anche nei luoghi più selvaggi si è diffuso il turismo di massa, lasciando tracce indelebili nel paesaggio.
E dunque il paradiso terrestre è in difficoltà.
A causa dei cambiamenti climatici e della mancanza di neve è stato necessario sviluppare imponenti mezzi tecnologici per produrre un paesaggio ideale svincolato dagli eventi di natura: le macchine scavano la terra, si creano sale computerizzate nel cuore dei monti, si innalzano torri, si allungano a terra tubi e cavi, gli spandi neve artificiale imbiancano incessantemente le piste.
Il paesaggio delle Alpi è ormai divenuto uno sconcertante ibrido di tecnologia e natura. Le stazioni sciistiche tendono ad aggiornare continuamente le loro tecniche: se così non fosse, il flusso turistico si arresterebbe bruscamente. Ma là dove maggiori sono i cambiamenti che l’habitat subisce, tanto più la bellezza viene addomesticata e rapidamente sparisce ai nostri occhi.
 Il film documentario »PEAK – un mondo al limite« ha osservato per un intero anno questo processo di trasformazione delle Alpi, scoprendo tutto ciò che è abitualmente nascosto ai turisti invernali sotto uno spesso manto di neve artificiale.
 Il film segue le modifiche del paesaggio e le tracce inestinguibili lasciate dalle invasioni degli uomini.
 »PEAK – un mondo al limite« pone anche alcune domande: sul rapporto che deve essere mantenuto tra natura e tecnologia, su quanto il paesaggio possa essere artificiale, o, in altri termini, quanto la neve artificiale debba somigliare a quella naturale per soddisfare e giustificare l’antichissimo bisogno degli uomini di un paradiso terrestre.
Sinossi tratta da:
http://www.peak-ilfilm.it/Synopsis.html

Internationale Situationniste!!!

gennaio 21, 2014


Philip Johnson – AT & T Building

marzo 18, 2013

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Jean Tinguely: Rotozaza II

marzo 12, 2013

Fitzcarraldo (1982)

marzo 11, 2013

Se io abbandonassi questo progetto sarei un uomo senza sogni, e non voglio vivere in quel modo. Vivo o muoio con questo progetto.

Werner Herzog


Oltre l’architettura

marzo 11, 2013

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Una villa di Wright mi rievoca dentro sempre Elsie, la protagonista di una novella di Sherwood Anderson: <<The New Englander>>.

<<Elsie corse nell’immensità dei campi, gonfia di un unico desiderio. Voleva evadere dalla sua vita per entrare in una vita nuova e più dolce, ch’ella presentiva nascosta in qualche angolo dei campi>>. Io so perchè l’opera di Wright suscita questi pensieri: lo dice Wright stesso quando scrivendo di architettura fa un appello alla libertà dello spirito umano. Io so quanto di Ruskin e di Morris è in questo americano che progetta case naviganti sui fiumi, e predica lo standard. Si potrebbe fissare lo sviluppo di questa idea se la lettura di stasera si intitolasse: oltre l’architettura.

Edoardo Persico, Profezia dell’architettura, 21 gennaio 1935


La felicità dello spazio

marzo 11, 2013

Non c’è raffinatezza di gusto, né abilità dialettica, né trovata ingegnosa che possa sopperire allo spazio. E dove questo manchi non c’ è architettura.

 Giovanni Michelucci


L’ottimismo della leadership anestetizza la riflessione critica

gennaio 23, 2013

La frase che riporto qui sotto in grassetto è tratta da un editoriale del Corsera del 23/01/2013 di Giovanni Sartori.

Prendendo spunto dalla pubblicazione di un recente libro, l’autore riflette sui meccanismi e gli effetti dell’ottimismo superficiale. Forse in architettura negli ultimi anni è accaduto qualcosa di simile ad architetti come Rem Koolhaas. Dalla sperimentazione alla comunicazione…

http://www.corriere.it/editoriali/13_gennaio_23/economia-prozac_9d211208-6524-11e2-a9ef-b9089581fbcf.shtml

Un libro molto letto, oggi, nelle università americane, è Prozac Leadership di David Collinson: un titolo che dice tutto, e cioè che il crac è figlio di una cultura che «premiando l’ottimismo ha indebolito la capacità di pensare criticamente, ha anestetizzato la sensibilità al pericolo».


Furio Colombo:La comunità civile di Adriano Olivetti

gennaio 22, 2013

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Günther Anders

gennaio 18, 2013

Dal blog materialismo storico apprendo della stampa su Micromega di un inedito di Gunther Anders:

“Il nuovo proletariato non è più definito dagli standard di vita, ma dalla mancanza di libertà: nessuno si può salvare.
Chi va alle urne non vota in qualità di «uomo libero» ma di uomo manipolato da media a loro volta manipolati.
Non è corretto decretare la fine del proletariato perché non ci sarebbe più alcun proletario, quanto semmai perché oggi difficilmente si troverebbe ancora qualcuno che non lo sia. Il significato di quest’affermazione, che inizialmente può suonare assurda, risulterà chiaro soltanto qualora si stimasse come criterio per definire il proletariato non tanto lo standard di vita, bensì quello di libertà”.

Soviet Modernism 1955-1991

gennaio 14, 2013

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Dopo la pubblicazione nel 2011 dell’interessante libro CCCP cosmic communist construction photographed a cura del fotografo Frederic Chaubin per i tipi della Taschen, l’architettura dell’Unione Sovietica fa nuovamente parlare di sè con la mostra Soviet modernism 1955-1991 attualmente in corso presso l’Architekturzentrum di Vienna.

Quello che emerge da queste recenti ricerche è che sostanzialmente non mancarono di essere realizzate opere di qualità, nonostante il realismo di matrice zdanoviana imperante nella concezione dell’arte sovietica e l’isolamento degli architetti che progettarono le opere selezionate.


La Macchina nel giardino e il middle landscape

dicembre 18, 2012

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La costruzione del paesaggio industriale americano si è articolata culturalmente attraverso una stretta mediazione con il mondo della natura. Questo processo di definizione delle idee ha anche determinato una complessa situazione nell’elaborazione teorica degli stimoli sensoriali provenienti dal paesaggio. Gli sconfinati territori del wilderness e l’avanzare del progresso tecnologico mettevano a contatto sfere percettive contrastanti, che tuttavia la cultura americana ha sempre cercato di sintetizzare assieme.

Leo Marx, autore del libro La macchina nel giardino. Tecnologia e ideale pastorale (1964), analizzando gli anni dell’Indipendenza americana e i successivi decenni dell’Ottocento, si è attentamente occupato di questi rapporti tra paesaggio naturale e progresso industriale. Leo Marx ha dimostrato infatti come in America l’idea dello sviluppo economico, durante la nuova era manifatturiera, sia stata ricondotta nell’universo simbolico del paradiso terrestre, del giardino incontaminato.

Questa attenzione riservata alle macchine, intesa come elemento di novità e di rottura del mondo naturale, permea gran parte della letteratura americana dell’Ottocento:

La forza evocativa che l’episodio della Valle Addormentata suscita in noi trova conferma nel fatto che, a partire dal quarto decennio dell’Ottocento, ne sono apparse numerosissime varianti nella letteratura americana. Basti pensare alla scena di Walden in cui, mentre Thoreau è immerso in sogno ad occhi aperti, s’ode il fischio della locomotiva che penetra nel bosco come il grido di un falco. Oppure il passo pieno di mistero di Moby Dick in cui Ismaele sta espolarando i recessi interni di una balena arenata, quando all’ improvviso l’immagine muta e lo scheletro del leviatano diventa uno stabilimento tessile del New England. O ancora, il momento drammatico in Huckleberry Finn quando, mentre Huck e Jim si lasciano pacificamente trasportare dalla corrente, improvvisamente sbuca fuori dalle tenebre un mostruoso battello a vapore che sfonda la loro zattera da parte a parte. Spesso però la macchina appare con una repentinità ancora più allarmante. A volte entra bruscamente in una Valle Felice, altre volte è un viaggiatore ad imbattersi in essa all’ improvviso. In un racconto di Melville (The Tartarus of Maids [il Tartaro delle fanciulle]), il narratore è alla ricerca di una cartiera tra le montagne. Con la slitta raggiunge una profonda gola stretta tra le colline ripide come pareti. Non riesce a vedere il posto, quando, come egli dice <<improvvisamente mi giunse all’ orecchio un ronzio, un fruscio di ruote. Mi guardai in giro ed ecco, come una valanga arrestata, vidi l’ enorme fabbrica, imbiancata a calce>>. I rumori sinistri delle macchine, come quello del battello a vapore che travolge la zattera o quello del treno che interrompe nell’ idillio di Walden, riecheggiano continuamente nella nostra letteratura (Leo Marx).

 In altre parole, se ancora una volta,  in questo speciale rapporto possiamo intravedervi un’altra faccia della relazione città-campagna, non dobbiamo sottovalutare il ruolo giocato dalla forza prorompente della macchina.

Mentre si andava affermando una fiducia patetica nelle doti salvifiche dell’America, attraverso l’entusiasmo nei confronti di ciò che essa poteva promettere, si muovevano parallelamente le prime riflessioni critiche sulle sue conquiste. L’elemento antagonista, il tema del conflitto tra uomo e natura, risulta però nell’America dell’Ottocento più evidente che negli anni dell’Indipendenza: l’industrializzazione, rappresentata efficacemente dall’immagine del treno che sfreccia via lungo i binari, costituisce una forza che minaccia l’immagine pastorale del paesaggio, ma allo stesso tempo fornisce un’occasione per percorrerlo.

Tuttavia il treno, almeno in una prima fase temporale, non prevaricherà mai completamente i diritti della natura,  pur presentandosi come elemento dissonante.

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Georges Innes (1825-1894), pittore di paesaggi di ispirazione classica, ci fornisce un ottimo spunto di riflessione attraverso uno dei suoi più noti quadri. Quando nel 1855 la Lackawanna Railroad Company commissionò ad Innes un’opera che raffigurasse la costruzione della ferrovia nel paesaggio, egli si trovò davanti alla stimolante impresa di poter fornire una lettura critica di quello che si andava costruendo. Dobbiamo immaginare che, come suggerisce Leo Marx nella lettura di questo quadro, il pittore non fosse così entusiasta di disegnare un treno mentre irrompe nel paesaggio, ma egli seppe coniugare le esigenze del committente con le proprie aspirazioni e con i propri sentimenti nei confronti della natura. Il risultato del quadro, intitolato Lackawanna Valley, riesce a mettere assieme, senza particolari contrasti, un paesaggio bucolico e il nuovo mondo evocato dalla ferrovia.

Il treno spicca all’interno di un paesaggio pastorale, in cui gli animali in primo piano pascolano indisturbati, ma in realtà il nuovo mezzo di trasporto non è un vero elemento di rottura, al contrario, comporta una fusione unificatrice. Il suo sbuffo di vapore è il duplicato di una nuvola, anche le colline e gli alberi partecipano alla definizione di un paesaggio ove le opere dell’uomo sono parte di un contesto naturale più vasto. L’inquietante distesa di alberi tagliati apre la vista a una figura umana distesa su un fianco e che guarda verso l’orizzonte tranquillo. L’osservatore solitario contempla lo spettacolo messo in scena dall’uomo e dalla natura esattamente come il pastore contemplava quello dell’Arcadia.

In ultima analisi, l’operazione compiuta da Innes rievoca quella dei paesaggisti del ‘600 e del ‘700. Prima di lui, già Poussin, assieme ad altri artisti, introdusse nei suoi  delicati idilli pittorici l’inquietante presenza di un teschio a fine di monito, oltre il motto Et in Arcadia Ego che significa “Anche io [Morte] sono in Arcadia”.

Il treno all’epoca offriva la possibilità di mettere in diretto contatto l’abitante della città con territori distanti ed incontaminati, e permetteva di farlo rapidamente.

Per questo la macchina, e il treno in particolare, non contrasta con l’ideale pastorale e contribuisce a formare quello che Leo Marx chiama middle landscape.

“La ferrovia è il veicolo prescelto per riportare l’America ad essere un’utopia pastorale” (Leo Marx).


Edizioni di Comunità

dicembre 12, 2012

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Riprendono le Edizioni di Comunità fondate nel 1946 da Adriano Olivetti con l’obbiettivo di ripubblicare una serie di titoli olivettiani ormai non più reperibili sul mercato editoriale.

Si tratta di testi che pongono interrogativi importanti nella discussione politica e culturale. Oggi più di allora le parole di Olivetti si rivolgono ad un mondo che sembra aver smarrito il senso della responsabilità e il bisogno dell’affermazione di una coscienza sociale dell’individuo.

Ai lavoratori dello stabilimento di Pozzuoli ricordava come il ruolo dell’imprenditore non dovesse necessariamente essere guidato da intenti speculativi:

“Può l’industria darsi dei fini? Si trovano questi soltanto nell’indice dei profitti? Non vi è al di là del ritmo apparente qualcosa di più affascinante, una destinazione, una vocazione anche nella vita di una fabbrica?”

http://www.edizionidicomunita.it/ai-lavoratori/

 


Drop City

dicembre 12, 2012

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Alla fine degli anni ’60 del Novecento, un piccolo gruppo di studenti dell’Università del Kansas e dell’Università del Colorado decide di riunirsi in comunità per sperimentare un modello di vita hippie, alternativo alla società tradizionale che conoscevano. Stabilendo un curioso contatto con la natura ed ispirati dagli happening di John Cage, Robert Rauschenberg, Allan Kaprow, gli studenti diedero vita ad una vera e propria comunità. Drop City era costituita da una serie di piccoli edifici che riprendevano le intuizioni strutturali delle cupole geodetiche di Buckminster Fuller. L’esperienza tuttavia non voleva semplicemente ripercorrere le avanguardie artistiche e tecnologiche dell’epoca, ma si propose di sostenere la cultura del reimpiego e del recupero di elementi altrimenti destinati “al rifiuto”, in una logica di espansione sostenibile e di utilizzo delle fonti naturali di energia.


Frederick Jackson Turner e la tesi della frontiera

dicembre 11, 2012
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John Steuart Curry (1897-1946) Oklahoma-land-rush

L’epopea della frontiera fu un processo determinante nella logica della costruzione del paesaggio americano. Tuttavia, le implicazioni estetiche della frontiera e delle spedizioni esplorative, furono elaborate intellettualmente e culturalmente, come dimostra l’esperienza di Olmsted nella Yosemite Valley in Calirfornia, solo grazie alle land rush e alle gold rush.

Se le esplorazioni scientifiche mettevano gli esperti di fronte alle meraviglie geologiche e botaniche del continente americano, i meccanismi predatori innescati dalle corse alla terra e dalle corse all’oro fecero nascere una consapevolezza allargata della limitatezza e dalla precarietà di talune risorse naturali che si decise di salvaguardare.

Sulla base di questa considerazione si fondano le teorie di Frederick Jackson Turner (1861-1932), lo storico che idealizzò e riassunse la “tradizione” della frontiera e il movimento espansionistico degli USA. Turner riconobbe che la frontiera rappresentava un carattere peculiare difficilmente riscontrabile in altri contesti storici. La sua Frontier Thesis, ritenuta la dichiarazione di indipendenza degli storici americani, fu elaborata all’interno del saggio The Significance of the Frontier in American History, pubblicato nel 1893 come testo di una conferenza tenuta all’American Historical Association, durante la World’s Columbian Exposition di Chicago. Per Turner la frontiera era il principio stesso di interpretazione della storia americana, principio con cui egli identificò le più importanti esperienze culturali americane. Qualunque siano i limiti della sua interpretazione, egli chiarì sotto il profilo storiografico le intuizioni di Melville, epurando dall’analisi compiuta l’inclinazione mistica di “terra promessa”.

Nell’ideologia turneriana, la frontiera rappresenta la storia stessa della colonizzazione e si identifica nell’espansione nei selvaggi spazi del West.

Tuttavia, in questo frangente, il termine frontiera assume un significato del tutto particolare che si distacca dall’idea che ne hanno gli abitanti dei paesi europei. Mentre molte persone di varia provenienza usano il termine come sinonimo di linea di demarcazione tra una nazione ed un’altra, intendendo una barriera al transito, la parola Frontier ha assunto nella vita e nella lingua americana un significato sostanzialmente diverso: la frontiera, come ha anche sostenuto Walter Prescott Webb  (1888-1963),  uno dei più noti allievi di Turner, non è una linea in cui fermarsi, bensì un’area in cui entrare.

Anche una rapida consultazione di un vocabolario americano confermerà l’argomentazione che la frontiera è innanzitutto una regione, un’area definita come sparsamente abitata, e a contatto con la wilderness o con territori  non abitati né colonizzati. Per questo motivo il termine risulta raramente utilizzato in USA con altri significati. Chi pronunciava la parola frontier era consapevole che attorno agli insediamenti coloniali non c’era un confine rigido -se non durante un conflitto bellico- e c’era invece spazio aperto e disponibile.

L’innovazione della tesi di Turner consisteva nell’aver riposto estrema importanza alle idee espresse dalla frontiera e contemporaneamente di essersi distaccato dalle scuole storiografiche di moda negli stessi anni, secondo cui il compito primo dello storico era quello di individuare i “germi” (germs) delle istituzioni americane, rintracciandone le origini nelle corrispettive strutture sociali europee.

Turner individuò invece la configurazione delle istituzioni americane quale risultato di un processo di reciproco adattamento tra uomo e ambiente non civilizzato. In altre parole l’uomo americano nel suo sottomettersi ed adattarsi alla natura trovò anche i mezzi per organizzarsi come società. La natura nell’idea di Turner è l’elemento che ha temprato e formato il moderno uomo americano:

 

La frontiera è la linea dell’americanizzazione più rapida ed effettiva. La grande distesa solitaria domina il colono, s’impadronisce del suo animo. Egli è vestito all’europea, ha strumenti europei, viaggia e pensa all’europea. La grande distesa solitaria lo tira giù dalla carrozza ferroviaria e lo mette su una canoa di betulla. Lo spoglia dei vestiti della civiltà, lo veste con la casacca del cacciatore e gli mette ai piedi i mocassini di daino. Lo spinge nella capanna di tronchi d’albero del Ciroki e dell’Irochese e lo circonda di una palizzata indiana. Il colono ha già seminato mais e lo ha arato con un legno appuntito; ora lancia grida di guerra e scotenna nel più puro e ortodosso stile indiano. Per dirla in breve, alla frontiera l’ambiente è, agli inizi, troppo violento per l’uomo bianco. Questi deve accettare le condizioni che trova o perire, e così si adatta alla radura e segue le piste degli Indiani. A poco a poco trasforma le solitudini deserte, ma il risultato non è la vecchia Europa, lo sviluppo dell’originario germe sassone, il ritorno all’antichissimo ceppo germanico. Nasce con lui un prodotto nuovo e genuino: l’Americano[1].

 

l significato della frontiera è espresso in particolar modo dalle forze del paesaggio e della natura e da qui deriva un diverso approccio e una diversa idealizzazione della natura e del paesaggio da quelli messi in pratica dagli europei.

Anche la città americana, come abbiamo visto, rappresentava un ulteriore tassello di questo processo. Essa creava una sorta di legame dialettico con la natura divenendo in qualche modo il frutto di un processo instabile poiché in continua evoluzione. Inoltre la frontiera non implicava solamente un contatto ravvicinato con la wilderness, ma la sua realtà sfaccettata conteneva un progetto di progresso e civilizzazione: alla fase della conquista seguì quella dello sfruttamento.

Quando Turner elaborò la sua tesi nel 1893, “la frontiera”, nell’interpretazione data dagli uffici censuari  -un territorio abitato da meno di due abitanti per miglio quadrato-, era stata dichiarata chiusa da appena tre anni, ma la portata della sua riflessione travalicava una semplice interpretazione di vicende superate dal tempo. Egli fu capace di fornire una chiave di lettura applicabile anche ai decenni successivi del Novecento: nella lettura turneriana la frontiera non è una questione di costumi o di atteggiamento, ma la vera essenza della Weltanschauung americana, applicabile perfino ai processi di espansione capitalistica, militare (si pensi alle guerre fatte per “esportare” la democrazia), politica (si pensi agli aiuti ai governi esteri alleati) e scientifica (si pensi alla corsa allo spazio) degli Stati Uniti. Vale a dire che i presupposti della frontiera si riverberano anche in processi estremamente contemporanei.

In questi termini, nell’ampio significato di modello di vita, va interpretata la nota esortazione di Horace Greeley pubblicata nel 1865 sul New York Tribune: “Go West, young man, go West and grow up with the country”.

Il pensiero di Greeley, infatti, non era solo la logica conseguenza delle teorie del manifest destiny e dell’incedere della frontiera. Esso faceva seguito all’Homstead Act del 1862, un provvedimento legislativo varato dal presidente Abraham Lincoln (1809-1865) in piena guerra civile, volto alla risoluzione dei meccanismi di distribuzione delle terre. La legge prevedeva tre fasi per l’assegnazione gratuita di 160 acri, un quarto di una section, nelle terre selvagge al di fuori dei confini delle originarie tredici colonie. La prima azione consisteva nella formale richiesta di un terreno federale, il secondo passaggio l’impegno a migliorare i terreni assegnati attraverso il lavoro, l’agricoltura, l’allevamento, il terzo passaggio sanciva l’ottenimento del titolo di proprietà, verificata la seconda condizione. Questa politica era emanazione delle idee del Free Soil Party, avverso ai grandi proprietari terrieri del Sud che, in questo modo, venivano penalizzati in favore dei richiedenti alle prime armi. La legge riscontrò un ampio successo nonostante non prevedesse le modalità di accesso alle risorse idriche, elemento che fu causa di un elevato grado di fallimento dei tentativi di occupazione delle terre. Nel corso del tempo il meccanismo fu perfezionato e in varie occasioni vennero organizzate delle vere e proprie corse alla terra, l’ultima delle quali si svolse in Oklahoma nel 1889. I partecipanti alle land rush si radunavano nel luogo preposto ove veniva dato il segnale della partenza tramite colpo di cannone. Al via tutti si lanciavano nella speranza di raggiungere i lotti migliori, mentre l’esercito pattugliava il territorio per cercare di evitare truffe ed altri crimini.

Di questi eventi esistono svariate immagini, ma è stato il pittore John Steuart Curry (1897-1946) che ci ha fornito una versione verosimile quanto estroversa di queste vicende, dipingendo la land rush dell’Oklahoma come un momento di esibizionismo collettivo e di rincorsa verso sogni che spesso vennero infranti da incapacità o difficoltà.


[1]TURNER, Frederick Jackson, The Frontier in American History, New York,  Henry Holt and Company, 1920 [first ed. 1893], pp. 3-4  (tr. it.  La frontiera nella storia americana, Bologna,  Il Mulino, 1975, pp. 33-34)

 


Jefferson e la Poplar Forest Plantation House

dicembre 7, 2012

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Nel progetto per Poplar Forest[1], una tenuta di circa 4800 acri, possiamo valutare le differenze di approccio con le piantagioni del profondo Sud. Il progetto viene realizzato nel corso di una decina di anni a partire dal 1806, anno in cui si dà inizio ai lavori  di costruzione in mattoni della villa ottagonale e che termineranno tre anni dopo. Il linguaggio architettonico adottato è neo-palladiano e la natura completa il progetto della casa secondo un criterio che mette in campo una pianificazione in termini territoriali.

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La casa diventa il landmark che conferisce ordine geometrico alla proprietà che è caratterizzata da tre ambiti paesaggistici: i terreni agricoli, un courtilage di 61 acri e, all’interno di quest’ultimo, un ampio cerchio il cui centro è rappresentato dall’abitazione.

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in maniera del tutto originale viene approntato il progetto architettonico della casa. La forma ottagonale esprime la radialità dello spazio e le molteplici relazioni instaurate con l’intorno: ai lati della casa, lungo un asse che funge da diametro dell’impianto circolare del terreno, vi sono due cumuli di terra ricoperti di alberi messi in connessione con l’architettura attraverso una doppia fila di paper mulberry trees (gelsi). Da un’analisi dei disegni sembra che Jefferson abbia sostituito ali e padiglioni laterali di un impianto tradizionale attraverso elementinaturali.[2]

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I terreni agricoli erano invece destinati a tabacco  e grano, mentre il curtilage, racchiuso da snake-fences, ospitava orti, frutteti, giardini e gli edifici legati alla piantagione. Il curtilage in altre parole rappresentava il paesaggio mediatore tra l’aperta campagna e la casa padronale. Il cerchio che ospita la casa era disegnato da una strada costeggiata ai due lati da alberi di pioppo italiano e racchiudeva un’area di circa 10 acri. Nella metà in cui vi era la strada che conduceva all’ingresso della casa  era stato organizzato un giardino alberato, nell’altra metà un prato.

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Di questo paesaggio complesso e fatto di unità territoriali racchiuse l’una dentro l’altra oggi rimangono solo alcuni frammenti, per altro compromessi dal tempo. Tuttavia l’abitazione è stata oggetto di restauro così come il landscape oggetto di scavi “archeologici” finalizzati a studi e ricerche.

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Jefferson, che si considerava un farmer di professione [3], con la sua insistenza a sostegnp dell’economia agraria e dell’autonomia locale, intesa quale autosufficienza produttiva derivante dalla terra, con la sua avversione allo sviluppo dell’industria,  sarà il primo americano a manifestare  apertamente una forma di repulsione per la città[4]. Secondo Manfredo Tafuri, Jefferson rappresenta la “coscienza ambigua degli intellettuali americani”[5], a causa della sua paura di accettare il passaggio da un ordine sociale ad un altro: per questo motivo la sua è una visione utopica, “anche se non più come avanguardia, bensì come retroguardia[…] L’utopia di Jefferson architetto si traduce tutta con l’ <<eroismo domestico>> del suo Classicismo”[6].

Per approfondimenti si consiglia il seguente link:

https://lucaguido.wordpress.com/2012/12/07/jefferson-e-gli-indiani/


[1] See CHAMBERS, S. Allen Jr., Poplar Forest and Thomas Jefferson, Little Compton, Fort Church Publishers inc, 1993

[2] In 1814 Jefferson builds a lateral wing of “offices” in addition to the est side of mansion house.

[3] In 1809 Jefferson draws a particolar model of a plow called improve moulboard of least resistance. This project will receives a  medal from the French Society of Agriculture.

[4]See WHITE, Morton Gabriel, WHITE, Lucia, The intellectual versus the city: from Thomas Jefferson to Lloyd Wright, Cambridge, Harvard University press, 1962; FITCH, James Marston, Architecture and esthetics of plenty, London, Columbia University press, 1966; SCULLY, Vincent J., American architecture and urbanism, London, Thames & Hudson, 1969 (tr. it. Architettura e disegno urbano in America: un dialogo fra generazioni, introduzione di Mario Manieri Elia, Roma, Officina, 1971)

[5] TAFURI, Manfredo, Progetto e utopia, architettura e sviluppo capitalistico, Roma-Bari, Laterza 2007 (prima ed. 1973)  p. 28,  (en tr. by Barbara Luigia La Penta, Architecture and Utopia. Design and Capitalistic Development, Cambridge, Massachusetts, and London, England, The MIT Press,1976, p. 28)

[6] Ibid., p. 28-29


Jefferson e gli indiani

dicembre 7, 2012

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Jefferson nei suoi progetti seppe coniugare questi elementi del landscape gardening inglese con altri numerosi stimoli. L’affascinante ipotesi che l’ammirazione per i nativi americani avesse portato Jefferson a riprodurre alcune delle “operazioni paesaggistiche” da essi compiute, rappresenta probabilmente uno degli intrecci culturali più complessi che l’opera del Jefferson paesaggista propone. La dedica della Entrance Hall di Monticello alla cultura indiana e la riproduzione nel progetto della Poplar Forest Plantation dei mounds, i tipici monumenti dei nativi, sono qualcosa di più che una semplice suggestione.

Figure 1. Great Mound at Miamisburgh, Ohio.

I mounds, utilizzati a completamento della composizione neopalladiana della villa, testimoniano la conoscenza di Jefferson della cultura indiana e l’incredibile somiglianza tra la forma di vari ambiti paesaggistici con le specifiche trasformazioni del paesaggio compiute dagli indiani conferma tale ipotesi[1].

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Nella Poplar Forest plantation House l’edificio diventa il landmark che conferisce ordine geometrico alla proprietà che è caratterizzata da tre ambiti paesaggistici: i terreni agricoli, un courtilage di 61 acri e, all’interno di quest’ultimo, un ampio cerchio il cui centro è rappresentato dall’abitazione. Questo particolare schema, come testimonia l’affascinante ipotesi di Roger Kennedy[2], sembra derivare da alcuni “monumenti” e tumuli indiani costruiti con la terra e disposti a una precisa scala territoriale[3].

Ancient Monuments of The Mississippi Valley Ancient Monuments of The Mississippi Valley Ancient Monuments of The Mississippi Valley

Ancient Monuments of The Mississippi ValleyPer approfondimenti si consiglia il seguente link (Jefferson e la Poplar Plantation House):

https://lucaguido.wordpress.com/2012/12/07/853/

 

 

 


[1]See: SQUIER, Ephraim George, and  DAVIS, Edwin Hamilton,  Ancient Monuments of the Mississippi Valley: Compising the Results of Extensive Original Surveys and Explorations, Washington, Smithsonian Institution, 1848, and the essay by KENNEDY, Roger, “Jefferson and the Indians”,  Winterthur Portfolio, Vol. 27, No. 2/3 (Summer – Autumn, 1992), The University of Chicago Press, pp. 105-121 (Link jstor archive http://www.jstor.org/stable/1181368 )mentioned in a previous note about Poplar forest Plantation.

[2] KENNEDY Roger, “Jefferson and the Indians”,  Winterthur Portfolio, Vol. 27, No. 2/3 (Summer – Autumn, 1992), The University of Chicago Press, pp. 105-121 (Link Jstor archive http://www.jstor.org/stable/1181368 )

[3] Molto interessante è l’osservazione di Joseph Rykwert “I puritani che arrivarono nel New England nel XVI secolo e i realisti che si insediarono nella Virginia avevano idee assai misere per quanto riguarda l’edilizia, l’urbanistica e la costruzione di palazzi istituzionali. Eppure gli indiani del Nordamerica, a differenza di quelli dell’America centrale e meridionale, non solo conoscevano insediamenti a pianta ortogonale, ma avevano anche costruito grandi residenze collettive – i cosiddetti mounds, ‘tumuli’ – disperse in una vasta area a sud dei Grandi Laghi. Questi tumuli potevano raggiungere i 300 metri di lunghezza o di diametro e la loro pianta presentava una grande varietà di forme: alcuni erano quadrati o circolari, altri a forma di uccelli, di quadrupedi, di serpenti. Sembra che all’epoca dell’arrivo degli europei fossero già stati abbandonati” riportata in: RYKWERT, Joseph, The Seduction of Place. The History and Future of the City, New York, 2000, pp. 34-35 (tr. it. di Duccio Sacchi, La seduzione del luogo. Storia e futuro della città, Torino, Einaudi, 2003, pp. 61-62)


Addio compagno Niemeyer

dicembre 6, 2012

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Di Oscar Niemeyer quello che colpisce, ancor di più della sua architettura a mano libera, è la sua fede nella risorse ultime dell’uomo. Il messaggio dei suoi edifici è l’esaltazione delle libertà espressive offerte dal cemento armato e delle potenzialità della linea curva. I suoi progetti riflettono un classicismo addomesticato da forme sinuose e femminili, addolcito dal clima ed esaltato dal paesaggio: l’austerità modernista di Brasilia risulta parzialmente contraddittoria rispetto al suo credo riformatore e al suo spirito libero.

Ma l’architettura, lo sapeva bene, è solo cosa secondaria se non si tenta di cambiare le cose, se non si aspira a riformare la società, a togliere spazio alle ingiustizie sociali.

Essere architetto, non basta, bisogna saper immaginare un mondo nuovo e diverso.

Qui di seguito un articolo relativo all’Auditorium di Ravello, realizzato nella costiera amalfitana:

https://lucaguido.wordpress.com/2011/12/15/niemeyer-auditorium-di-ravello/

e un articolo scritto nel dicembre 2011 per il suo 104° compleanno:

 https://lucaguido.wordpress.com/2011/12/15/104-anni-per-oscar-niemeyer/


Ville padronali in Louisiana

dicembre 6, 2012
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Destrehan Plantation House

Gli esempi delle case padronali, significative per valore architettonico e paesaggistico, sono numerosi e diffusi in tutti gli stati del Sud degli Stati Uniti. La Louisiana in particolar modo ci offre situazioni molto varie:

La Destrehan Plantation House, St. Charles Parish, Louisiana (1787-90), la Homeplace Plantation House, St. Charles Parish, Louisiana (1787), Laura Plantation, Vacherie, Louisiana (1820), la Uncle Sam (Constancia) Plantation, St. James Parish, Louisiana (1829-43)[1], la Houmas House Plantation and Gardens, Burnside, Louisiana (1840), la San Francisco Plantation House, Garyville, Louisiana (1849-56), la Dunleith Mansion, Natchez, Mississippi (1858).

Fra i molti paesaggi della Louisiana, uno dei più rilevanti è quello della Rosedown Plantation[2], St. Francisville, (1835), la cui casa era concepita come elemento centrale di un ampio parco-giardino (28 acri) che ricreava situazioni con ascendenze formali francesi, inglesi  e italiane.

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Tuttavia gli scenari delle piantagioni  includevano anche diversi tipi insediativi. L’edificio principale era rappresentato dalla casa del proprietario spesso studiato come manufatto isolato. Ma attorno alla plantation house vi era solitamente un giardino ornamentale, curato da giardinieri professionisti, ed una serie di edifici accessori come la cookhouse, la washhouse (laundry), la smokehouse, la milkhouse (dairy), and a cistern.

Altre strutture erano abbastanza comuni come the carriage house and blacksmith (fabbro-maniscalco) altre come una piccola schoolhouse per i figli del proprietario, cappelle, uffici di rappresentanza per le relazioni commerciali erano abbastanza frequenti, ma senza schemi ricorrenti. La casa del sorvegliante, overseer, lo slave quarter ricoprivano ovviamente un ruolo importante nel funzionamento della piantagione[3]. I materiali utilizzati potevano essere i mattoni o più diffusamente il legno per tutti gli edifici a carattere residenziale. A maggiore distanza si trovavano orti, frutteti, fienili e i recinti per gli animali. Disposte secondo le esigenze della piantagione, vi erano poi svariate strutture agricole per lo stoccaggio di materiali e attrezzi, o necessarie alla lavorazione dei prodotti della piantagione, che completano il quadro sommariamente descritto[4]

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[2]See the landscape description and analysis in the National Historic Landmark nomination form by FRICKER, Donna and TURNER Suzanne. Link download:    http://pdfhost.focus.nps.gov/docs/NHLS/Text/01000765.pdf   URL visited May 31, 2012

[3] See PHILLIPS, B. Ulrich, American Negro Slavery, Baton Rouge, Louisiana State University Press, 1966

[4]See VLACH, John Michael, Back of the Big House, The Architecture of Plantation Slavery, Chapel Hill: University of North Carolina Press, 1993


Tipi e riferimenti architettonici delle plantation houses

dicembre 6, 2012

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I principi architettonici a cui si ispiravano le plantation houses sono essenzialmente riconducibili a due modelli, spesso fusi assieme secondo criteri eclettici che esprimevano il complesso gusto dei proprietari.

Il primo tipo era quello del Creole cottage[1], utilizzato soprattutto per gli edifici di piccola dimensione. La caratteristica principale dell’architettura creola era costituita dal particolare sistema distributivo: una sorta di hall centrale, con accesso dall’ingresso principale, fungeva da salone distributivo passante. Inoltre un porticato abbastanza largo, detto galerie o gallery, proteggeva l’ingresso e permetteva anche l’immissione negli ambienti interni che si affacciavano sul lato principale. Gli edifici solitamente erano bassi e molto frequenti i casi in cui la gallery, estesa sui quattro lati dell’edificio,si trovava ad un livello rialzato dalla terra, con la casa sospesa sul terreno.

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Questi edifici corrispondono all’immagine stereotipata, soprattutto di derivazione cinematografica, che abbiamo della casa per abitazione nel Deep South  americano: una casa ad un piano, rivestita in legno imbiancato a calce, una veranda che si affaccia sul giardino e verso la strada; infine esili pilastrini che sorreggono la falda sovrastante che offre l’ombra ad un anziano uomo di colore disteso su una sedia a dondolo.

Il secondo modello architettonico era basato sui nuovi stilemi neoclassici dell’architettura americana, la cosiddetta federal-style architecture. I riferimenti di questo modello risalivano all’architettura rinascimentale italiana e in certi casi a quella greca, dando a volte origine a discutibili revival.

Utilizzato per edifici più rappresentativi dei cottage e dei bungalow descritti poco sopra, questo linguaggio era adoperato anche per celebrare il potere e l’affermazione  commerciale del proprietario della tenuta. La caratteristica degli edifici che adottavano questo particolare linguaggio architettonico era la presenza di un grande loggiato sul fronte principale, quasi una sorta di archetipo comune a quello dell’ architettura creola. La facciata si distingueva invece per l’adozione di un ordine gigante di colonne, che dava unità e articolava in senso stereometrico l’edificio, quasi sempre concepito su due piani con eventuale attico o mansarda.


[1]A study of Creole architecture is: EDWARS, Jay, D., “The Origins of Creole Architecture”, Winterthur Portfolio, Vol. 29, N. 2/3 (Summer-Autumn, 1994), The University of Chicago Press, pp. 155-189, (Link Jstor archive: http://www.jstor.org/stable/1181485 ) and see also LANCASTER, Clay, “The American Bungalow”, The Art Bulletin, Vol. 40, N. 3 (Sep. 1958), College Art Association,  pp.239-253 ( Link Jstor archive: http://www.jstor.org/stable/3047780 )


Oak Alley Plantation House

dicembre 4, 2012

Oak Alley plantation house

L’icona assoluta dei paesaggi del vecchio Sud è la Oak Alley House (1837-39), progettata a St. James Parish, Louisiana, da Gilbert Joseph Pilie per conto di Jacques Telesphore Roman, coltivatore di canna da zucchero e proprietario della tenuta sulla riva del fiume Mississippi.

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Il terreno della piantagione ha la forma di un lungo rettangolo disposto perpendicolarmente al fiume. Questo particolare schema deriva probabilmente dal tipico modello francese “costituito da fasce lunghe e strette aventi origine dalle sponde dei corsi d’acqua”[1]. In una pianta di Detroit del 1764, riportata da Reps in Town planning in Frontier America[2], compare il sistema francese di divisione della terra evidenziato da alcuni appezzamenti disposti lungo il fiume all’esterno della piccola città. E’ lo stesso Reps a confermare che il sistema fu applicato dapprima in Canada, per gli insediamenti lungo il San Lorenzo, e successivamente nei pressi di New Orleans, lungo il Mississippi. L’utilizzo di questo sistema di divisione della terra è accertato dalla Norman’s Chart Of The Lower Mississippi River del 1858 che mette anche in evidenza la destinazione d’uso delle varie piantagioni (solitamente cotone e canna da zucchero ) indicandone la proprietà.Tale assetto derivava dalla volontà dei coloni di avere accesso all’acqua che veniva utilizzata per fini pratici e per i trasporti dato che le infrastrutture viarie erano inadeguate e comportavano costi di costruzione e manutenzione.

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L’eccezionalità della Oak Alley plantation è data dalla presenza di numerose piante di quercia, Live Oak, (Quercus Virginiana), un albero sempre verde nativo del sud est degli Stati Uniti. Gli alberi, probabilmente piantati agli inizi del settecento, durante i primi insediamenti coloniali, si presentavano all’ epoca della costruzione della casa principale come piante lussureggianti e di grande dimensione. La loro disposizione ai lati del viale che parte dal fiume per raggiungere l’ingresso della casa, per 240 metri di lunghezza (800 feets), fornisce uno spettacolo scenografico e monumentale. La casa è dunque costruita relativamente vicino al fiume mentre la lunga striscia di terreno si estendeva in profondità per molti chilometri ospitando coltivazioni di canna da zucchero nelle zone paludose e cotone in quelle esenti da acquitrini. L’ edificio, di colore bianco e dalle forme neoclassiche si staglia nel verde paesaggio, tra i prati e le fronde degli alberi rivestiti di muschi e licheni.

Oak Alley plantation house 2Le alte colonne doriche, disposte lungo tutto il perimetro della casa, sorreggono un ampio tetto a padiglione, e formano un portico al piano terra ed una gallery, al primo: il risultato è uno schermo permeabile alla natura che stabilisce una immediata relazione con essa. Racchiudendo uno spazio dalla forma quadrata, le 28 colonne perimetrali sono in diretta correlazione con le querce incontrate lungo il viale poiché ne replicano il numero: una trasmutazione della natura in architettura, “a momentary fusion of natural and tectonic orders”[3]. Le numerose aperture del volume cubico racchiuso sotto le grandi falde inclinate garantiscono il continuo e necessario ricambio d’aria e la giusta quantità di luce, mentre il colore e l’ uso dei materiali conferiscono una particolare luminosità alla casa facendola apparire come una bolla di foschia, una nuvola scesa nel paesaggio del Sud. L’andamento orizzontale del progetto, meno evidente al primo sguardo ma sottolineato sia dalla balaustra della gallery al primo piano, sia dall’enorme trabeazione di chiusura dell’ordine gigante delle facciate, crea una forte tensione spaziale, nonostante l’indipendenza e l’ autonomia delle forme utilizzate. Il significato paesaggistico della Oak Alley House è ben commentato da Henry Plummer:

While the house emanates in all directions through a permeable structure, the main axis of the site has been directionally shaped into an explosive shaft of energy. Tracing out the radius of a tight curve in the Mississippi, which has made an arc around the front of the property, this line runs first  from the river under a dramatic tunnel of oak trees, then right through the main doors and hallway of the house, as well as the upper veranda’s balcony on the river world, out rear doors and through a less insistent alley of trees, and then onward for over three miles along a farm road, under open skies and past neatly arrayed plots of sugar cane at either side, to finally dissipate in an impassable Louisiana swamp.[4]

Sulla sommità del tetto, all’ altezza della chioma degli alberi,  vi è invece una terrazza che funge da belvedere, e ideale torretta di guardia, da cui contemplare la natura e i campi circostanti. Oak Aleey è il simbolo di un aristocratico isolamento dalla città, l’allegoria di una ricca classe di proprietari terrieri che andava consumando i suoi ultimi giorni con l’impassibile eleganza di chi sa di procedere verso un inarrestabile declino. Il significato di questo paesaggio, considerato su larga scala, nella vastità della valle del Mississippi e delle terre del Deep South, mette in evidenza il complesso intreccio tra impulsi della società, della tecnica e della politica di un preciso periodo storico.


[1] REPS, John William, Town Planning in Frontier America, Princeton, University Press, 1969 [first ed. 1965] p. 86 (Italian translation by M. Terni, S. Magistretti, La costruzione dell’America urbana; introduction by Francesco Dal Co.- Milano: Franco Angeli, 1976 –  p. 98)

[2]Ibid. p. 87. This drawing of Detroit is the earliest printed map of the city.

[3] PLUMMER, Henry, The Potential House, Tokyo, A+U publishing, 1989,  p. 49

[4] Ibid., p. 48


The American Gardner’s Calendar

dicembre 3, 2012

Al ritorno dalla spedizione di Lewis and Clark (1804-1806) per l’esplorazione dei territori della Louisiana,  Bernard McMahon (1775-1816), mentore delle pratiche di gardening di Thomas Jefferson, pubblica The American Gardner’s Calendar, un compendio dettagliato su giardinaggio, orticoltura e floricoltura, con istruzioni precise, differenziate per piante, pratiche ed usi. Nel tentativo di unire scienza botanica con l’orticoltura pratica il suo intento dichiarato era:

[…]in order to accommodate the Agriculturist, I have given a classical catalogue of the most important and valuable grasses and other plants used in rural economy ; and likewise  pointed out the particular kind of soil, in which each plant cultivated as a grass, or exclusively on account of its foliage, has been found, upon repeated trials, to succeed best. From an experience which I have had of near thirty years in PRACTICAL GARDENING, on a general and extensive scale; the particular pains which I have taken, not only to designate the necessary work of every month, but also the best methods of performing it.[1]

 

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McMahon’s plan for “design for a villa garden”: A) House, B) Barn, C) Hose clumps, D) Central figures of flower garden, E) Lawn, F) Grape-arbor, G) vegetable grounds H) Fruit department, K) Yard, L) Piazza, S) Rustic seat V) Vase. The ground measured 120 feet by 200 feet.
The following named trees are placed as indicated by the fi gures on the plan : 1. Magnolia
purpurea, Purple Magnolia. 2. Magnolia conspicua, Chandelier Magnolia. 3, 4. Cedrus Deodar, Deodar Cedar. 5, 6. Abies canadensis, Hemlock Spruce. 7. Liquidambar styracifl ua, Sweet Gum. 8. Fagus sylvatica purpurea, Purple Beech. 9. Acer campestre, English Maple. 10. Chionanthus
Virginica, Virginia Fringe Tree. 11. Magnolia tripetala, Umbrella Magnolia. 12. Rhus
cotinus, Mist Bush. 13. Cytisus laburnum, Golden Chain. 14. Virgilea lutea, Yellow Wood. 15. Halesia tretraptera, Silver Bell. 16. Larix Europa, European Larch. 17. Celtis occidentalis, Nettle Tree. 18. Acacia julibrissin, the Julibrissin Tree. 19. Juglans regia, Madeira Nut. 20. Berberis
purpurea, Purple Berberry. 21. Pyrus Japonica, Japan Quince. 22. Buxus sempervirens arborea,
Tree Box. 23. Euonymus Japonica, Evergreen Euonymus. At D in the fl ower-garden, a plant of the weeping cherry, and the * shows the position of sugar maples for shade.

Oltre ad essere il primo manuale pratico sull’argomento stampato in America, The American Gardner’s Calendar aveva ottenuto un ampio successo: nel 1857 era arrivato all’undicesima edizione e costituiva il riferimento delle pubblicazioni di settore che erano divenute numerosissime. Il Calendar di McMahon era modellato sulla English formula dei tipici manuali di giardinaggio, dando indicazioni e istruzioni, mese per mese, su come piantare, curare la flora e preparare il suolo del giardino. Inoltre McMahon introdusse attraverso il suo libro la trattazione teorica e pratica della suddivisione degli spazi del giardino, secondo una consolidata pratica inglese: kitchen garden da una parte, fruit garden dall’altra, orchard, nursery, pleasure (flower) garden, etc, vennero concepiti come entità separate, distinguendo gli scopi utilitaristici del giardino da quelli estetici. In particolare nel capitolo intitolato “The pleasure, or flower garden. Ornamental designs and planting” McMahon coglieva gli elementi tipici della pratica del gardening e la innervava con le nuove teorie introdotte da Repton. Nelle pagine del Calendar McMahon afferma che:

In designs for a pleasure-ground, according to modern gardening, consulting rural disposition in imitation of nature, all too formal works being almost abolished, such as long straight walks, regular intersections, square grass-plats, corresponding parterres quadrangular and angular spaces, and other uniformities, as in ancient designs; instead of which are now adopted rural open spaces of grass-ground, of various forms and dimensions, and winding walks, all bounded with plantations of trees, shrubs, and flowers, in various clumps; other compartments are exhibited in a variety of imitative rural forms, such as curves, projections, openings and closings in imitation of natural assemblage; having all the various plantations and borders open to the walks and lawns[2].

A corredo delle sue indicazioni pubblicò anche una planimetria per il “design for a villa garden”,  fornendo preziosi consigli di progettazione del giardino e per la scelta degli alberi da piantare. Tutte queste idee furono mutuate da Jefferson nel progetto di Monticello e sono evidenziate da alcune caratteristiche peculiari del parco attorno la casa: si pensi ad esempio alle operazioni di sfoltimento del bosco naturale, all’adozione dei roundabouts, delle aiuole floreali ovali (oval flower beds) e del prato davanti la villa. Tali scelte del progetto di Jefferson vanno sottolineate per dimostrare la conoscenza della pratica del landscape gardening e la volontà di sottrarsi dalla semplice logica utilitaristica con cui in apparenza Jefferson sembra governare la propria tenuta di Monticello.

[1] MCMAHON, Bernard, The American Gardner’s Calendar, adapted to the climate and season of the United States, Philadelphia, J.B. Lippincott and Co., 1857 (first ed. 1806) p. ix

[2] ibid. p.74


Monticello

dicembre 2, 2012
Monticello aerial

Monticello, vista aerea. Si noti: il lawn davanti alla villa e sulla destra la vegetable garden terrace con il frutteto delimitato dal bosco circostante.

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Residenza del principe di Salm a Parigi. Progetto di Pierre Rousseau realizzato tra il 1782 e il 1787 e probabile ispirazione per Jefferson

Thomas Jefferson (1743-1826), tra gli autori della Dichiarazione di Indipendenza (1776), e terzo presidente degli Stati Uniti (1801-1809), fu uno dei primi americani ad adoperarsi con profondo interesse  nella progettazione e trasformazione del paesaggio.  Numerosi studi hanno analizzato le varie fasi di costruzione della villa di Monticello e le scelte progettuali adottate dal Jefferson architetto. L’adesione al linguaggio neopalladiano, fa di Jefferson un progettista aggiornato e allineato sulle scelte dei principali protagonisti del periodo tardo illuminista, inoltre i richiami all’architettura rinascimentale, romana e greca acquisiscono nella lontana Virginia il significato di una rievocazione fondativa: la classicità del neopalladianesimo di Jefferson, i suoi interessi per l’agricoltura, rappresentano programmaticamente il sogno   di costruire un paesaggio rurale di bucolica e democratica ispirazione. Il passato non rammenta semplicemente la giustizia di tempi lontani, ma attraverso l’architettura, anche la speranza e la fiducia nei confronti delle forme della neonata Repubblica. Dunque l’interesse di Monticello, con i suoi 5000 acri di terreno (circa 2000 ettari), non è dato dall’edificio in sé, né dalle sue decorazioni, ma dalla vocazione agricola della costruzione, che con i suoi orti,  giardini, piantagioni, strade, dimostra di essere una perfetta “workhouse of nature”La bellezza formale dell’architettura e la compiutezza del progetto architettonico sembrano sviare l’attenzione rispetto all’utilizzo sperimentale, a volte anche effimero, che si fa del paesaggio.

MONTICELLO OGGI

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Tra i documenti messi a disposizione dalla Massachusetts Historical Society, nel fondo archivistico elettronico dedicato ai Thomas Jefferson Papers, compaiono il Garden Book e il Farm Book, minuziosi diariin cui Jefferson registra intenzioni ed azioni agricole intraprese, elencando piante, semi, fiori, provenienze della flora, successi ed insuccessi delle relative coltivazioni. Lo straordinario interesse che suscitano questi documenti manoscritti mette in evidenza le continue modificazioni del paesaggio e i tentativi condotti su di esso. Nell’ ipotesi portata a compimento negli anni della presidenza, quattro percorsi dalla forma ellittica, the roundabouts, circondano la cima del colle, attestandosi su curve di livello decrescenti, e dunque su circonferenze man mano più ampie. Questi percorsi permettono di accedere a diversi ambiti paesaggistici pensati attorno alla costruzione principale. Inoltre, “The ground between the upper and lower roundabouts to be laid out in lawns and clumps of trees, the lawns opening so as to give advantageous catches of prospect to the upper roundabout. Vistas from the lower roundabout to good portions of prospect”. Ad est i percorsi oltrepassano il boschetto (The Grove) ricavato dallo sfoltimento di una porzione adiacente di foresta naturale ripulita del sottobosco, per poi costeggiare a Sud il Mulberry Row, con i padiglioni adibiti a workshop.A valle del Mulberry Row vi sono la Vegetable Garden Terrace, dotata di un piccolo padiglione-belvedere,due piccoli vigneti (16000 e 9000 square foot area 1400 e 800 mq) intervallati  dalle Berry Squares, e un frutteto (South Orchard) con innumerevoli varietà di mele, pesche, ciliegie, pere, albicocche, prugne, che è stato oggetto di “restauro” nel 1981 per renderlo accessibile ai visitatori.

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In questo frutteto sono stati ripetutamente compiuti tentativi di coltivare alberi mediterranei, come, fichi, mandorli, melograni e ulivi senza particolare successo a causa delle rigidità del clima invernale e primaverile.Il lato est di Monticello è invece caratterizzato da un frutteto più piccolo, impiantato nel 1784  prima della partenza per la Francia, e da un bosco diradato, ovvero un arboreto in cui si trovano piante autoctone ed altri alberi come il red cedar (Juniperus virginiana), il sugar maple (Acer saccharum), l’ European larch (Larix decidua) il tulip poplars (Liriodendron tulipifera). Nel progetto delle pertinenze all’abitazione pricincipale Jefferson pensa ad alcuni accorgimenti per diversificare gli usi del terreno circostante. Le soluzioni adottate dimostrano la conoscenza dei paesaggi europei. Jefferson, come noto, aveva soggiornato in Inghilterra, Francia e Italia e da questi paesi aveva tratto esperienze e fonte di ispirazione. Le influenze italiane, rese evidenti dalla toponomastica dei luoghi, dalle ascendenze classiche dell’ architettura e dalla frequentazione dell’amico Mazzei (ma anche di altri italiani), sono essenzialmente riconducibili alle suggestioni esercitate dai Quattro Libri dell’ Architettura di Andrea Palladio, accuratamente studiati da Jefferson. Allo stesso tempo è palese il richiamo alla tradizione del landscape gardening inglese. Jefferson dimostra infatti una sensibilità tipicamente anglosassone nel coniugare aspetti pittoreschi e richiami all’antico, così come era stato sperimentato nei lavori di William Kent (1685-1748) e Lancelot “Capability” Brown (1716-1783).

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In particolare l’adozione di una Ha-Ha barrier sul lato ovest e sul lato sud di Monticello, documenta l’attenzione di Jefferson nei confronti di un elemento caratteristico dei paesaggi delle tenute inglesi. Ed infatti egli la utilizza con lo stesso spirito paesaggistico: la Ha-Ha barrier non è solo un fossato utile a definire un perimetro preciso attraverso una piega del terreno, essa ha anche lo scopo di proteggere i giardini di fiori dagli animali che pascolano nelle vicinanze dell’edificio. Il lato est, da cui proviene la strada di accesso alla villa, è invece definito da un ovale disegnato da una successione di piccole colonne e una chain fence (catena di recinzione). Gli orti, e gli alberi da frutta, ancora oggi presenti, erano invece circondati da palizzate di legno (paling fence) alte circa un metro per  tenere lontano, a seconda dei casi, lepri,  cervi o altri animali selvatici, ma nel corso degli anni verranno utilizzate anche siepi di biancospino (howthorn hedges) con la funzione di separare colture o proteggere aree specifiche dagli animali. A diretto contatto con l’edificio, nello spazio racchiuso dai padiglioni Nord e Sud, sono presenti numerosi ovali di fiori, oval flower beds, contenenti le più variegate specie, selezionate nel corso degli anni da località vicine e remote, e durante la spedizione geografica di Lewis e Clark (1804-1806).

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Infine come prolungamento delle ali laterali vi è un percorso pedonale a forma di anello in terra battuta, che, dispiegandosi sul falso piano alla base del cocuzzolo, racchiude un ampio prato (lawn) costeggiato a tratti da aiuole di fiori e da un piccolo stagno. A maggiore distanza da Monticello, sui colli e sui declivi circostanti della grande tenuta, vi erano porzioni di bosco dedicate ad animali come cervi, ovini e bovini, e campi riservati alla coltivazione agricola “intensiva”, non sperimentale, sulla base di uno schema di sfruttamento del terreno che prevedeva la rotazione delle colture. In questi ulteriori campi venivano coltivati grano, avena, trifoglio, piselli, mais e alberi da frutto (wheat, oats, clover, peas, corn and fruit trees). A tutto ciò si aggiungono i numerosi percorsi, canali, strade, edifici, campi e porzioni di bosco organizzate secondo un progetto comune. Quello che più stupisce non sono solo le annotazioni botaniche appuntate da Jefferson, ma le sue minuziose elaborazioni progettuali, le verifiche fatte attraverso misurazioni e schizzi, il controllo generale dell’ insieme garantito da continui salti di scala, dal giardino al territorio, fino a comprendere riflessioni sulle vedute prospettiche e sulla definizione dello skyline naturalistico. Ma i variegati paesaggi di Monticello ci raccontano anche qualcosa di più, e forse suonano da monito ancora oggi, per quanto anacronistico possa sembrare il landscape of slavery che sottende la seducente organizzazione jeffersoniana della proprietà. Jefferson aveva condannato più volte la schiavitù, tuttavia ad ogni orto, ad ogni campo di Monticello corrispondevano un proporzionato numero di semplici baracche, ricoveri costruiti per una manodopera forzata; e ciò suonava come una beffa alle parole espresse nelle Notes on the State of Virginia (1785) secondo cui icultivators of the earth are the most virtuous and independent citizens”. Ancora oggi lo sforzo di costruire un terreno comune, basato sull’ idea di libertà, sul diritto della ricerca della felicità, si scontra con una realtà ugualmente triste e complessa: evocare una giustizia divina o terrena non basta a placare la fame di cibo, di acqua ed energia.


Per una nuova Taranto

novembre 30, 2012

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Nella vicenda Ilva lo stato italiano interviene ancora una volta dimostrando indifferenza nei confronti del Sud. Pensando che il problema sia la risoluzione dei rapporti tra produzione e lavoro si certifica un atteggiamento volto ad esaudire esclusivamente le esigenze della speculazione. Al contrario il nodo centrale di tutta la vicenda è dare voce a quegli operai e a quei cittadini che sono trattati ingiustamente come la periferia geografica e sociale di un regime basato su una economia di rapina, di sfruttamento e di spoliazione del territorio. Solo in seconda istanza vi è un problema ambientale. Vi è innanzitutto una questione progettuale, dunque politica, da porre. La soluzione non è un’autorizzazione a delinquere che sblocchi il sequestro, ma avere la capacità di mettere in campo tutte le forze creative, progettuali e sperimentali per immaginare, una città differente, una fabbrica efficiente, un nuovo paesaggio urbano ed industriale, un modello di vita ecologico e più sostenibile di quello attuale. Quello che manca alla città di Taranto non è un decreto che regoli le emissioni della produzione, ma un progetto da sappia immaginare una nuova città e nuove relazioni con i paesaggi del lavoro.  Ripensare la città e la produzione vuol dire investire in tecnologie e fare di Taranto una città più vivibile. Il problema ambientale è parte di quello politico, per questo non possiamo tollerare che il governo italiano abbia come sola meta la risoluzione dell’inquinamento derivante dalla produzione. Per questo pensiamo che non basti bonificare se non si riprogetta urgentemente il territorio di Taranto, la sua città e il suo mare. Purtroppo nè questo governo, nè i proprietari dell’Ilva si sono dimostrati capaci di poterlo e saperlo fare.


Kein Dogma

novembre 16, 2012

“Kein Dogma, sondern vermehrte Lebendigkeit”
Walter Gropius


Architecture and the Paradox of Dissidence

novembre 14, 2012

AHRA 2012 9th Internationale Architectural Humanities Research Association Conference

Architecture and the Paradox of Dissidence

15–17 November 2012

London Metropolitan University
Faculty of Architecture and Spatial Design

http://www.dissidence.org.uk/

Il programma completo al seguente link:

 

PROGRAMME_AHRA Conference_15_17th November 2012


Lebbeus Woods

novembre 13, 2012

Il 30 Ottobre 2012 si è spento Lebbeus Woods. La sua carica visionaria lo ha reso punto di riferimento per molti architetti.  Il mondo immaginato da Woods costituisce un universo parallelo, pieno di varianti e mutazioni, in cui tutto appare molteplice e sfuggente, pericoloso e suadente: come ricorda il titolo di una delle sue ricerche più importanti anche la guerra è architettura. Quando il postmodernismo e l’autonomia disciplinare imperavano nei salotti buoni dell’establishment accademico le sue visioni affascinanti hanno continuato a farci credere che l’architettura, quella vera, sia fatta per emozionare, per percorrere le strade più profonde della psiche, per vedere le cose da un lato inconsueto, provvisorio, instabile. Il suo contributo all’archtitettura è inequivocabile, indica un’architettura rischiosa, sperimentale, pronta a contaminarsi in forme ed ibridi inaspettati. Qui di seguito pubblichiamo il tributo di Steven Holl e l’appassionato ricordo di Wolf Prix, con una promessa che facciamo nostra.

For Lebbeus Woods

Lebbeus was the living proof of Derrida’s theory that often a small sketch can have more influence on the world than a large building.
And as such we will think of him as a grand architect without built work, but his designs – hey!: they are designs and not drawings! – his conceived buildings and forms had massive impact, which conquered the drawing boards of innumerable students and architects and which put the question about the contents of a future architecture into the foreground. (I notice that I wrote DRAWING board.) Lebbeus’ forms were never lacking content, because he could only generate new timely forms with new content – everything else to him were empty building gestures, architectureless surface. Senseless to bother about them. Today we call them Lady Gaga-aesthetics. When 20 years ago we explained this to each other in the bar of the small airport in Santa the Monica in a late afternoon, we had already emptied the Champagne supply of the bar. But it was crystal clear, like the Roederer Cristal, what he meant by saying: if we architects cannot give impacts for new contents, we should leave it – the architecture.

We won’t Leb. Promised!

Wolf D. Prix / COOP HIMMELB(L)AU

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Steven Holl’s tribute
“Architecture does not exist, what exists is the spirit of Architecture”
— Louis Kahn

While in Rhinebeck, evacuated from New York City due to Hurricane Sandy, I received a 05:45 phone call from Aleksandra Wagner that Lebbeus Woods just died. She had no electricity and was calling me from a policeman’s phone. Lebbeus was very excited last week about the completion of the Light Pavilion in Chengdu, China. He and Christoph Kumpusch had a champagne toast on 24 October to celebrate this important moment — his first permanent construction.
The freedom of spirit in Architecture that Lebbeus Woods embodied carried with it a rare idealism. Lebbeus had very passionate beliefs and a deep philosophical commitment to Architecture. He often spoke of the importance of ideas and an understanding of our world. His designs were politically charged… fields of reality that he created.
I met Lebbeus in February 1977, introduced by Andrew MacNair, who was the Director of the Institute for Architecture and Urban Studies. I arrived at Leb’s small loft near Franklin Street in TriBeCa to find Lebbeus standing bent over an enormous black and white drawing of a Piranesi-like urban vision. His cigarette had a long gray ash that was about to drop as he greeted me briefly and turned to show me the amazing drawing.
As we began discussing the current state of Architecture, I told him I really appreciated his deeply critical remarks on the postmodernism of Charles Moore, Robert Stern, and others that I read while I was in San Francisco. Lebbeus and I began to meet every couple of weeks at the “Square Diner” as they served “all-you-can-eat-for-a-dollar” bean soup. Our ongoing philosophical discussions lead to our sharing reviews in the design studios we were teaching.
In late 1977, I began work on a project titled Bronx Gymnasium-Bridgethat would become the first issue of Pamphlet Architecture. Lebbeus made the third issue with the project Einstein’s Tomb. It was an amazing vision for a tomb about Albert Einstein — a strange architecture, which would travel on a beam of light around the Earth. Today I imagine that tomb is occupied by the spirit of Lebbeus. Leb was a brilliant and charismatic teacher whose classes at Cooper Union were very inspirational. I was always amazed at the original work his students produced. Leb was still passionate about teaching this year. Due to his illness, he taught his class last week from a wheelchair.
Last week, Christoph Kumpusch, the publisher Lars Müller, and I had meetings on a new book called Urban Hopes to be published next year. In this book will be a “book within a book”—or as Lars calls it a “separata” — which records the construction of Lebbeus’s Light Pavilion. This publication will be ready for the major exhibition of Lebbeus Woods that will open at the San Francisco Museum of Modern Art next February. In 2007 when I first received the commission to realize a 278,000 square metre urban project in Chengdu, China, I began studies to shape a new public space with this huge project. The building fabric would not strive for iconic objects — rather a simple architecture sliced by sunlight shapes space. “Buildings within buildings” are cut into this fabric; sitting in gaps that are 8-10 stories in the air. I invited Leb to do one, and we did another.
Lebbeus’s Pavilion, constructed of huge beams of light, is a place one enters at several levels. Walking on sheets of glass suspended by steel rods, the view is multiplied and infinitely extended via polished stainless steel lining the four-story gap in the building it occupies. Unlike other visionary architects — who risk disappointing when they get a chance to build — Lebbeus’s Pavilion is a brilliant and engaging Architecture. One’s experience there, especially at night, seems to dissolve the view of the city beyond. Up is down in a feeling of suspension of gravity via light and reflection. This work merges Art and Architecture as they have merged in the past and are merging in the future. Next week, I will travel to Beijing, then to Chengdu, walk into the Light Pavilion, stand suspended on steel rods and imagine Lebbeus’s tomb has been launched — on a beam of light.

Steven Holl, Rhinebeck, NY, 30 October 2012


Architecture is life

novembre 12, 2012

Architecture is life, or at least it is life itself taking form and therefore it is the truest record of life as it was lived in the world yesterday, as it is lived today or ever will be lived.

Frank Lloyd WrightImmagine


Jean Tinguely

aprile 27, 2012

Una visitatrice su Cyclograveur all’esposizione Rörelse i kosten (il movimento nell’arte).

Moderna Museet, Stoccolma, maggio-settembre 1961.


Bauhaus Band performing, 1928-29

aprile 2, 2012


La decima vittima (1965)

marzo 31, 2012

The young architects of California

marzo 28, 2012

Domus n. 604, March, 1980


Los Angeles’ West Side artists and architects

marzo 28, 2012


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