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La Macchina nel giardino e il middle landscape

dicembre 18, 2012

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La costruzione del paesaggio industriale americano si è articolata culturalmente attraverso una stretta mediazione con il mondo della natura. Questo processo di definizione delle idee ha anche determinato una complessa situazione nell’elaborazione teorica degli stimoli sensoriali provenienti dal paesaggio. Gli sconfinati territori del wilderness e l’avanzare del progresso tecnologico mettevano a contatto sfere percettive contrastanti, che tuttavia la cultura americana ha sempre cercato di sintetizzare assieme.

Leo Marx, autore del libro La macchina nel giardino. Tecnologia e ideale pastorale (1964), analizzando gli anni dell’Indipendenza americana e i successivi decenni dell’Ottocento, si è attentamente occupato di questi rapporti tra paesaggio naturale e progresso industriale. Leo Marx ha dimostrato infatti come in America l’idea dello sviluppo economico, durante la nuova era manifatturiera, sia stata ricondotta nell’universo simbolico del paradiso terrestre, del giardino incontaminato.

Questa attenzione riservata alle macchine, intesa come elemento di novità e di rottura del mondo naturale, permea gran parte della letteratura americana dell’Ottocento:

La forza evocativa che l’episodio della Valle Addormentata suscita in noi trova conferma nel fatto che, a partire dal quarto decennio dell’Ottocento, ne sono apparse numerosissime varianti nella letteratura americana. Basti pensare alla scena di Walden in cui, mentre Thoreau è immerso in sogno ad occhi aperti, s’ode il fischio della locomotiva che penetra nel bosco come il grido di un falco. Oppure il passo pieno di mistero di Moby Dick in cui Ismaele sta espolarando i recessi interni di una balena arenata, quando all’ improvviso l’immagine muta e lo scheletro del leviatano diventa uno stabilimento tessile del New England. O ancora, il momento drammatico in Huckleberry Finn quando, mentre Huck e Jim si lasciano pacificamente trasportare dalla corrente, improvvisamente sbuca fuori dalle tenebre un mostruoso battello a vapore che sfonda la loro zattera da parte a parte. Spesso però la macchina appare con una repentinità ancora più allarmante. A volte entra bruscamente in una Valle Felice, altre volte è un viaggiatore ad imbattersi in essa all’ improvviso. In un racconto di Melville (The Tartarus of Maids [il Tartaro delle fanciulle]), il narratore è alla ricerca di una cartiera tra le montagne. Con la slitta raggiunge una profonda gola stretta tra le colline ripide come pareti. Non riesce a vedere il posto, quando, come egli dice <<improvvisamente mi giunse all’ orecchio un ronzio, un fruscio di ruote. Mi guardai in giro ed ecco, come una valanga arrestata, vidi l’ enorme fabbrica, imbiancata a calce>>. I rumori sinistri delle macchine, come quello del battello a vapore che travolge la zattera o quello del treno che interrompe nell’ idillio di Walden, riecheggiano continuamente nella nostra letteratura (Leo Marx).

 In altre parole, se ancora una volta,  in questo speciale rapporto possiamo intravedervi un’altra faccia della relazione città-campagna, non dobbiamo sottovalutare il ruolo giocato dalla forza prorompente della macchina.

Mentre si andava affermando una fiducia patetica nelle doti salvifiche dell’America, attraverso l’entusiasmo nei confronti di ciò che essa poteva promettere, si muovevano parallelamente le prime riflessioni critiche sulle sue conquiste. L’elemento antagonista, il tema del conflitto tra uomo e natura, risulta però nell’America dell’Ottocento più evidente che negli anni dell’Indipendenza: l’industrializzazione, rappresentata efficacemente dall’immagine del treno che sfreccia via lungo i binari, costituisce una forza che minaccia l’immagine pastorale del paesaggio, ma allo stesso tempo fornisce un’occasione per percorrerlo.

Tuttavia il treno, almeno in una prima fase temporale, non prevaricherà mai completamente i diritti della natura,  pur presentandosi come elemento dissonante.

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Georges Innes (1825-1894), pittore di paesaggi di ispirazione classica, ci fornisce un ottimo spunto di riflessione attraverso uno dei suoi più noti quadri. Quando nel 1855 la Lackawanna Railroad Company commissionò ad Innes un’opera che raffigurasse la costruzione della ferrovia nel paesaggio, egli si trovò davanti alla stimolante impresa di poter fornire una lettura critica di quello che si andava costruendo. Dobbiamo immaginare che, come suggerisce Leo Marx nella lettura di questo quadro, il pittore non fosse così entusiasta di disegnare un treno mentre irrompe nel paesaggio, ma egli seppe coniugare le esigenze del committente con le proprie aspirazioni e con i propri sentimenti nei confronti della natura. Il risultato del quadro, intitolato Lackawanna Valley, riesce a mettere assieme, senza particolari contrasti, un paesaggio bucolico e il nuovo mondo evocato dalla ferrovia.

Il treno spicca all’interno di un paesaggio pastorale, in cui gli animali in primo piano pascolano indisturbati, ma in realtà il nuovo mezzo di trasporto non è un vero elemento di rottura, al contrario, comporta una fusione unificatrice. Il suo sbuffo di vapore è il duplicato di una nuvola, anche le colline e gli alberi partecipano alla definizione di un paesaggio ove le opere dell’uomo sono parte di un contesto naturale più vasto. L’inquietante distesa di alberi tagliati apre la vista a una figura umana distesa su un fianco e che guarda verso l’orizzonte tranquillo. L’osservatore solitario contempla lo spettacolo messo in scena dall’uomo e dalla natura esattamente come il pastore contemplava quello dell’Arcadia.

In ultima analisi, l’operazione compiuta da Innes rievoca quella dei paesaggisti del ‘600 e del ‘700. Prima di lui, già Poussin, assieme ad altri artisti, introdusse nei suoi  delicati idilli pittorici l’inquietante presenza di un teschio a fine di monito, oltre il motto Et in Arcadia Ego che significa “Anche io [Morte] sono in Arcadia”.

Il treno all’epoca offriva la possibilità di mettere in diretto contatto l’abitante della città con territori distanti ed incontaminati, e permetteva di farlo rapidamente.

Per questo la macchina, e il treno in particolare, non contrasta con l’ideale pastorale e contribuisce a formare quello che Leo Marx chiama middle landscape.

“La ferrovia è il veicolo prescelto per riportare l’America ad essere un’utopia pastorale” (Leo Marx).

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Frederick Jackson Turner e la tesi della frontiera

dicembre 11, 2012
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John Steuart Curry (1897-1946) Oklahoma-land-rush

L’epopea della frontiera fu un processo determinante nella logica della costruzione del paesaggio americano. Tuttavia, le implicazioni estetiche della frontiera e delle spedizioni esplorative, furono elaborate intellettualmente e culturalmente, come dimostra l’esperienza di Olmsted nella Yosemite Valley in Calirfornia, solo grazie alle land rush e alle gold rush.

Se le esplorazioni scientifiche mettevano gli esperti di fronte alle meraviglie geologiche e botaniche del continente americano, i meccanismi predatori innescati dalle corse alla terra e dalle corse all’oro fecero nascere una consapevolezza allargata della limitatezza e dalla precarietà di talune risorse naturali che si decise di salvaguardare.

Sulla base di questa considerazione si fondano le teorie di Frederick Jackson Turner (1861-1932), lo storico che idealizzò e riassunse la “tradizione” della frontiera e il movimento espansionistico degli USA. Turner riconobbe che la frontiera rappresentava un carattere peculiare difficilmente riscontrabile in altri contesti storici. La sua Frontier Thesis, ritenuta la dichiarazione di indipendenza degli storici americani, fu elaborata all’interno del saggio The Significance of the Frontier in American History, pubblicato nel 1893 come testo di una conferenza tenuta all’American Historical Association, durante la World’s Columbian Exposition di Chicago. Per Turner la frontiera era il principio stesso di interpretazione della storia americana, principio con cui egli identificò le più importanti esperienze culturali americane. Qualunque siano i limiti della sua interpretazione, egli chiarì sotto il profilo storiografico le intuizioni di Melville, epurando dall’analisi compiuta l’inclinazione mistica di “terra promessa”.

Nell’ideologia turneriana, la frontiera rappresenta la storia stessa della colonizzazione e si identifica nell’espansione nei selvaggi spazi del West.

Tuttavia, in questo frangente, il termine frontiera assume un significato del tutto particolare che si distacca dall’idea che ne hanno gli abitanti dei paesi europei. Mentre molte persone di varia provenienza usano il termine come sinonimo di linea di demarcazione tra una nazione ed un’altra, intendendo una barriera al transito, la parola Frontier ha assunto nella vita e nella lingua americana un significato sostanzialmente diverso: la frontiera, come ha anche sostenuto Walter Prescott Webb  (1888-1963),  uno dei più noti allievi di Turner, non è una linea in cui fermarsi, bensì un’area in cui entrare.

Anche una rapida consultazione di un vocabolario americano confermerà l’argomentazione che la frontiera è innanzitutto una regione, un’area definita come sparsamente abitata, e a contatto con la wilderness o con territori  non abitati né colonizzati. Per questo motivo il termine risulta raramente utilizzato in USA con altri significati. Chi pronunciava la parola frontier era consapevole che attorno agli insediamenti coloniali non c’era un confine rigido -se non durante un conflitto bellico- e c’era invece spazio aperto e disponibile.

L’innovazione della tesi di Turner consisteva nell’aver riposto estrema importanza alle idee espresse dalla frontiera e contemporaneamente di essersi distaccato dalle scuole storiografiche di moda negli stessi anni, secondo cui il compito primo dello storico era quello di individuare i “germi” (germs) delle istituzioni americane, rintracciandone le origini nelle corrispettive strutture sociali europee.

Turner individuò invece la configurazione delle istituzioni americane quale risultato di un processo di reciproco adattamento tra uomo e ambiente non civilizzato. In altre parole l’uomo americano nel suo sottomettersi ed adattarsi alla natura trovò anche i mezzi per organizzarsi come società. La natura nell’idea di Turner è l’elemento che ha temprato e formato il moderno uomo americano:

 

La frontiera è la linea dell’americanizzazione più rapida ed effettiva. La grande distesa solitaria domina il colono, s’impadronisce del suo animo. Egli è vestito all’europea, ha strumenti europei, viaggia e pensa all’europea. La grande distesa solitaria lo tira giù dalla carrozza ferroviaria e lo mette su una canoa di betulla. Lo spoglia dei vestiti della civiltà, lo veste con la casacca del cacciatore e gli mette ai piedi i mocassini di daino. Lo spinge nella capanna di tronchi d’albero del Ciroki e dell’Irochese e lo circonda di una palizzata indiana. Il colono ha già seminato mais e lo ha arato con un legno appuntito; ora lancia grida di guerra e scotenna nel più puro e ortodosso stile indiano. Per dirla in breve, alla frontiera l’ambiente è, agli inizi, troppo violento per l’uomo bianco. Questi deve accettare le condizioni che trova o perire, e così si adatta alla radura e segue le piste degli Indiani. A poco a poco trasforma le solitudini deserte, ma il risultato non è la vecchia Europa, lo sviluppo dell’originario germe sassone, il ritorno all’antichissimo ceppo germanico. Nasce con lui un prodotto nuovo e genuino: l’Americano[1].

 

l significato della frontiera è espresso in particolar modo dalle forze del paesaggio e della natura e da qui deriva un diverso approccio e una diversa idealizzazione della natura e del paesaggio da quelli messi in pratica dagli europei.

Anche la città americana, come abbiamo visto, rappresentava un ulteriore tassello di questo processo. Essa creava una sorta di legame dialettico con la natura divenendo in qualche modo il frutto di un processo instabile poiché in continua evoluzione. Inoltre la frontiera non implicava solamente un contatto ravvicinato con la wilderness, ma la sua realtà sfaccettata conteneva un progetto di progresso e civilizzazione: alla fase della conquista seguì quella dello sfruttamento.

Quando Turner elaborò la sua tesi nel 1893, “la frontiera”, nell’interpretazione data dagli uffici censuari  -un territorio abitato da meno di due abitanti per miglio quadrato-, era stata dichiarata chiusa da appena tre anni, ma la portata della sua riflessione travalicava una semplice interpretazione di vicende superate dal tempo. Egli fu capace di fornire una chiave di lettura applicabile anche ai decenni successivi del Novecento: nella lettura turneriana la frontiera non è una questione di costumi o di atteggiamento, ma la vera essenza della Weltanschauung americana, applicabile perfino ai processi di espansione capitalistica, militare (si pensi alle guerre fatte per “esportare” la democrazia), politica (si pensi agli aiuti ai governi esteri alleati) e scientifica (si pensi alla corsa allo spazio) degli Stati Uniti. Vale a dire che i presupposti della frontiera si riverberano anche in processi estremamente contemporanei.

In questi termini, nell’ampio significato di modello di vita, va interpretata la nota esortazione di Horace Greeley pubblicata nel 1865 sul New York Tribune: “Go West, young man, go West and grow up with the country”.

Il pensiero di Greeley, infatti, non era solo la logica conseguenza delle teorie del manifest destiny e dell’incedere della frontiera. Esso faceva seguito all’Homstead Act del 1862, un provvedimento legislativo varato dal presidente Abraham Lincoln (1809-1865) in piena guerra civile, volto alla risoluzione dei meccanismi di distribuzione delle terre. La legge prevedeva tre fasi per l’assegnazione gratuita di 160 acri, un quarto di una section, nelle terre selvagge al di fuori dei confini delle originarie tredici colonie. La prima azione consisteva nella formale richiesta di un terreno federale, il secondo passaggio l’impegno a migliorare i terreni assegnati attraverso il lavoro, l’agricoltura, l’allevamento, il terzo passaggio sanciva l’ottenimento del titolo di proprietà, verificata la seconda condizione. Questa politica era emanazione delle idee del Free Soil Party, avverso ai grandi proprietari terrieri del Sud che, in questo modo, venivano penalizzati in favore dei richiedenti alle prime armi. La legge riscontrò un ampio successo nonostante non prevedesse le modalità di accesso alle risorse idriche, elemento che fu causa di un elevato grado di fallimento dei tentativi di occupazione delle terre. Nel corso del tempo il meccanismo fu perfezionato e in varie occasioni vennero organizzate delle vere e proprie corse alla terra, l’ultima delle quali si svolse in Oklahoma nel 1889. I partecipanti alle land rush si radunavano nel luogo preposto ove veniva dato il segnale della partenza tramite colpo di cannone. Al via tutti si lanciavano nella speranza di raggiungere i lotti migliori, mentre l’esercito pattugliava il territorio per cercare di evitare truffe ed altri crimini.

Di questi eventi esistono svariate immagini, ma è stato il pittore John Steuart Curry (1897-1946) che ci ha fornito una versione verosimile quanto estroversa di queste vicende, dipingendo la land rush dell’Oklahoma come un momento di esibizionismo collettivo e di rincorsa verso sogni che spesso vennero infranti da incapacità o difficoltà.


[1]TURNER, Frederick Jackson, The Frontier in American History, New York,  Henry Holt and Company, 1920 [first ed. 1893], pp. 3-4  (tr. it.  La frontiera nella storia americana, Bologna,  Il Mulino, 1975, pp. 33-34)

 

Il “destino manifesto” dell’ America

dicembre 17, 2011

La dottrina del Destino Manifesto e la conquista dei nuovi territori rappresentano un passaggio importante nell’ elaborazione del complesso rapporto uomo-natura nell’ America dell’ Ottocento.

Il destino manifesto si può intendere come un comune e sentito credere  secondo cui il destino degli Usa fosse quello di espandersi in virtù di un ideale morale da considerarsi al di sopra delle leggi terrene. La dicitura in sé venne coniata nel 1845 dal giornalista John O’ Sullivan, all’ epoca influente sostenitore del Partito Democratico statunitense. In un suo articolo intitolato “Annessione” pubblicato in United States Magazine and Democratic Review 17,no.1 (July-August 1845) incitava gli Stati Uniti ad annettere la Repubblica del Texas “poiché era destino manifesto dell’ America di diffondersi nel continente”. Tale idea si tradusse politicamente e sfociò di fatto nella guerra messicano statunitense del 1846.

Come voce contraria è da ricordarsi Henry David Thoreau che si oppone alla guerra di conquista rivendicando il diritto alla “disobbedienza civile”.

La conquista dei nuovi territori si dimostrò poi essenziale nello sviluppo dei settori industriali, per quanto in una prima fase l’ esigenza di disporre di nuovi territori sia stata sollecitata dalla semplice permanenza di sistemi di sfruttamento del suolo arretrati e predatori nei confronti delle risorse naturali. Proprio per questo la conquista dei nuovi territori ebbe un motore efficace nelle grandi piantagioni del profondo Sud, ove si era soliti tener bassi i costi consumando capitale terriero.

Il quadro di John Gast (1872) rappresenta e idealizza la missione civilizzatrice di cui si facevano portavoce i pionieri, i proprietari terrieri e le compagnie ferroviarie: Una dea porta con sè i cavi del telegrafo, alle sue spalle la civiltà della macchina, accanto a sè i contadini, gli esploratori e i cacciatori, davanti a tutti, a west, scappano nel buio e nei territori del wilderness gli indiani e gli animali feroci.

Go West, young man! (2)

dicembre 9, 2011

Go West, young man, go West and grow up with the country.

New York Tribune, July 13 1865

Horace Greeley

Il problema della regolamentazione del commercio fu una questione particolarmente rilevante alla fine del ‘700 a causa dell’ instabilità e volubilità del mercato estero regolato da rigide restrizioni unilaterali imposte dal Regno Unito. Tali restrizioni diedero avvio allo stesso tempo al fenomeno dell’ espansione della frontiera che rappresentò in una prima fase un’ alternativa morale più che economica ai capricci della madrepatria e solo successivamente, con l’ indipendenza, divenne un processo praticamente inarrestabile.

Frederick Jackson Turner è colui che idealizzò e riassunse dal punto di vista storiografico la “tradizione” della frontiera e il movimento espansionistico degli USA. Turner fu così capace di elaborare la tesi secondo cui la frontiera diviene il principio stesso di interpretazione della storia oltre ad individuare ed identificare nella stessa storia frontiera la storia americana. La frontiera rappresenta sostanzialmente la storia della colonizzazione degli inesplorati e selvaggi spazi del West e questa teorizzazione rimane il suo più interessante e determinante contributo. La “tesi della frontiera” di Turner, ritenuta la dichiarazione di indipendenza degli storici americani,  fu elaborata all’ interno del saggio “Significato della frontiera” pubblicato nel 1893 come testo di una conferenza tenuta all’ American Historical Association durante l’ Esposizione Mondiale Colombiana di Chicago.

Anche Turner qualunque siano i limiti della sua interpretazione chiarì sotto un profilo scientifico la vocazione di “terra promessa” dei grandi territori americani, esattamente come aveva intuito lo stesso Melville. Il termine frontiera assume però in questo frangente un significato del tutto particolare che si distacca dall’ idea più precisa che ne abbiamo noi europei di linea di demarcazione tra una nazione ed un’ altra. Frontier ha assunto nella vita e nella lingua americana un significato sostanzialmente diverso: <> secondo Walter p. Webb, probabilmente il più geniale degli allievi di Turner. Anche una rapida consultazione di un vocabolario di americanismi confermerà la tesi che la frontiera è “una regione, nell’ attuale configurazione degli Stati Uniti, recentemente e sparsamente abitata, e immediatamente a contatto con il wilderness o territorio  non abitato né colonizzato”. Con altri significati il termine risulta raramente utilizzato in USA poiché frontier  incorpora in sé la consapevolezza che attorno agli insediamenti coloniali non c’ era un confine rigido -se non durante un conflitto bellico- e c’ era invece spazio aperto e disponibile. L’ innovazione della tesi di Turner sta proprio nel aver compreso l’ importanza dell’ idea espressa dalla frontiera e contemporaneamente di essersi distaccato dalle scuole storiografiche di moda negli stessi anni secondo cui il compito primo dello storico era quello di individuare i “germi” delle istituzioni americane rintracciandone le origini nelle corrispettive strutture sociali europee. Al contrario Turner individuerà la configurazione delle istituzioni americane quale risultato di un processo di reciproco adattamento tra uomo e ambiente non civilizzato. In altre parole l’ uomo americano nel suo sottomettersi ed adattarsi alla natura  in realtà trova anche i mezzi per organizzarsi come società e dominare successivamente la natura che prima lo ha temprato.

La frontiera è la linea dell’americanizzazione più rapida ed effettiva. La grande distesa solitaria domina il colono, s’impadronisce del suo animo. Egli è vestito all’europea, ha strumenti europei, viaggia e pensa all’europea. La grande distesa solitaria lo tira giù dalla carrozza ferroviaria e lo mette su una canoa di betulla. Lo spoglia dei vestiti della civiltà, lo veste con la casacca del cacciatore e gli mette ai piedi i mocassini di daino. Lo spinge nella capanna di tronchi d’albero del Ciroki e dell’Irochese e lo circonda di una palizzata indiana. Il colono ha già seminato mais e lo ha arato con un legno appuntito; ora lancia grida di guerra e scotenna nel più puro e ortodosso stile indiano. Per dirla in breve, alla frontiera l’ambiente è, agli inizi, troppo violento per l’uomo bianco. Questi deve accettare le condizioni che trova o perire, e così si adatta alla radura e segue le piste degli Indiani. A poco a poco trasforma le solitudini deserte, ma il risultato non è la vecchia Europa, lo sviluppo dell’originario germe sassone, il ritorno all’antichissimo ceppo germanico. Nasce con lui un prodotto nuovo e genuino: l’Americano.

Frederick J. Turner, La frontiera nella storia americana, Il Mulino, Bologna, 1975, pp 31-34.

Go West, young man! (1)

dicembre 6, 2011

<<Chiamatemi Ismaele>>

Call me Ishmael.  Con questo incipit Herman Melville dà avvio a Moby Dick,  uno dei suoi più noti romanzi.  Il libro pubblicato per la prima volta a New York nel 1851 narra il viaggio della baleniera Pequod e le avventure intraprese dai membri del suo equipaggio, sotto la guida del leggendario e famigerato capitano Achab.

Chiamatemi Ismaele. Alcuni anni fa – non importa quanti esattamente – avendo pochi o punti denari in tasca e nulla di particolare che mi interessasse a terra, pensai di darmi alla navigazione e vedere la parte acquea del mondo. E’ un modo che io ho di cacciare la malinconia e di regolare la circolazione.Ogni volta che m’accorgo di atteggiare le labbra al torvo, ogni volta che nell’anima mi scende un novembre umido e piovigginoso, ogni volta che mi accorgo di fermarmi involontariamente dinanzi alle agenzie di pompe funebri e di andar dietro a tutti i funerali che incontro, e specialmente ogni volta che il malumore si fa tanto forte in me che mi occorre un robusto principio morale per impedirmi di scendere risoluto in istrada e gettare metodicamente per terra il cappello alla gente, allora decido che è tempo di mettermi in mare al più presto. Questo è il mio surrogato della pistola e della pallottola. Con un bel gesto filosofico Catone si getta sulla spada: io cheto cheto mi metto in mare. Non c’è nulla di sorprendente in questo. Se soltanto lo sapessero, quasi tutti gli uomini nutrono, una volta o l’altra, ciascuno nella sua misura, su per giù gli stessi sentimenti che nutro io verso l’oceano.
 
H. Melville, Moby Dick o la Balena, traduzione di Cesare Pavese, Adelphi, Milano. 9. ed. 2004

Ripercorrendo l’ inizio del libro, nella melanconica traduzione italiana di Cesare Pavese che ho qui sopra riproposto, scopriamo come Melville trasferisca “per mare” tutte le passioni,  le ansie e le aspettative di coloro che si recavano alla volta dell’ America, il Nuovo Continente in cui riporre  speranza e cercare fortuna.

 

Sarà proprio lo scrittore americano a scrivere nel precedente libro White-Jacket (1850) una sintomatica definizione che conferì significato di epopea religiosa alla “missione” dei nuovi pionieri:

We Americans are the peculiar, chosen people — the Israel of our time; we bear the ark of the liberties of the world […] We are the pioneers of the world, the advanceguard sent on through the wilderness of untried things, to break  a new path in the New World that is ours.

Dunque Melville, trovò alimento letterario, proprio in ciò che viveva in prima persona, che aveva sotto gli occhi: il nostro pensiero non deve andare solamente alle sue esperienze di marinaio a bordo di varie spedizioni navali, ma soprattutto deve essere rivolto verso i vasti territori degli USA e le imprese dei primi coloni che abbandonando il “provinciale” New England si dirigono verso West.

Melville non interpreta solo il fascino mistico rappresentato dal viaggio e dall’ ignoto, sin dal suo scritto di esordio Typee. Avventura in Polinesia (1846), propone storie che suonano quasi come appelli ad una vita libera ed a contatto con la natura, con l’ aggiunta di un moderno fascino documentaristico.

Fin dai suoi primi scritti Melville decide di inserire pagine di tono scientifico e nel desiderio di raccontare la “verità” in Typee aggiunge anche una carta geografica; il fascino della “rivelazione” però arriva con Moby Dick: al lettore, come in precedenza, non sono risparmiate lunghe digressioni tecniche ed enciclopediche, talvolta perfino pedanti, ma soprattutto vengono scelti per i protagonisti nomi capaci di suggerire il senso di tutto il viaggio narrato.

Se in Typee il messaggio è rappresentato dalla diserzione dalla nave alla volta di un mondo selvaggio, di una terra nuova ed incontaminata, in Moby Dick, attraverso l’ allegoria epica del viaggio per mare, si richiamano le spedizioni reali verso il West.

Dunque potremmo dire che mentre Achab cerca il senso della sua vita nelle profondità oscure dell’ oceano, il pioniere le ricerca nella frontiera e nella wilderness.

Inoltre Achab, Elijah, Gabriel, Ishmael sono senza dubbio nomi tratti dalle sacre scritture, ma nomi simili erano comuni nel New England e Melville ha legittimamente attinto dalla quotidianità creando una tensione tra piano narrativo e quello della cronaca del tempo.

A questa ricerca della verità, a tratti ingenua e in parte inconsapevole, egli sarà capace di aggiungere il messaggio “biblico” e contemporaneamente la vocazione, lo spirito che animava gli americani dell’ epoca,  proprio a partire da una rielaborazione di esperienze personali.

Naturalmente siamo consapevoli dei limiti della lettura proposta. I viaggi proposti da Melville è chiaro come non siano né semplici cronache, né una trovata letteraria, neppure il semplice desiderio di evocare citazioni epiche e letterarie: si tratta chiaramente di viaggi  ed avventure dal significato universale, proprio come universale è la vicenda degli esploratori  delle ignote terre del West tra desiderio di affermazione e paura dell’ ignoto.

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