Posts Tagged ‘Odile Decq’

Immersion in the real

marzo 26, 2010

Compasses 7  http://www.compasses.ae/

In this number:  [Odile Decq] Immersion in the real – Luca Guido

Nel clima di consenso plebiscitario e mediatico intorno alla fenomenologia dell’ arte e dell’ architettura osserviamo spesso l’ omologazione dei cosiddetti “prodotti” culturali.

Troppe architetture sono tautologie di se stesse, ovvero sono come immagini che si dissolvono esclusivamente nella comunicazione, valgono solo in quanto presenti nei canali di informazione per finire poi sulla bocca di un pubblico ingenuo e banale.

Troppe architetture sono scenari per canonizzazioni istituzionali e di massa.

Purtroppo a molti critici sfugge l’ idea che l’ esperienza artistica e architettonica è un’ esperienza più sottile e raffinata, che va oltre la semplice operazione di propaganda e comunicazione, soprattutto l’ esperienza artistica non si limita a parlare di se stessa.

Al contrario le architetture e le visioni architettoniche di Odile Decq ti colpiscono nei sensi: salta all’ occhio la differenza.

Odile Decq non propone architetture da “comunicare”, non chiede di fare scuola, di avere dei seguaci, non indica una sola e unica direzione, bensì lavora con lo spazio per emozionare/colpire, dà sfogo al suo individualismo effervescente e a tratti anarchico, ti ricorda che le possibilità da esplorare sono tante.

Nella sua produzione architettonica e in ogni progetto notiamo una estrema prontezza per azzerare il linguaggio usato in precedenza e cercare di porre nuove e più profonde premesse per una scrittura basica, svincolata dai tabù e dai preconcetti dell’ accademia, del modernismo.

Il vero architetto, oggi più che mai, si interroga sul grado zero della scrittura teorizzato da Roland Barthes.

Lo studio di architettura ODBC, che nell’ ultimo decenni ha avuto una notorietà emergente, credo che lavori su questa strada, che è quella difficile e meno battuta della ricerca.

Ogni occasione diventa un laboratorio in cui sperimentare idee, dove è necessario immaginare architetture che possano imprimere sensazioni forti ai fruitori e per coinvolgere spazialmente, ma anche oltre le tre dimensioni, i visitatori e/o gli abitanti.

Il problema non è dare ordine e proporzione, creare una partitura “consona” ed “adeguata”, o peggio mimetizzarsi al contesto: le immagini che vediamo in queste pagine sono figlie della contemporaneità, si presentano con irruenza e contraddizioni, ci suggeriscono movimento e complessità. In poche parole si può dire che è il tentativo dell’ architetto di trasmettere qualcosa di se stesso agli altri.

L’ architettura di Odile Decq è una profonda immersione nel reale.

Voglio spiegare meglio: l’architettura contemporanea è un’ azione irruenta contro il mondo del simbolico, degli archetipi, dell’ autonomia disciplinare. Oggi quello che conta per davvero, nell’ arte come nell’ architettura, è il corpo –intendo sia il nostro che quello dell’ architettura-.

Ma l’ attenzione diversamente dal passato non è più riposta alle proporzioni delle forme, ovvero all’ apparenza, ma proprio su ciò che ne compromette l’ integrità sia mediante smembramenti, dissezioni, sia mediante protesi, estensioni o interfacce (cfr. “L’ arte e la sua ombra” Mario Perniola).

I progetti di Odile Decq fanno eco alle precedenti parole, sono il luogo di incontro tra essere umano e macchina, tra naturale ed artificiale.

Gli spazi interni, e questo in particolare è il caso del MACRO di Roma, formano nuovi paesaggi, sono come dei ventri o organi all’ interno di un corpo caldo ed in vita. Ancora una volta suggeriscono quell’ immersione nel reale, non solo virtuale dunque, sopra citata.

Questa categoria di realismo sfocia nel traumatico, anche nello psicotico, esibisce il corpo dello spettatore a se stesso, per questo risulta straniante: si pone come altro da sé.

In più il colore rosso suggerisce due immagini: quella del sangue e quella del fuoco, lampi rossi tra luce e buio.

Sangue e fuoco sono elementi che da sempre ammaliano le nostre menti poiché portano con sè dal mondo del fantastico e dell’ immaginario una sfuggevole multiformità di immagini.

Altri elementi caratterizzanti sono poi  rampe, scale e passerelle sospese, ed è il caso del progetti per Shangai, Roma e Tanger.

Questi elementi vanno a costruire spazialità piranesiane e temporaralizzate, creano percorsi di penetrazione, promenade architettoniche dinamiche, ed allo stesso tempo iniziano processo di “introspezione” contemporaneamente materiale e virtuale dentro l’ architettura.

I paesaggi interni, frammentati e sconnessi, si nutrono della dialettica con il volume esterno compatto e riconoscibile: questa particolare scelta architettonica crea inoltre affascinanti dissonanze tra leggerezza e pesantezza, spazio dinamico e spazio statico, etc.

Tutte queste parole per dire in fondo che Odile Decq sta inventando una personale base poetica per affrontare la ricerca architettonica francese ed internazionale.

Annunci
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: