Frederick Jackson Turner e la tesi della frontiera

dicembre 11, 2012
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John Steuart Curry (1897-1946) Oklahoma-land-rush

L’epopea della frontiera fu un processo determinante nella logica della costruzione del paesaggio americano. Tuttavia, le implicazioni estetiche della frontiera e delle spedizioni esplorative, furono elaborate intellettualmente e culturalmente, come dimostra l’esperienza di Olmsted nella Yosemite Valley in Calirfornia, solo grazie alle land rush e alle gold rush.

Se le esplorazioni scientifiche mettevano gli esperti di fronte alle meraviglie geologiche e botaniche del continente americano, i meccanismi predatori innescati dalle corse alla terra e dalle corse all’oro fecero nascere una consapevolezza allargata della limitatezza e dalla precarietà di talune risorse naturali che si decise di salvaguardare.

Sulla base di questa considerazione si fondano le teorie di Frederick Jackson Turner (1861-1932), lo storico che idealizzò e riassunse la “tradizione” della frontiera e il movimento espansionistico degli USA. Turner riconobbe che la frontiera rappresentava un carattere peculiare difficilmente riscontrabile in altri contesti storici. La sua Frontier Thesis, ritenuta la dichiarazione di indipendenza degli storici americani, fu elaborata all’interno del saggio The Significance of the Frontier in American History, pubblicato nel 1893 come testo di una conferenza tenuta all’American Historical Association, durante la World’s Columbian Exposition di Chicago. Per Turner la frontiera era il principio stesso di interpretazione della storia americana, principio con cui egli identificò le più importanti esperienze culturali americane. Qualunque siano i limiti della sua interpretazione, egli chiarì sotto il profilo storiografico le intuizioni di Melville, epurando dall’analisi compiuta l’inclinazione mistica di “terra promessa”.

Nell’ideologia turneriana, la frontiera rappresenta la storia stessa della colonizzazione e si identifica nell’espansione nei selvaggi spazi del West.

Tuttavia, in questo frangente, il termine frontiera assume un significato del tutto particolare che si distacca dall’idea che ne hanno gli abitanti dei paesi europei. Mentre molte persone di varia provenienza usano il termine come sinonimo di linea di demarcazione tra una nazione ed un’altra, intendendo una barriera al transito, la parola Frontier ha assunto nella vita e nella lingua americana un significato sostanzialmente diverso: la frontiera, come ha anche sostenuto Walter Prescott Webb  (1888-1963),  uno dei più noti allievi di Turner, non è una linea in cui fermarsi, bensì un’area in cui entrare.

Anche una rapida consultazione di un vocabolario americano confermerà l’argomentazione che la frontiera è innanzitutto una regione, un’area definita come sparsamente abitata, e a contatto con la wilderness o con territori  non abitati né colonizzati. Per questo motivo il termine risulta raramente utilizzato in USA con altri significati. Chi pronunciava la parola frontier era consapevole che attorno agli insediamenti coloniali non c’era un confine rigido -se non durante un conflitto bellico- e c’era invece spazio aperto e disponibile.

L’innovazione della tesi di Turner consisteva nell’aver riposto estrema importanza alle idee espresse dalla frontiera e contemporaneamente di essersi distaccato dalle scuole storiografiche di moda negli stessi anni, secondo cui il compito primo dello storico era quello di individuare i “germi” (germs) delle istituzioni americane, rintracciandone le origini nelle corrispettive strutture sociali europee.

Turner individuò invece la configurazione delle istituzioni americane quale risultato di un processo di reciproco adattamento tra uomo e ambiente non civilizzato. In altre parole l’uomo americano nel suo sottomettersi ed adattarsi alla natura trovò anche i mezzi per organizzarsi come società. La natura nell’idea di Turner è l’elemento che ha temprato e formato il moderno uomo americano:

 

La frontiera è la linea dell’americanizzazione più rapida ed effettiva. La grande distesa solitaria domina il colono, s’impadronisce del suo animo. Egli è vestito all’europea, ha strumenti europei, viaggia e pensa all’europea. La grande distesa solitaria lo tira giù dalla carrozza ferroviaria e lo mette su una canoa di betulla. Lo spoglia dei vestiti della civiltà, lo veste con la casacca del cacciatore e gli mette ai piedi i mocassini di daino. Lo spinge nella capanna di tronchi d’albero del Ciroki e dell’Irochese e lo circonda di una palizzata indiana. Il colono ha già seminato mais e lo ha arato con un legno appuntito; ora lancia grida di guerra e scotenna nel più puro e ortodosso stile indiano. Per dirla in breve, alla frontiera l’ambiente è, agli inizi, troppo violento per l’uomo bianco. Questi deve accettare le condizioni che trova o perire, e così si adatta alla radura e segue le piste degli Indiani. A poco a poco trasforma le solitudini deserte, ma il risultato non è la vecchia Europa, lo sviluppo dell’originario germe sassone, il ritorno all’antichissimo ceppo germanico. Nasce con lui un prodotto nuovo e genuino: l’Americano[1].

 

l significato della frontiera è espresso in particolar modo dalle forze del paesaggio e della natura e da qui deriva un diverso approccio e una diversa idealizzazione della natura e del paesaggio da quelli messi in pratica dagli europei.

Anche la città americana, come abbiamo visto, rappresentava un ulteriore tassello di questo processo. Essa creava una sorta di legame dialettico con la natura divenendo in qualche modo il frutto di un processo instabile poiché in continua evoluzione. Inoltre la frontiera non implicava solamente un contatto ravvicinato con la wilderness, ma la sua realtà sfaccettata conteneva un progetto di progresso e civilizzazione: alla fase della conquista seguì quella dello sfruttamento.

Quando Turner elaborò la sua tesi nel 1893, “la frontiera”, nell’interpretazione data dagli uffici censuari  -un territorio abitato da meno di due abitanti per miglio quadrato-, era stata dichiarata chiusa da appena tre anni, ma la portata della sua riflessione travalicava una semplice interpretazione di vicende superate dal tempo. Egli fu capace di fornire una chiave di lettura applicabile anche ai decenni successivi del Novecento: nella lettura turneriana la frontiera non è una questione di costumi o di atteggiamento, ma la vera essenza della Weltanschauung americana, applicabile perfino ai processi di espansione capitalistica, militare (si pensi alle guerre fatte per “esportare” la democrazia), politica (si pensi agli aiuti ai governi esteri alleati) e scientifica (si pensi alla corsa allo spazio) degli Stati Uniti. Vale a dire che i presupposti della frontiera si riverberano anche in processi estremamente contemporanei.

In questi termini, nell’ampio significato di modello di vita, va interpretata la nota esortazione di Horace Greeley pubblicata nel 1865 sul New York Tribune: “Go West, young man, go West and grow up with the country”.

Il pensiero di Greeley, infatti, non era solo la logica conseguenza delle teorie del manifest destiny e dell’incedere della frontiera. Esso faceva seguito all’Homstead Act del 1862, un provvedimento legislativo varato dal presidente Abraham Lincoln (1809-1865) in piena guerra civile, volto alla risoluzione dei meccanismi di distribuzione delle terre. La legge prevedeva tre fasi per l’assegnazione gratuita di 160 acri, un quarto di una section, nelle terre selvagge al di fuori dei confini delle originarie tredici colonie. La prima azione consisteva nella formale richiesta di un terreno federale, il secondo passaggio l’impegno a migliorare i terreni assegnati attraverso il lavoro, l’agricoltura, l’allevamento, il terzo passaggio sanciva l’ottenimento del titolo di proprietà, verificata la seconda condizione. Questa politica era emanazione delle idee del Free Soil Party, avverso ai grandi proprietari terrieri del Sud che, in questo modo, venivano penalizzati in favore dei richiedenti alle prime armi. La legge riscontrò un ampio successo nonostante non prevedesse le modalità di accesso alle risorse idriche, elemento che fu causa di un elevato grado di fallimento dei tentativi di occupazione delle terre. Nel corso del tempo il meccanismo fu perfezionato e in varie occasioni vennero organizzate delle vere e proprie corse alla terra, l’ultima delle quali si svolse in Oklahoma nel 1889. I partecipanti alle land rush si radunavano nel luogo preposto ove veniva dato il segnale della partenza tramite colpo di cannone. Al via tutti si lanciavano nella speranza di raggiungere i lotti migliori, mentre l’esercito pattugliava il territorio per cercare di evitare truffe ed altri crimini.

Di questi eventi esistono svariate immagini, ma è stato il pittore John Steuart Curry (1897-1946) che ci ha fornito una versione verosimile quanto estroversa di queste vicende, dipingendo la land rush dell’Oklahoma come un momento di esibizionismo collettivo e di rincorsa verso sogni che spesso vennero infranti da incapacità o difficoltà.


[1]TURNER, Frederick Jackson, The Frontier in American History, New York,  Henry Holt and Company, 1920 [first ed. 1893], pp. 3-4  (tr. it.  La frontiera nella storia americana, Bologna,  Il Mulino, 1975, pp. 33-34)

 

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