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Jefferson e gli indiani

dicembre 7, 2012

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Jefferson nei suoi progetti seppe coniugare questi elementi del landscape gardening inglese con altri numerosi stimoli. L’affascinante ipotesi che l’ammirazione per i nativi americani avesse portato Jefferson a riprodurre alcune delle “operazioni paesaggistiche” da essi compiute, rappresenta probabilmente uno degli intrecci culturali più complessi che l’opera del Jefferson paesaggista propone. La dedica della Entrance Hall di Monticello alla cultura indiana e la riproduzione nel progetto della Poplar Forest Plantation dei mounds, i tipici monumenti dei nativi, sono qualcosa di più che una semplice suggestione.

Figure 1. Great Mound at Miamisburgh, Ohio.

I mounds, utilizzati a completamento della composizione neopalladiana della villa, testimoniano la conoscenza di Jefferson della cultura indiana e l’incredibile somiglianza tra la forma di vari ambiti paesaggistici con le specifiche trasformazioni del paesaggio compiute dagli indiani conferma tale ipotesi[1].

schema

Nella Poplar Forest plantation House l’edificio diventa il landmark che conferisce ordine geometrico alla proprietà che è caratterizzata da tre ambiti paesaggistici: i terreni agricoli, un courtilage di 61 acri e, all’interno di quest’ultimo, un ampio cerchio il cui centro è rappresentato dall’abitazione. Questo particolare schema, come testimonia l’affascinante ipotesi di Roger Kennedy[2], sembra derivare da alcuni “monumenti” e tumuli indiani costruiti con la terra e disposti a una precisa scala territoriale[3].

Ancient Monuments of The Mississippi Valley Ancient Monuments of The Mississippi Valley Ancient Monuments of The Mississippi Valley

Ancient Monuments of The Mississippi ValleyPer approfondimenti si consiglia il seguente link (Jefferson e la Poplar Plantation House):

https://lucaguido.wordpress.com/2012/12/07/853/

 

 

 


[1]See: SQUIER, Ephraim George, and  DAVIS, Edwin Hamilton,  Ancient Monuments of the Mississippi Valley: Compising the Results of Extensive Original Surveys and Explorations, Washington, Smithsonian Institution, 1848, and the essay by KENNEDY, Roger, “Jefferson and the Indians”,  Winterthur Portfolio, Vol. 27, No. 2/3 (Summer – Autumn, 1992), The University of Chicago Press, pp. 105-121 (Link jstor archive http://www.jstor.org/stable/1181368 )mentioned in a previous note about Poplar forest Plantation.

[2] KENNEDY Roger, “Jefferson and the Indians”,  Winterthur Portfolio, Vol. 27, No. 2/3 (Summer – Autumn, 1992), The University of Chicago Press, pp. 105-121 (Link Jstor archive http://www.jstor.org/stable/1181368 )

[3] Molto interessante è l’osservazione di Joseph Rykwert “I puritani che arrivarono nel New England nel XVI secolo e i realisti che si insediarono nella Virginia avevano idee assai misere per quanto riguarda l’edilizia, l’urbanistica e la costruzione di palazzi istituzionali. Eppure gli indiani del Nordamerica, a differenza di quelli dell’America centrale e meridionale, non solo conoscevano insediamenti a pianta ortogonale, ma avevano anche costruito grandi residenze collettive – i cosiddetti mounds, ‘tumuli’ – disperse in una vasta area a sud dei Grandi Laghi. Questi tumuli potevano raggiungere i 300 metri di lunghezza o di diametro e la loro pianta presentava una grande varietà di forme: alcuni erano quadrati o circolari, altri a forma di uccelli, di quadrupedi, di serpenti. Sembra che all’epoca dell’arrivo degli europei fossero già stati abbandonati” riportata in: RYKWERT, Joseph, The Seduction of Place. The History and Future of the City, New York, 2000, pp. 34-35 (tr. it. di Duccio Sacchi, La seduzione del luogo. Storia e futuro della città, Torino, Einaudi, 2003, pp. 61-62)

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La Gregotteide

ottobre 22, 2010

Riportiamo qualche riga da un ironico articolo apparso su “Il Foglio” del 15/10/2010 a firma di Camillo Langone.  Il tema dell’ articolo riguarda quei  “giochi” che vengono condotti, con alterne ma frequenti cadenze, anche mensili, allo scopo di tributare l’ ennesimo sfolgorante successo  al professionista che ha fatto della sua vita una grande Gregotteide, un “racconto” umano denso di significati e di insegnamenti. Dai suoi libri e dai suoi discorsi, soprattutto quelli recenti, apprendiamo come il corso della sua vita sia stata una continua affermazione delle proprie idee, e con acuto spirito critico ci informa che, in fondo, la sua vita e la sua opera sono lo specchio dell’ architettura moderna, anzi, dell’ interno XX secolo (cfr. Vittorio Gregotti. Autobiografia del XX secolo, Skira 2005). I maestri del moderno? Qualcuno potrebbe pensare che siano quasi personaggi minori. I principali artisti contemporanei? Vi invitiamo a verificare voi stessi. E’ con questo acume e con questo sofisticato spirito critico che lo abbiamo sentito in varie occasioni invitare gli studenti universitari a strappare le pagine dei libri di storia in cui appariva il progetto della Chapelle de Ronchamp: un incomprensibile ed inspiegabile errore ai suoi occhi che poteva meritare come commento solo l’ appena citata provocazione. E’ un vero peccato verificare come  persone che non possono certo lamentare di aver avuto poche occasioni  professionali ed economiche nella vita sentano anche il bisogno di ostentarle, trasfigurarle, mitizzarle allo scopo forse di aggiungere adulatori a collaboratori già riconoscenti, in circolo vizioso di cui non ravvediamo l’ utilità. Diventa noioso ed addirittura poco gradevole dover sopportare oltre al narcisismo e all’ ostentato presenzialismo anche certe opinioni/amenità, ben lontane dall’ essere un serio e meditato giudizio storico/critico. Non si può tuttavia togliere a Gregotti il ruolo che ha avuto in passato. Dal “Territorio dell’ architettura” al progetto per l’ Università della Calabria, tuttavia è passato molto tempo. Ma a ben guardare né il suo ruolo di professore,  di direttore di rivista e saggista hanno potuto impedire che in alcuni suoi progetti fosse evidenziato il seme del fallimento di un certo modo totalizzante di fare architettura.  E’ voluto il fatto che abbia chiamato in causa proprio il progetto per l’ Università della Calabria, forse il miglior progetto di Gregotti  nonostante la pessima realizzazione non ascrivibile al suo autore: il rapporto con il paesaggio circostante non è vissuto anche dal fruitore ma solo dall’ oggetto-edificio, col risultato di trasmettere una forte sensazione di alienante castrazione visiva. Chi vi è stato almeno una volta, camminando sulla grande strada ponte o nei bui corridoi dei dipartimenti,  può capire quello che scrivo. Nella fruizione inoltre l’ edificio risulta così ripetitivo e scontato, privo di qualsiasi effetto città, che non è possibile percorrerlo senza il supporto della cartellonistica informativa poiché non vi si riscontrano reali punti di riferimento. Esperienza simile, nel rapporto uomo-architettura-contesto, si può riscontrare allo Zen.

Credo che ci sia abbastanza per riflettere. Per sorridere leggete qui sotto:

“ Ci sono personaggi che le idee dovrebbero smettere di farsele venire, visto i risultati pratici delle loro elucubrazioni, e parecchi di questi li troveremo […] al convegnone “Idee Italiane”, (15-16 ottobre 2010 n.d.r.) presso l’ Auditorium Pirelli di Milano Bicocca. Si parlerà molto di architettura e la giornata di sabato sarà una vera e propria Gregotteide. Sarà di Vittorio Gregotti l’ introduzione, di uno storico collaboratore di Gregotti la prima relazione, di un altro collaboratore di Gregotti la seconda, di un grande estimatore di Gregotti (lo definì sul Corriere “l’ ultimo dei maestri” o qualcosa del genere) la relazione numero tre, di un ennesimo sodale di Gregotti la numero quattro, e lo so che sto stufando, che oramai avete capito, ma per completezza di informazione devo dirvi che nemmeno il quinto relatore verrà da fuori, anche lui sarà una persona di famiglia: un co-autore di libri di Gregotti. I relatori numero sei e sette[…]gravitano nell’ orbita dell’ ultimo dei Grandi Maestri, insieme hanno fatto convegni e libri perché Gregotti è Gregotti in tutta Europa, forse in tutto il mondo. L’ intervento finale sarà di Gae Aulenti, gregottiana di ferro fin dagli anni Cinquanta, quando entrambi collaboravano a Casabella […] incredibile ma vero la Gregotteide si svolgerà nel Gregottianum […]”

Per  dovere di informazione riferiamo che le persone evocate sono nell’ ordine: Carlo Magnani, Franco Purini, Luca Molinari, Bernardo Secchi, Fulvio Irace, Rafael Moneo, Joseph Rykwert. Tuttavia crediamo che non sia il presunto rapporto con Gregotti il dato fondamentale, bensì il corto circuito che può generarsi quando queste persone sono invitate a parlare dello stato della cultura e dell’ architettura in Italia, della sua creatività e della sua capacità di innovazione. Della sua capacità di innovazione. Meditiamo ancora una volta.

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