Posts Tagged ‘Rem Koolhaas’

L’ottimismo della leadership anestetizza la riflessione critica

gennaio 23, 2013

La frase che riporto qui sotto in grassetto è tratta da un editoriale del Corsera del 23/01/2013 di Giovanni Sartori.

Prendendo spunto dalla pubblicazione di un recente libro, l’autore riflette sui meccanismi e gli effetti dell’ottimismo superficiale. Forse in architettura negli ultimi anni è accaduto qualcosa di simile ad architetti come Rem Koolhaas. Dalla sperimentazione alla comunicazione…

http://www.corriere.it/editoriali/13_gennaio_23/economia-prozac_9d211208-6524-11e2-a9ef-b9089581fbcf.shtml

Un libro molto letto, oggi, nelle università americane, è Prozac Leadership di David Collinson: un titolo che dice tutto, e cioè che il crac è figlio di una cultura che «premiando l’ottimismo ha indebolito la capacità di pensare criticamente, ha anestetizzato la sensibilità al pericolo».

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The Hollywood Tower: Rem Koolhaas e Russ Meyer

dicembre 2, 2010

Rem Koolhaas (Remment Lucas Koolhaas) è oggi uno degli architetti più noti al mondo. Tuttavia, come spesso accade con le persone ancora in vita, la sua biografia non è stata scandagliata con la dovuta sistematicità critica da quanti studiano il suo lavoro. Tale fenomeno è in parte attribuibile al fatto che le pubblicazioni risultano limitate dal taglio meramente divulgativo dovuto al contesto “giornalistico” in cui le notizie su Rem Koolhaas sono via via apparse. Inoltre gli intervistatori sono spesso mossi  dal semplice gusto della curiosità, del fare notizia, circa le vicende umane e gli episodi avvenuti in precedenza. Tuttavia tra questi numerosi contributi giornalistici alla biografia e al pensiero di Koolhaas, uno dei più rilevanti è senza dubbio rappresentato dall’ intervista realizzata dal settimanale Der Spiegel a cura di Matthias Matussek e Joachim Kronsbein nel marzo del 2006. Intitolata “Evil Can also Be Beatiful rappresenta una veloce ma suggestiva analisi dei rapporti tra politica e architettura, con stimolanti considerazioni sulla città contemporanea e sul ruolo dell’ architetto oggi. Sostanzialmente una riflessione disincantata sulla condizione di postmodernità in cui noi tutti ci ritroviamo oggi: emerge soprattutto la statura di Koolhaas come critico,  statura confermata da fortunate pubblicazioni e taglienti pamphlet. Gli scritti di Koolhaas hanno un valore di gran lunga superiore a quello della sua architettura che al contrario rende evidente gli scollamenti tra teoria e prassi, tra critica al sistema capitalista contemporaneo e volontà di scendere a patti con esso.

Frasi programmatiche come “accept the world in all it’s sloppiness and somehow make that into a culture” rivelano il senso estetico e la consapevolezza della complessità dell’ architettura contemporanea, ma a tratti sembrano anche una sconfortata dichiarazione in bilico tra cinismo e un certo nichilismo radical-chic: Rem Koolhaas prefigura un’ architettura ideologicamente antiprogressista o antimodernista (cioè “indifferente” ai problemi della città o della società contemporanea) ed allo stesso tempo una ricerca che tenda al “sublime” ovvero ad una nuova autonomia artistica (cfr. Oedipus Rem, An Interwiew with Rem Koolhaas, a cura di  Lynn Becker). Ma tale metodo investigativo e di analisi può configurarsi concretamente in una “messa in scena” architettonica? Per rispondere a tale domanda ci viene in aiuto proprio la sopracitata intervista pubblicata su Der Spiegel in cui Koolhaas ci parla della “Hollywood tower”, ovvero di quello che probabilmente è il suo primo lavoro teorico/architettonico:

I wrote it in 1974 with Rene Daalder, and it consists of three levels. At the first level, wealthy Arabs buy up the Hollywood film archive and build a computer with which any star can be put back on the screen. The second level deals with the Nixon administration, which spends a fortune helping out-of-work actors — including Lassie — get jobs in the movies again. Finally, the third level is about Russ Meyer, of course, who is shooting a porn film — the last form of humanism.

In altre parole la città in forma di unico edificio in cui l’ architettura non è altro che il piedistallo, il palco dell’ exploitation contemporanea: la violenta estetizzazione del “soggetto-oggetto” corrisponde per contrappasso alla sua stessa possibilità di utilizzazione e sfruttamento in senso commerciale. Non è un caso che Rem Koolhaas sottoponga proprio a Russ Meyer,  il regista di “Faster, Pussycat! Kill! Kill!” tanto amato da Quentin Tarantino,  il manoscritto/sceneggiatura della “Hollywood tower”: il disinteresse del regista nei confronti dell’ ambiziosa sceneggiatura chiuderà definitivamente la parentesi di Koolhaas nel mondo del cinema. (1)

Né il testo della  “Hollywood tower” né i motivi del disinteresse di Meyer sono stati sufficientemente analizzati:  in attesa che qualche studioso compia delle indagini su questo scritto, possiamo solo ipotizzare la mancanza di ironia in quel lavoro di Koolhaas. Se Meyer utilizzava donne avvenenti e prosperose come improbabili protagoniste dei suoi film, satira di una società estetizzata dal sesso e dalla violenza, la descrizione della sceneggiatura koolhaasiana si presentava al contrario come un caleidoscopio premonitore di una realtà estetizzata dal denaro e dalla “crisi”. Nessuna ironia dunque nel giovane Koolhaas: la “Hollywood tower” era un messaggio che voleva essere innanzitutto un’ affermazione capace di prefigurare una realtà oggi dannatamente vera.

(1)

http://www.imdb.com/name/nm0465549/

http://www.bromet.nl/home/130

http://www.polytechpress.com/rem-koolhaas-oma-the-construction-of-merveilles/

Rem Koolhaas negli anni ‘60, studente presso la  Nederlandse Film en Televisie Academie di Amsterdam diretta da suo padre Anthonie, ha fatto parte del gruppo di cineasti denominato “1,2,3 Groep” con Rene Daalder, Samuel Meyering, Jan de Bont e Frans Bromet. Di questa esperienza ci rimangono alcuni film tra cui: 1,2,3 Rhapsodie, 1964; Body and Soul, 1966; De blanke Slavin. Intriges van een decadente zonderling, 1969.

Another Rem

novembre 24, 2010

Lebbeus Woods, nel suo interessante blog, ha pubblicato nell’ Ottobre 2009 una breve riflessione su Rem Koolhaas. Rivolgendo la memoria alle vicende del concorso del Parc de la Villette rievoca un Rem Koolhaas di cui in effetti non sentiamo più parlare da tempo.

L’ architetto di S,M,L,XL (co-curatore assieme al grafico Bruce Mau) un tempo innovativo, provocatore, critico, appare oggi agli occhi di Woods, e anche ai nostri, meno stimolante di allora.  Negli ultimi anni si è dedicato essenzialmente al ruolo di divulgatore, di comunicatore della contemporaneità, finendo il più delle volte per comunicare comunicazione: il significato architettonico di utilizzare fotomontaggi volutamente kitsch o pastiche allegorici affiancati a grafici e statistiche a volte ci sfugge, mentre ci sfugge completamente quando la “messa in scena” trasforma la grafica e le immagini di quotidiani e settimanali in un meccanismo di ironica ostentazione informativa che ripercorre evidenti luoghi comuni.

Se  Rem Koolhaas in Content ci dice che  “Architecture is a fuzzy amalgamation of ancient knowledge and contemporary practice, an awkward way to look at the world and an inadequate medium to operate on it”, evidentemente non può non pensare che tale  inadeguatezza non si intraveda anche nei compromessi visibili in alcuni suoi progetti. Progettare edifici che ricordano la Death Star (la Morte Nera) di Star Wars (o un modello di radio della Panasonic?) e realizzare una Concert Hall come quella di Porto estremamente complessa nella sua “forma” esteriore ed allo stesso tempo estremamente banale e consueta, un semplice rettangolo, nella sala vera e propria da concerti ci sembra uno spettacolo sufficientemente “commestibile” al grande pubblico.

Tuttavia lo stesso Koolhaas non ha mai nascosto i suoi ammiccamenti al sistema mercato, le sue ambigue relazioni con le forze della globalizzazione, col contestato e allo stesso tempo contemplato capitalismo dello Y€$. In via ulteriore possiamo aggiungere che Koolhaas ha manifestato più volte un certo conformismo da salotto radicale, luogo ideale dal quale denunciare le complessità e le contraddizioni del contemporaneo e dal quale promuovere gradevoli chiccherie in forma di progetti o fotomontaggi dalle apparenze (o forme) complesse e dai contenuti spesso ameni. Rem Koolhaas appare dunque come una macchina duale, capace di confezionare prodotti architettonici, di sfornare ricette urbanistiche pronte a vari usi (alludendo ai progetti per Dubai, non importi che ci si trovi in mezzo al deserto o in mezzo ad una darsena marina), si può perfino permettere, attraverso AMO/OMA, di essere una macchina celibe per produrre ricerca: è un vero peccato che la perfetta macchina dell’ archistar sommerga di “pubblicità” quanto di interessante egli riesca tuttavia a suggerire.

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