Go West, young man! (1)

dicembre 6, 2011

<<Chiamatemi Ismaele>>

Call me Ishmael.  Con questo incipit Herman Melville dà avvio a Moby Dick,  uno dei suoi più noti romanzi.  Il libro pubblicato per la prima volta a New York nel 1851 narra il viaggio della baleniera Pequod e le avventure intraprese dai membri del suo equipaggio, sotto la guida del leggendario e famigerato capitano Achab.

Chiamatemi Ismaele. Alcuni anni fa – non importa quanti esattamente – avendo pochi o punti denari in tasca e nulla di particolare che mi interessasse a terra, pensai di darmi alla navigazione e vedere la parte acquea del mondo. E’ un modo che io ho di cacciare la malinconia e di regolare la circolazione.Ogni volta che m’accorgo di atteggiare le labbra al torvo, ogni volta che nell’anima mi scende un novembre umido e piovigginoso, ogni volta che mi accorgo di fermarmi involontariamente dinanzi alle agenzie di pompe funebri e di andar dietro a tutti i funerali che incontro, e specialmente ogni volta che il malumore si fa tanto forte in me che mi occorre un robusto principio morale per impedirmi di scendere risoluto in istrada e gettare metodicamente per terra il cappello alla gente, allora decido che è tempo di mettermi in mare al più presto. Questo è il mio surrogato della pistola e della pallottola. Con un bel gesto filosofico Catone si getta sulla spada: io cheto cheto mi metto in mare. Non c’è nulla di sorprendente in questo. Se soltanto lo sapessero, quasi tutti gli uomini nutrono, una volta o l’altra, ciascuno nella sua misura, su per giù gli stessi sentimenti che nutro io verso l’oceano.
 
H. Melville, Moby Dick o la Balena, traduzione di Cesare Pavese, Adelphi, Milano. 9. ed. 2004

Ripercorrendo l’ inizio del libro, nella melanconica traduzione italiana di Cesare Pavese che ho qui sopra riproposto, scopriamo come Melville trasferisca “per mare” tutte le passioni,  le ansie e le aspettative di coloro che si recavano alla volta dell’ America, il Nuovo Continente in cui riporre  speranza e cercare fortuna.

 

Sarà proprio lo scrittore americano a scrivere nel precedente libro White-Jacket (1850) una sintomatica definizione che conferì significato di epopea religiosa alla “missione” dei nuovi pionieri:

We Americans are the peculiar, chosen people — the Israel of our time; we bear the ark of the liberties of the world […] We are the pioneers of the world, the advanceguard sent on through the wilderness of untried things, to break  a new path in the New World that is ours.

Dunque Melville, trovò alimento letterario, proprio in ciò che viveva in prima persona, che aveva sotto gli occhi: il nostro pensiero non deve andare solamente alle sue esperienze di marinaio a bordo di varie spedizioni navali, ma soprattutto deve essere rivolto verso i vasti territori degli USA e le imprese dei primi coloni che abbandonando il “provinciale” New England si dirigono verso West.

Melville non interpreta solo il fascino mistico rappresentato dal viaggio e dall’ ignoto, sin dal suo scritto di esordio Typee. Avventura in Polinesia (1846), propone storie che suonano quasi come appelli ad una vita libera ed a contatto con la natura, con l’ aggiunta di un moderno fascino documentaristico.

Fin dai suoi primi scritti Melville decide di inserire pagine di tono scientifico e nel desiderio di raccontare la “verità” in Typee aggiunge anche una carta geografica; il fascino della “rivelazione” però arriva con Moby Dick: al lettore, come in precedenza, non sono risparmiate lunghe digressioni tecniche ed enciclopediche, talvolta perfino pedanti, ma soprattutto vengono scelti per i protagonisti nomi capaci di suggerire il senso di tutto il viaggio narrato.

Se in Typee il messaggio è rappresentato dalla diserzione dalla nave alla volta di un mondo selvaggio, di una terra nuova ed incontaminata, in Moby Dick, attraverso l’ allegoria epica del viaggio per mare, si richiamano le spedizioni reali verso il West.

Dunque potremmo dire che mentre Achab cerca il senso della sua vita nelle profondità oscure dell’ oceano, il pioniere le ricerca nella frontiera e nella wilderness.

Inoltre Achab, Elijah, Gabriel, Ishmael sono senza dubbio nomi tratti dalle sacre scritture, ma nomi simili erano comuni nel New England e Melville ha legittimamente attinto dalla quotidianità creando una tensione tra piano narrativo e quello della cronaca del tempo.

A questa ricerca della verità, a tratti ingenua e in parte inconsapevole, egli sarà capace di aggiungere il messaggio “biblico” e contemporaneamente la vocazione, lo spirito che animava gli americani dell’ epoca,  proprio a partire da una rielaborazione di esperienze personali.

Naturalmente siamo consapevoli dei limiti della lettura proposta. I viaggi proposti da Melville è chiaro come non siano né semplici cronache, né una trovata letteraria, neppure il semplice desiderio di evocare citazioni epiche e letterarie: si tratta chiaramente di viaggi  ed avventure dal significato universale, proprio come universale è la vicenda degli esploratori  delle ignote terre del West tra desiderio di affermazione e paura dell’ ignoto.

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