Parco a tema della resistenza a Mleeta (Beirut)

giugno 6, 2011

Una nuova forma di monumento? Contemporaneità portata all’ eccesso? Profanazione della sacralità della memoria?

Sarebbe troppo semplice pensare che gli ideatori del Landmark turistico della Resistenza araba a Mleeta non si siano posti alcuni quesiti specifici nell’ elaborare il progetto che presentiamo.

Dal sito internet ufficiale riportiamo la seguente descrizione di questo particolarissimo progetto:

“Essendo il primo del suo genere, questo luogo indaga la memoria di una fase della storia del Libano. Questo è un museo naturale, circondato dalla natura affascinante e dalle montagne. Il suo scopo è quello di preservare i luoghi in cui vivevano i Mujahideen, dando alle persone la possibilità di conoscere lo stile di vita e l’esperienza unica della resistenza islamica contro il nemico israeliano, dal momento dell’ occupazione di Beirut nel 1982. Questo monumento, punto di riferimento di Mleeta, contribuisce al rafforzamento del movimento turistico nel sud del Libano, favorendo la cooperazione tra le città e i villaggi del sud che sono stati oscurati dalla mappa politica, sia a causa di negligenza cronica che dell’ occupazione dei territori”.

Non si tratta dunque di un monumento semplicemente per celebrare e/o per ricordare. Il tentativo è più ampio e a tratti meno prosaico: questo parco a tema/ landmark è anche un museo della propaganda per raccontare una storia alternativa, per parlare di Hezbollah dal punto di vista arabo. E’ un monumento ad una morale capace di scardinare la dottrina della “deterrenza” imposta dalla legge del più forte.

Inoltre nelle intenzioni degli autori vi era l’ idea di fornire al territorio una vera e propria attrazione turistica.

Le implicazioni di tali scelte potrebbero essere discusse a lungo, per ora ci soffermiamo su un elemento che ha particolarmente attratto la nostra attenzione, ovvero l’ utilizzo a fini espositivi –e non solo- delle armi.

Se negli intenti della realizzazione si trova una rivendicazione politica,  l’ impiego di elmetti, munizioni, fucili, sacchi di sabbia, maschere antigas, barelle, bombe, e artiglieria di vario tipo come elementi che partecipano attivamente alla creazione degli spazi e dei percorsi rende evidente tutto il dramma della guerra.

Armi dunque utilizzate in maniera non retorica come al contrario avviene in molti monumenti che si vedono nelle nostre piazze in cui i cannoni vengono esposti ad imperitura memoria di gloriosi e virili eroi da celebrare senza interrogarsi sull’ orrore e sulla violenza della battaglia, sulle paure e la miseria della condizione umana.

La scelta specifica di non esporre solamente armi a lungo raggio –che dal punto di vista psicologico liberano l’ uomo dagli istinti personali aggressivi e/o assassini- ribadisce il discorso portando l’ attenzione del visitatore non solo alla disparità di mezzi ma anche alla precaria condizione del soldato che deve difendersi “personalmente”.

Per tale motivo il percorso è progettato per portare il visitatore nei nascondigli sotterranei dei combattenti libanesi e il paesaggio è stato plasmato per evidenziare tutte le sue asperità oltre che per simulare le condizioni di vita spartane dei combattenti.

Il luogo centrale del grande parco-monumento è tuttavia “The Abyss”, il grande vuoto caratterizzato da una lunga rampa circolare dalla quale si osservano i relitti della guerra e dell’ odio: il tutto è rappresentato come un’ esplosione cristallizzata che sembra investire sia i visitatori sia gli edifici circostanti.

Non importa che i cannoni e i carri armati che sprofondano nella terra che una volta era la base di Hezbollah siano israeliani. L’ importante è che affondino “in the abyss” portandosi via tutte le armi, nella speranza, un giorno, che il mondo non abbia né muri né confini.

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