Università per ricchi: 40 mila euro di reddito per fare il professore a contratto

marzo 3, 2011

Chi mi conosce, conosce bene anche la mia opinione sull’ università e sulla riforma: penso che non serva alcuna riforma; le strutture universitarie, i loro apparati, i meccanismi di accesso all’ insegnamento e alla ricerca andrebbero totalmente ripensati, rivoluzionati. Allo stesso modo gran parte del corpo docente dovrebbe essere rinnovato e sostituito: alludo ai professori privi di qualsiasi vocazione e incapaci di fornire reali stimoli di crescita civile e culturale.  Nel testo della legge di riforma si era vista qualche rara buona intenzione, ma gli emendamenti sono stati capaci di peggiorare per quanto possibile la situazione. In particolare un emendamento “antiprecari”, palesemente discriminante, che come riferiscono le cronache è stato voluto dal Pd ed è passato quasi sotto silenzio sentenziando l’ ennesima congiuntura politica tra parti virtualmente avverse. Tale emendamento pone come requisito di idoneità all’ insegnamento per gli incaricati non di ruolo  un reddito superiore ai 40mila euro. Tutto questo per evitare forme di precariato, si giustificano i sottoscrittori dell’ emendamento, poichè bisogna  scontare il fatto che molti contratti sono gratuiti o per poche migliaia di euro per un semestre. E così molti, da precari diventano disoccupati. Potranno continuare a fare i precari come collaboratori alla didattica, tutor o esercitatori, regredendo ulteriormente nella scala sociale ed in quella dei titoli universitari. Inutile dire che il provvedimento colpisce i più giovani e i volontari, spesso sprovvisti del fatturato richiesto. Il merito misurato col reddito è una mortificante discriminazione partorita da menti obnubilate dall’ ignoranza e dal pregiudizio, perché dimostrano tutta l’ incapacità della politica di riflettere ed immaginare le conseguenze delle proprie azioni. Ad un mondo fatto di cultura, onestà ed immaginazione viene anteposto quello basato sul reddito, a destra come a sinistra. Un mondo basato sul consolidarsi dei diritti acquisiti in una forma primordiale ed ancestrale.  Al di là di tutto ho avuto numerose rassicurazioni da docenti che tale articolo sarà modificato, così come altri articoli. Spero che sia così, ma nel frattempo credo che sia necessario parlarne e combattere l’ inedia con l’azione.

Tuttavia nella vicenda c’è una cosa che mi lascia particolarmente amareggiato.

Giorgio Napolitano, nel promulgare la legge di riforma dell’ università, ha contestualmente evidenziato “talune criticità”, aggiungendo malinconia a tristezza.

In una nota diffusa dal Quirinale ed inviata al Presidente del Consiglio dei Ministri spiega  infatti quali siano i problemi con parole meste, placide, dal tono burocratico e velatamente indifferente. Una composta osservazione che demanda ad altri le responsabilità.

“Promulgo la legge, ai sensi dell’art. 87 della Costituzione, non avendo ravvisato nel testo motivi evidenti e gravi per chiedere una nuova deliberazione alle Camere, correttiva della legge approvata a conclusione di un lungo e faticoso iter parlamentare. L’attuazione della legge è del resto demandata a un elevato numero di provvedimenti, a mezzo di delega legislativa, di regolamenti governativi e di decreti ministeriali; quel che sta per avviarsi è dunque un processo di riforma, nel corso del quale saranno concretamente definiti gli indirizzi indicati nel testo legislativo e potranno essere anche affrontate talune criticità, riscontrabili in particolare negli articoli 4, 23 e 26. Per quel che riguarda l’articolo 6, concernente il titolo di professore aggregato – pur non lasciando la norma, da un punto di vista sostanziale, spazio a dubbi interpretativi della reale volontà del legislatore – si attende che ai fini di un auspicabile migliore coordinamento formale, il governo adempia senza indugio all’impegno assunto dal Ministro Gelmini nella seduta del 21 dicembre in Senato, eventualmente attraverso la soppressione del comma 5 dell’articolo. Per quanto concerne l’art. 4 relativo alla concessione di borse di studio agli studenti, appare non pienamente coerente con il criterio del merito nella parte in cui prevede una riserva basata anche sul criterio dell’appartenenza territoriale. Inoltre l’art. 23, nel disciplinare i contratti per attività di insegnamento, appare di dubbia ragionevolezza nella parte in cui aggiunge una limitazione oggettiva riferita al reddito ai requisiti soggettivi di carattere scientifico e professionale. Infine è opportuno che l’art. 26, nel prevedere l’interpretazione autentica dell’art. 1, comma 1, del decreto legge n. 2 del 2004 sia formulato in termini non equivoci e corrispondenti al consolidato indirizzo giurisprudenziale della Corte Costituzionale. Al di là del possibile superamento – nel corso del processo di attuazione della legge – delle criticità relative agli articoli menzionati, resta importante l’iniziativa che spetta al governo in esecuzione degli ordini del giorno Valditara e altri G 28.100, Rusconi ed altri G24.301, accolti nella seduta del 21 dicembre in Senato, contenenti precise indicazioni anche integrative – sul piano dei contenuti e delle risorse – delle scelte compiute con la legge successivamente approvata dall’Assemblea. Auspico infine che su tutti gli impegni assunti con l’accoglimento degli ordini del giorno e sugli sviluppi della complessa fase attuativa del provvedimento, il governo ricerchi un costruttivo confronto con tutte le parti interessate”. (fonte:  http://www.repubblica.it/scuola/2010/12/30/news/napolitano_universit-10718988/ )

Questa nota è un problema di altro ordine. Rappresenta quel genere di persona, efficiente, ligia al proprio dovere ed al proprio lavoro da poter apparire  allo stesso tempo autorevole ed indifferente, burocratica e disumana.

Questo genere di persone, rappresentano il modello di efficienza e rispettabilità politica inauguratosi col contemporaneo,  con il ‘900.

Quando alle sperequazioni si risponde con tono sommessamente burocratico, ad evidenti ingiustizie si risponde con anestetiche osservazioni, la politica con l’ uomo perde quello che ha di umano. Ti viene in mente che forse di questo modello di persona e di politico non ce ne libereremo mai.

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