The Hollywood Tower: Rem Koolhaas e Russ Meyer

dicembre 2, 2010

Rem Koolhaas (Remment Lucas Koolhaas) è oggi uno degli architetti più noti al mondo. Tuttavia, come spesso accade con le persone ancora in vita, la sua biografia non è stata scandagliata con la dovuta sistematicità critica da quanti studiano il suo lavoro. Tale fenomeno è in parte attribuibile al fatto che le pubblicazioni risultano limitate dal taglio meramente divulgativo dovuto al contesto “giornalistico” in cui le notizie su Rem Koolhaas sono via via apparse. Inoltre gli intervistatori sono spesso mossi  dal semplice gusto della curiosità, del fare notizia, circa le vicende umane e gli episodi avvenuti in precedenza. Tuttavia tra questi numerosi contributi giornalistici alla biografia e al pensiero di Koolhaas, uno dei più rilevanti è senza dubbio rappresentato dall’ intervista realizzata dal settimanale Der Spiegel a cura di Matthias Matussek e Joachim Kronsbein nel marzo del 2006. Intitolata “Evil Can also Be Beatiful rappresenta una veloce ma suggestiva analisi dei rapporti tra politica e architettura, con stimolanti considerazioni sulla città contemporanea e sul ruolo dell’ architetto oggi. Sostanzialmente una riflessione disincantata sulla condizione di postmodernità in cui noi tutti ci ritroviamo oggi: emerge soprattutto la statura di Koolhaas come critico,  statura confermata da fortunate pubblicazioni e taglienti pamphlet. Gli scritti di Koolhaas hanno un valore di gran lunga superiore a quello della sua architettura che al contrario rende evidente gli scollamenti tra teoria e prassi, tra critica al sistema capitalista contemporaneo e volontà di scendere a patti con esso.

Frasi programmatiche come “accept the world in all it’s sloppiness and somehow make that into a culture” rivelano il senso estetico e la consapevolezza della complessità dell’ architettura contemporanea, ma a tratti sembrano anche una sconfortata dichiarazione in bilico tra cinismo e un certo nichilismo radical-chic: Rem Koolhaas prefigura un’ architettura ideologicamente antiprogressista o antimodernista (cioè “indifferente” ai problemi della città o della società contemporanea) ed allo stesso tempo una ricerca che tenda al “sublime” ovvero ad una nuova autonomia artistica (cfr. Oedipus Rem, An Interwiew with Rem Koolhaas, a cura di  Lynn Becker). Ma tale metodo investigativo e di analisi può configurarsi concretamente in una “messa in scena” architettonica? Per rispondere a tale domanda ci viene in aiuto proprio la sopracitata intervista pubblicata su Der Spiegel in cui Koolhaas ci parla della “Hollywood tower”, ovvero di quello che probabilmente è il suo primo lavoro teorico/architettonico:

I wrote it in 1974 with Rene Daalder, and it consists of three levels. At the first level, wealthy Arabs buy up the Hollywood film archive and build a computer with which any star can be put back on the screen. The second level deals with the Nixon administration, which spends a fortune helping out-of-work actors — including Lassie — get jobs in the movies again. Finally, the third level is about Russ Meyer, of course, who is shooting a porn film — the last form of humanism.

In altre parole la città in forma di unico edificio in cui l’ architettura non è altro che il piedistallo, il palco dell’ exploitation contemporanea: la violenta estetizzazione del “soggetto-oggetto” corrisponde per contrappasso alla sua stessa possibilità di utilizzazione e sfruttamento in senso commerciale. Non è un caso che Rem Koolhaas sottoponga proprio a Russ Meyer,  il regista di “Faster, Pussycat! Kill! Kill!” tanto amato da Quentin Tarantino,  il manoscritto/sceneggiatura della “Hollywood tower”: il disinteresse del regista nei confronti dell’ ambiziosa sceneggiatura chiuderà definitivamente la parentesi di Koolhaas nel mondo del cinema. (1)

Né il testo della  “Hollywood tower” né i motivi del disinteresse di Meyer sono stati sufficientemente analizzati:  in attesa che qualche studioso compia delle indagini su questo scritto, possiamo solo ipotizzare la mancanza di ironia in quel lavoro di Koolhaas. Se Meyer utilizzava donne avvenenti e prosperose come improbabili protagoniste dei suoi film, satira di una società estetizzata dal sesso e dalla violenza, la descrizione della sceneggiatura koolhaasiana si presentava al contrario come un caleidoscopio premonitore di una realtà estetizzata dal denaro e dalla “crisi”. Nessuna ironia dunque nel giovane Koolhaas: la “Hollywood tower” era un messaggio che voleva essere innanzitutto un’ affermazione capace di prefigurare una realtà oggi dannatamente vera.

(1)

http://www.imdb.com/name/nm0465549/

http://www.bromet.nl/home/130

http://www.polytechpress.com/rem-koolhaas-oma-the-construction-of-merveilles/

Rem Koolhaas negli anni ‘60, studente presso la  Nederlandse Film en Televisie Academie di Amsterdam diretta da suo padre Anthonie, ha fatto parte del gruppo di cineasti denominato “1,2,3 Groep” con Rene Daalder, Samuel Meyering, Jan de Bont e Frans Bromet. Di questa esperienza ci rimangono alcuni film tra cui: 1,2,3 Rhapsodie, 1964; Body and Soul, 1966; De blanke Slavin. Intriges van een decadente zonderling, 1969.

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