Another Rem

novembre 24, 2010

Lebbeus Woods, nel suo interessante blog, ha pubblicato nell’ Ottobre 2009 una breve riflessione su Rem Koolhaas. Rivolgendo la memoria alle vicende del concorso del Parc de la Villette rievoca un Rem Koolhaas di cui in effetti non sentiamo più parlare da tempo.

L’ architetto di S,M,L,XL (co-curatore assieme al grafico Bruce Mau) un tempo innovativo, provocatore, critico, appare oggi agli occhi di Woods, e anche ai nostri, meno stimolante di allora.  Negli ultimi anni si è dedicato essenzialmente al ruolo di divulgatore, di comunicatore della contemporaneità, finendo il più delle volte per comunicare comunicazione: il significato architettonico di utilizzare fotomontaggi volutamente kitsch o pastiche allegorici affiancati a grafici e statistiche a volte ci sfugge, mentre ci sfugge completamente quando la “messa in scena” trasforma la grafica e le immagini di quotidiani e settimanali in un meccanismo di ironica ostentazione informativa che ripercorre evidenti luoghi comuni.

Se  Rem Koolhaas in Content ci dice che  “Architecture is a fuzzy amalgamation of ancient knowledge and contemporary practice, an awkward way to look at the world and an inadequate medium to operate on it”, evidentemente non può non pensare che tale  inadeguatezza non si intraveda anche nei compromessi visibili in alcuni suoi progetti. Progettare edifici che ricordano la Death Star (la Morte Nera) di Star Wars (o un modello di radio della Panasonic?) e realizzare una Concert Hall come quella di Porto estremamente complessa nella sua “forma” esteriore ed allo stesso tempo estremamente banale e consueta, un semplice rettangolo, nella sala vera e propria da concerti ci sembra uno spettacolo sufficientemente “commestibile” al grande pubblico.

Tuttavia lo stesso Koolhaas non ha mai nascosto i suoi ammiccamenti al sistema mercato, le sue ambigue relazioni con le forze della globalizzazione, col contestato e allo stesso tempo contemplato capitalismo dello Y€$. In via ulteriore possiamo aggiungere che Koolhaas ha manifestato più volte un certo conformismo da salotto radicale, luogo ideale dal quale denunciare le complessità e le contraddizioni del contemporaneo e dal quale promuovere gradevoli chiccherie in forma di progetti o fotomontaggi dalle apparenze (o forme) complesse e dai contenuti spesso ameni. Rem Koolhaas appare dunque come una macchina duale, capace di confezionare prodotti architettonici, di sfornare ricette urbanistiche pronte a vari usi (alludendo ai progetti per Dubai, non importi che ci si trovi in mezzo al deserto o in mezzo ad una darsena marina), si può perfino permettere, attraverso AMO/OMA, di essere una macchina celibe per produrre ricerca: è un vero peccato che la perfetta macchina dell’ archistar sommerga di “pubblicità” quanto di interessante egli riesca tuttavia a suggerire.

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4 Risposte to “Another Rem”

  1. PEJA Says:

    Penso che la prima frase del secondo capoverso sia decisamente riassuntiva del cambiamento di rotta di Rem Koolhaas: un comportamento estremamente trasgressivo si è trasformato nella ricerca perpetua ed inesauribile del political uncorrect. Il voler rimanere alla vetta si è tramutato nel voler stupire a tutti i costi, e quindi allo sbagliare!

  2. michele Says:

    come è noto a chi ha progettato auditorium, la forma che ottimizza le condizioni acustiche è proprio la forma a-scatola-di-scarpe. Poi peraltro i musicisti sono persone molto sensibili, e per esprimersi al meglio gradiscono materiali caldi, legno, stoffe, anche per migliorare la resa acustica, appunto. come vedete quanto di più tradizionale…..per me casa della musica di Porto rimane un bellissimo progetto…..

    • lucaguido Says:

      da un punto di vista acustico la forma ottimale delle pareti credo che sia quella che assicuri una distribuzione quanto più uniforme possibile del suono…anche se il problema della riflessione delle pareti ammetto che non è questione da poco (di conseguenza meno pareti-meno problemi acustici)… Tuttavia il controllo della riverberazione e della coda sonora non costituiscono sempre e necessariamente un problema puramente acustico, ma possono essere stimoli architettonici. Detto ciò direi che la forma migliore è data probabilmente anche dal tipo di musica che vi si vorrà eseguire ed ascoltare…ma non è per questioni acustiche che la Casa della Musica di Porto è un progetto paradigmatico della contemporaneità (anzi forse lo è per una sua indifferenza a problemi di “contestualizzazione” -anche musicale-)…rem koolhaas credo che tenda al “sublime”, attraverso una sorta di nuova autonomia disciplinare, un discorso tutto interno all’ architettura e in questo si differenzia molto da altri architetti. quello che non condivido di koolhaas sono i suoi “percorsi” comunicativi…

  3. emanuele piccardo Says:

    Mi sembra che la tua riflessione sia condivisibile mettendo in evidenza la riscoperta del Rem teorico. D’altronde le sue opere più interessanti si fermano alla fine degli anni novanta. Le provocazioni in salsa bigness mi convincono poco, anche se bisogna riconoscere che l’olandese volante è l’unico che dialoga col mercato piegandolo alle sue regole.


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