Il disegno come racconto

aprile 13, 2010

estratto da:

Architettura come frammento

Recupero della Chiesa di San Michele in Roccaravindola-Franco Pedacchia

a cura di Luca Guido, Melfi, Casa editrice Librìa (2007)

[…] Si possono chiamare in causa numerose categorie come il sogno (la rêverie), il notturno, l’irrisolto e il labirintico, la fiaba, il disordine, l’interrotto, il relativo aprospettico, il discontinuo, il dinamico, il disordinato ecc. -tutte rigorosamente da ribadire ove necessario- ma difficilmente si potrà intendere il notevole patrimonio documentale di disegni che Pedacchia custodisce da anni, basandosi solo su elenchi di categorie da contrapporre ad altre. A dimostrare ciò sono proprio i suoi schizzi progettuali che sembrano soffrire all’idea di dover realizzare e dare riscontro a una sola delle mille idee che affollano la mente quando si è davanti al foglio di carta con i colori in mano come un bambino. E come un bambino, Pedacchia sembra voler scomporre in parti le architetture da esaminare, da verificare ancor prima che prendano vita, nonostante lo strumento del disegno appaia limitativo e incapace di rappresentare gli spazi nel loro svolgersi, nel loro dispiegarsi. Inoltre i disegni si susseguono anche a cantiere iniziato e perfino dopo che i singoli elementi del progetto abbiano già preso forma reale costruita: testimoniano le possibilità inesplorate, le strade che l’architetto avrebbe voluto intraprendere, servono a riconoscere gli errori della realizzazione. Nel caso in cui ci siano state divergenze tra realizzazione e progetto servono per dare verifica a soluzioni inaspettate, a presenze in qualche modo intruse. Ne emerge una critica al concetto di “centro”, di proporzione tra le parti, di gerarchie architettoniche che appaiono ribaltate rispetto ad un’ idea di “disciplina” -architettonica- autonoma ed interna al solo progetto. I particolari non trovano ragione di esistere solo per motivi realizzativi o di culto maniacale del disegno di architettura. Il progetto infatti è costituito da continui rimandi: la porta situata sul fronte principale attraverso le sue bucature di scarpiana memoria stimola a guardarvi attraverso per scoprire il mondo interno, la porta laterale stretta e allungata si conclude invece in due trapezi che fanno da cornice al piccolo borgo per chi guarda dai ruderi verso l’esterno; con gli stessi intenti di mostrare e/o nascondere nascono gli altri elementi del progetto come il pilastro inclinato e le varie recinzioni perimetrali. Ma la storia appare all’architetto ricca di esperienze interrotte, traboccante di sprechi e di forme inesplorate, vergini e piene di potenzialità. L’apparato figurativo per questo va oltre il semplice repertorio da “manuale”, per questo allude a recondite figure retoriche e metafore. L’allegorico in un ultimo tentativo di sopravvivere alla “realtà” sembra sfiorare i sogni e le idee per pietrificarle e dar loro un “senso”. Lo scrittore Silas Flannery protagonista di Se una notte d’ inverno un viaggiatore riflettendo sullo scrivere è dilaniato interiormente da simili preoccupazioni osservando una lettrice: “tra i suoi occhi e la pagina vola una farfalla bianca. Qualsiasi cosa lei stesse leggendo ora certo è la farfalla cha ha catturato la sua attenzione. Il mondo non scritto ha il suo culmine in quella farfalla. Il risultato cui devo tendere è qualcosa di preciso, di raccolto, di leggero […] che in qualche modo ‘somigli’ alla farfalla”.4 Il problema sembra divenire ciò che non è scritto, non- scrivibile, che in qualche modo non è contenibile nel linguaggio. Forse questo è il motivo per cui l’architettura di Pedacchia sembra fatta di opposti apparentemente insanabili (antico e moderno) e si mostra in figure enigmatiche che mettono assieme forme incongrue e misteriose come nei rebus. Farfalle volano sui ruderi e granchi sembrano avervi trovato dimora. “Come la farfalla e il granchio che illustrano il ‘Festina lente’ (affrettati lentamente, n.d.r.) nella raccolta di emblemi cinquecenteschi di Paolo Giovio, due forme animali entrambe bizzarre ed entrambe simmetriche, che stabiliscono tra loro un’ inattesa armonia”.5 Il granchio figura anfibia, le cui chele riproducono in un immaginario zoomorfo i bracci dell’àncora, contrappone la sua andatura discontinua, inquietante e contorta di polipede dal passo claudicante alla levità della farfalla: viene proposta una ben nota opposizione tra dei. Alla mobilità leggera di Mercurio si contrappone l’andatura pesante ed impedita di Efesto, l’aereo versus il sotterraneo, il piacere di una vita fuggevole ma rapida contro il lavoro faticoso e lungo del metallurgo. Granchio e farfalla sono creature di un “universo reversibile”, e simboli ammonitori che ci ricordano che in ogni procedere vi è un inabissamento. Ma dietro l’apparenza delle cose si cela sempre qualcosa di più misterioso che ci aiuta a costruire i riferimenti profondi e non solo formali tra mondi diversi. Naturalmente è ancora Calvino che ci apre la mente, che vuole dirci qualcos’altro, raccontando nel finale della sua conferenza sopracitata dedicata alla “rapidità” l’aneddoto del granchio perfetto disegnato da Chuang- Tzu. è una cosa che naturalmente non viene scritta ma lasciata nel mondo delle analogie e delle associazioni mentali. Il maestro cinese del Taoismo è anche colui che una volta sognando una farfalla, al proprio risveglio non sa più se è una farfalla che sogna di essere Chuang-Tzu o Chuang-Tzu che ha sognato una farfalla. Mondi diversi dunque sono tenuti assieme nella propria mente dalle esperienze della vita, e/o dai sogni. Ora tuttavia non vorrei ingannarvi completamente con questi racconti: il grande limite di Pedacchia è proprio quello di lavorare su un margine, sul confine delle fiabe e di ciò che non è reale. Architettura o arte dunque? Mostri o muse? Poesia o canzonette? Rispondere in maniera univoca francamente risulta difficile e d’altra parte non potrebbe spiegare i molteplici significati delle ambigue storie che mi hanno rammentato i disegni e la realizzazione dell’opera. Forse bisogna immaginare l’opera e i ruderi come il risultato percepibile dai sensi di una marea (il tempo) che ritraendosi lascia in vista gli oggetti venuti dal profondo assieme ai relitti e alle cose preziose. Cosa ci sia di prezioso e quali siano i relitti è il vero rebus da risolvere. Voglio concludere con una sola raccomandazione a chi in queste pagine ha veduto solo mostri: come insegna il mito, non bisogna lasciarsi ingannare dalle apparenze. Perseo aveva vinto la Gorgone Medusa spostando lo sguardo sulla sua immagine riflessa in uno scudo bronzeo ma affascinato dai poteri misteriosi riesce astutamente a trarne vantaggio usando la testa anguicrinita come arma contro i nemici. Questa è la parte del mito, più scontata e conosciuta, che in fondo ci dice di fare attenzione poiché il mostro non è rimosso neppure una volta domato, sconfitto. L’altra parte più misteriosa è quella da cui sono rimasto affascinato: il terrifico trofeo di battaglia di Perseo presenta altre inaspettate qualità. Dal suo sangue nasce Pegaso, il mitico cavallo alato, mentre gli arbusti marini, al suo contatto, diventano coralli raccolti e indossati dalle ninfe. Nel cuore della Gorgone, ove apparentemente vi è orrore, può esservi celata la grazia. Come in questa architettura: bisogna solo riconoscerla e come le ninfe saperla raccogliere.

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