Una cripta contemporanea

marzo 29, 2010

Franco Pedacchia. Restauro come architettura.

I lavori nella Chiesa di San Francesco in Venafro.

Sergio Rappino,  Melfi, Casa Editrice Librìa (2010)

Prefazione di Luca Guido

L’ opera di Franco Pedacchia, in bilico tra architettura ed esperienza artistica, pone diverse tematiche a rassegna. Il suo lavoro risulta stimolante e provocatorio, irruente nell’ apparire della sua interezza, meditato nel frammento e nel dettaglio tecnologico. Soprattutto Franco Pedacchia ci presenta un modo di procedere che è destinato a generare dibattito, riflessioni e anche incomprensioni. Questo avviene per diverse ragioni: in primis poiché la materia su cui si “fonda” il suo lavoro è quella della storia, e la storia ci dice chi siamo e ci interroga, in secondo luogo poiché egli non affronta la storia con la calcolatrice, l’ orologio e l’ enciclopedia, bensì operando attraverso scelte critiche, meditate quanto sofferte, e facendo un continuo ricorso all’ ingegno e all’ immaginazione.  Ne ho scritto in proposito nel libro dal titolo un po’ pretestuoso “Architettura come frammento”, edito per questi stessi tipi,  e dedicato al recupero della chiesetta di San Michele in Roccaravindola, operato dallo stesso Pedacchia. L’ opera illustrata nelle seguenti pagine è tuttavia un lavoro molto diverso da quello appena citato. Non tanto perché sia diverso il metodo di lavoro a cui ho accennato, ma perché qui la storia si presentava in forma di “edificio” e non in forma di rovina o di rudere. Va da sé che l’ intervento si è misurato con la spazialità della preesistenza, privilegiando l’ approccio museografico a quello effimero, ovvero la gestualità artistica appare più limitata. Nella chiesa di San Francesco a Venafro,  Franco Pedacchia mostra a pieno titolo le sue qualità e la ricchezza del suo procedere che poche righe più sopra abbiamo in qualche modo definito critico-operativo. Ce ne dà esempio in diverse situazioni. All’ esterno, nella facciata della chiesa, vediamo dedicare grande attenzione alla definizione di un attento restauro, salvaguardando l’ intonaco e l’ antica colorazione, nella consapevolezza che la preservazione della fabbrica vera e propria passa attraverso uno strato di sacrificio da integrare e ripulire col passare del tempo. All’ interno, invece, Pedacchia lavora sul fronte dello scavo archeologico, del consolidamento murario, del funzionamento statico delle fondazioni e delle coperture. Inoltre contemporaneamente pensa ai percorsi muesografici, alla definizione degli elementi funzionali, alla caratterizzazione degli spazi liturgici eliminando le superfetazioni, al problema dei rapporti di luce e di spazio tra cripta ipogea e navata principale. Molte delle idee iniziali sono rimaste sulla carta, come il recupero del campanile e la creazione al suo interno di un percorso che dalle profondità della cripta salisse verso la volta della chiesa e le sovrastanti capriate, o il recupero del convento adiacente che al momento della stampa di questo libro versa in stato di profondo degrado, o ancora la definizione degli arredi sacri e dell’ illuminazione. E questo non certo per incapacità, ma per problemi venialmente economici. Vista la molteplicità degli intenti, al termine restauro ci pare opportuno affiancare anche quelli di recupero e rifunzionalizzazione: tutte parole finalizzate alla definizione dell’ architettura, ovvero dello spazio. Ma Pedacchia non si smentisce neanche questa volta. Il recupero della chiesa di San Francesco a Venafro non prescinde da quell’ essere “laboratorio” che caratterizza tutti i suoi cantieri, nonostante, come abbiamo accennato,  il suo contributo immaginativo alla definizione degli apparati architettonici appaia più limitato e/o pesato. L’ architettura di Pedacchia non è semplicemente una ricerca di non finito, di caos, un’ immersione nella fantasia più sfrenata del disegno, è viceversa un laboratorio in cui si sperimenta e si affronta una ricerca continua. Questo è il vero insegnamento del Pedacchia: il progetto di architettura va inteso come disegno critico della realtà in cui lo spazio architettonico non è una semplice constatazione di forme. L’ architetto come il critico mira a cogliere l’ essenziale, senza badare troppo di aver lasciato dei bagagli per strada; egli sa che non può limitarsi a descrivere e catalogare, deve capire il funzionamento nascosto dello spazio e del luogo, deve coinvolgerlo in un processo rigenerativo, deve quindi interpretare ed immaginare per poter narrare la storia e il presente. Infatti se l’ interpretare è in stretta relazione con il  “tradurre” e con il “tradire” (dunque anche con la tradizione), l ‘immaginare, o meglio la fantasia, è in diretto rapporto con la storia. A difesa di quanto dico ricordo il paradosso aristotelico in cui si afferma l’ importanza della fantasia sulla storia. L’ opera di fantasia è in fondo più vera della storia: l’ una persegue i valori universali, indaga le possibilità e le qualità, l’ altra si limita a raccontarci le situazioni particolari, le cose avvenute. In altre parole Pedacchia ci parla di architetture e di spazi che “potevano” essere, ma di cui la storia ci ha privati, ci ricorda attraverso la sua particolare declinazione architettonica che siamo nel campo dell’ arbitrio, offrendoci una lettura complessa e ponendoci  di fronte alle nostre personali e numerose interpretazioni. In fondo questo è il motivo della maggiore incomprensione delle opere di Pedacchia: il suo lavoro non indica una formula (ed infatti abbiamo sempre parlato di metodo), un’ unica e sicura strada da battere a ritroso; al contrario in maniera molto meno didattica e più poetica veniamo lasciati soli davanti alla storia e alle infinite pieghe di una immaginazione instabile e mutevole. Una fantasia che si manifesta in forme che esprimono un ingegno a tratti sovversivo, e in colori spesso eccessivi ed esuberanti, quando il più delle volte si sarebbe potuto lasciar fare ai giochi di luce ed ombre, sfruttando basi neutre color grigio canna di fucile. Per fare un parallelo, l’ opera di Franco Pedacchia credo appartenga ad un genere “letterario” singolare tanto quanto sconosciuto alla maggioranza. George Steiner ne “I libri che non ho scritto” ce ne parla:  “[…] Questo genere risale all’ Anatomia della malinconia di Robert Burton (1621), se non addirittura a prima. E’ una forma barocca, un ibrido composto di erudizione minuziosa, di sapere arcano, di citazioni esoteriche e di una fantasticheria quasi anarchica. La pedanteria è sfrenata. Ma lo stesso vale per l’ allegorico e per l’ emblematico, la materia di cui sono fatti i sogni. I testi che appartengono a questo genere hanno in comune tra loro tratti inconfondibili. Sono poliglotti, stracolmi di elenchi, di cataloghi e di tassonomie. Il sapere –questo è l’ elemento chiave- abbonda talmente di dettagli, è così compatto da rendersi completamente autonomo. Dà vita ad elaborazioni e a costruzioni che vanno ben oltre l’ argomento a cui direttamente si riferiscono. Mescola il dato tecnico con l’ apertura visionaria. E’ un’ erudizione talmente frenetica, così <<autistica>> da creare dei mostri, allegri e minacciosi al tempo stesso. Sotto la lente del microscopio si accendono arcadie e incubi[…]” E ciò avviene nella consapevolezza che tutto intorno a noi scorre, e che siamo come naufraghi nell’acqua. Spesso pensando a Franco Pedacchia, mi sovviene l’ antico verso Rari Nantes in gurgite vasto, e immagino l’ architetto che è in lui indaffarato a costruire la sua piccola imbarcazione recuperando i relitti del tempo: il mare o meglio il fiume in cui si naviga è Vita, e le rive di questo fiume sono chiaramente la Morte, ove il flusso si arresta. Tra i tanti che cercano di sopravvivere alcuni sono  poveri derelitti su una zattera alla deriva che, moribondi, chiedono aiuto in lontananza, come rappresentato da Theodore Gericault ne “il naufragio della Medusa”,  altri galleggiano e si lasciano trasportare, i più audaci intraprendono la propria odissea e navigano per mete inesplorate, senza curarsi di corazzate e caravelle.

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2 Risposte to “Una cripta contemporanea”

  1. Riccardo Nemela Says:

    -In altre parole Pedacchia ci parla di architetture e di spazi che “potevano” essere, ma di cui la storia ci ha privati- sono perfettamente d’accordo e ti faccio i complimenti per la prefazione.


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